Thursday 02/07/2026, 17:18
Logo Criticism

Follow Kritica on Google

Add Kritica to your favourite sources.

Follow

Nelle ultime settimane, le strade di numerose città iraniane sono tornate a riempirsi di manifestanti. Le proteste, iniziate a dicembre 2025, hanno raggiunto l’apice nei giorni scorsi, nonostante una sempre più brutale da parte delle autorità della Repubblica Islamica. Il bilancio provvisorio è di almeno 600 vittime (una cifra con ogni probabilità destinata a crescere; alcuni organi di monitoraggio parlano in verità già ora di migliaia di morti) e di diverse migliaia di arresti.

Non è la prima volta che la Repubblica Islamica (IRI) si trova a fronteggiare un profondo e diffuso malcontento, rispondendo con una repressione violenta e massiccia alle legittime proteste da parte della popolazione. Questa volta, tuttavia, le mobilitazioni colgono il regime in una fase di particolare vulnerabilità, non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello interno.

Un malcontento diffuso

È ormai ampiamente riconosciuto che una parte significativa della società iraniana si sia progressivamente alienata dall’IRI. Non si tratta soltanto di o di segmenti “laici”, ma di una porzione molto più ampia e trasversale della popolazione. Come sostiene Vali Nasr in una recente intervista per Vox “persino coloro che in passato erano più favorevoli [alla Repubblica Islamica] oggi sono profondamente indignati per il livello di corruzione, cattiva gestione e disuguaglianze economiche”.

La reintroduzione delle statunitensi nel 2018, dopo l’uscita unilaterale dal JCPOA da parte di Donald , ha inflitto un colpo durissimo all’economia iraniana. A pagarne il prezzo più alto è stata soprattutto la classe media, già da anni schiacciata da un’inflazione galoppante e dalla progressiva perdita di d’acquisto. A questo si è aggiunta una gestione disastrosa, da parte dell’IRI, delle conseguenze nefaste della “massima pressione” economica statunitense: invece di proteggere la popolazione, il sistema ha favorito una ristretta cerchia di oligarchi che ha concentrato potere e risorse, aggravando ulteriormente le condizioni delle fasce medie e basse e alimentando la polarizzazione socio-economica. A fine dicembre, il Rial (moneta iraniana) è crollato nuovamente, colpendo duramente le attività dei commercianti e facendo scattare la nuova ondata di proteste.

Condizioni materiali disastrose

Le condizioni economiche disastrose del Paese rappresentano dunque uno dei motori centrali di questa ondata di proteste, sebbene non l’unico. Maziyar Ghiabi, esperto di e professore all’ di Exeter, descrive le proteste come una “convergenza multilivello di insoddisfazione”, in primis di natura socio-economica, ma a cui si aggiungono anche dimensioni culturali e rivendicazioni legate ai diritti civili che sono state al centro di molte mobilitazioni negli scorsi anni. Queste istanze, sommandosi e accumulandosi negli anni, hanno contribuito ad alienare segmenti sempre più ampi della società iraniana. Per molti iraniani, infatti, l’IRI non solo non è riuscita a scongiurare il rischio di una guerra ma, soprattutto, ha dimostrato di non saper affrontare le profonde crisi economiche, ambientali e sociali che gravano sul Paese.

Negli scorsi giorni, al picco delle proteste, le autorità iraniane hanno imposto un blackout digitale totale e senza precedenti. Sebbene l’accesso a internet fosse già stato duramente limitato in passato, questa volta il blackout ha reso quasi impossibile persino comunicare telefonicamente con i propri cari nel Paese. Questo ha immediatamente fatto temere una repressione su larga scala e di estrema violenza, timore purtroppo confermato dalle immagini successivamente emerse. Tra queste, va menzionato un video particolarmente straziante che mostra le famiglie mentre tentano di identificare i corpi dei propri cari. Alcuni, fuori dall’Iran, hanno sollevato dubbi in merito a diverse immagini, ma va notato che persino la televisione di Stato iraniana ha trasmesso i servizi dall’obitorio, riconoscendo che, sebbene alcune delle vittime potessero essere state considerate “pericolose” (secondo la Televisione di Stato, ribadiamo), la stragrande maggioranza di queste fossero persone comuni.

Una rivolta più violenta che in passato

Diversamente da altri cicli di protesta, in questo caso si è osservato un maggiore ricorso ad atti violenti anche da parte di quelli che, per ora, sembrano essere dei manifestanti. Pur non escludendo che questi atti possano provenire anche da elementi usati dal governo per “delegittimare” la causa di chi protesta – un’ipotesi che andrebbe valutata sia in Iran che in altre proteste altrove – il ricorso maggiore alla violenza di queste mobilitazioni si presta a molteplici letture.

In primis, come nota Trita Parsi, la rabbia accumulata ha raggiunto un’intensità molto più elevata rispetto al passato e “in certi ambienti si sta diffondendo l’idea che la violenza sia necessaria, visti i fallimenti passati nel rovesciare il regime”. Esfandyar Batmanghelidj, invece, condivide un’interessante prospettiva di un’attivista femminista iraniana: “tre anni fa, le donne iraniane avevano posto le basi di un movimento di liberazione non violento, capace di incanalare una mobilitazione di massa; oggi quel movimento viene escluso. L’escalation della violenza è il risultato di questa esclusione. Se gli uomini avessero continuato a seguire e le donne avessero continuato a guidare, non staremmo assistendo a tante scene terribili”.

Il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti va affrontato con cautela, anche per l’asimmetria tra le autorità (armate) e i manifestanti. Tuttavia, come evidenzia Parsi, in passato il ricorso alla violenza ha tendenzialmente indebolito le mobilitazioni. Resta quindi difficile prevedere quale direzione prenderanno gli eventi nei prossimi giorni.

In queste drammatiche giornate, dove molti di noi non riescono a comunicare con i propri cari in Iran, un ulteriore elemento di profonda angoscia è quello delle ripetute minacce di aggressione militare da parte degli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump – che sta attualmente affrontando diverse proteste negli Stati Uniti per l’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) – ha dichiarato di essere pronta ad agire in “difesa del popolo iraniano”. Il rischio di una nuova escalation militare, dunque, resta purtroppo molto alto.

Non scaricate responsabilità sul popolo iraniano

Tuttavia, attribuire alle proteste in Iran la responsabilità di una possibile nuova guerra è profondamente sbagliato. Le mobilitazioni in Iran riflettono una crescente insoddisfazione verso i ripetuti fallimenti interni della Repubblica Islamica, non possono dunque essere considerate come “causa” delle tensioni internazionali. Se un intervento militare dovesse verificarsi, è probabile che fosse stato pianificato indipendentemente dalle mobilitazioni nel Paese, anche qualora le usasse come “alibi” per giustificare un’altra aggressione militare illegale.  Scaricare questa responsabilità sulla popolazione iraniana, già intrappolata tra repressione interna e minacce esterne, equivale a sollevare da ogni dovere morale e responsabilità chi, in Europa e negli Stati Uniti, ha potere di influenzare le scelte dei propri governi e di esigere il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

In un momento di crisi profonda, sia interna che internazionale, è frustrante dover tornare a dedicare energie a smontare narrazioni favorevoli a interventi militari e progetti di regime-change, soprattutto alla luce delle conseguenze disastrose della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno. Questo dibattito non dovrebbe nemmeno essere considerato un’ipotesi su cui discutere, se il diritto internazionale venisse preso sul serio. L’accettazione di questa come un’ipotesi legittima e discutibile tende ad “avvelenare”, infatti, il dibattito anche tra gli iraniani della diaspora, finendo per “oscurare” i temi centrali che meritano una profonda riflessione, primo fra cui quello delle disuguaglianze socio-economiche.

A tale proposito, si consiglia la lettura del brillante articolo di Esfandyar Batmanghelidj, dove viene fatto notare come una parte dei critici dell’IRI credano che le profonde difficoltà dell’economia iraniana siano dovuti alla presenza di un “welfare ipertrofico”, una sorta di “socialismo islamico”. Per tale motivo, spesso propongono riforme neoliberali per “ridurre la burocrazia, tutelare la proprietà privata, affidarsi ai meccanismi di mercato e imporre disciplina fiscale”. Ma come fa notare Batmanghelidj, “sono proprio queste le riforme che i policy-makers della Repubblica Islamica tentano di implementare da quasi trent’anni, sotto la guida di economisti formatisi negli Stati Uniti e nel , cresciuti nel culto di figure come Friedman e Mankiw”. Sono proprio questi interventi, dunque, ad aver aggravato le disparità socio-economiche nel Paese, con i risultati che osserviamo oggi.

Nello stesso articolo, si fa notare anche quanto il tema delle diseguaglianze economiche venga trattato con marginalità e superficialità anche da e dalla National Union for Democracy in Iran (NUFDI), il noto gruppo di pressione a suo supporto. Eppure, le proteste in corso non sono soltanto una mobilitazione politica e civica: sono, in modo evidente e preponderante, una rivolta sociale. È quindi legittimo interrogarsi su quali siano, concretamente, le eventuali prospettive e le proposte di qualunque presunta “alternativa” alla Repubblica Islamica. Come osserva Batmanghelidj, oltre“ai diritti politici, gli iraniani rivendicano opportunità economiche e dignità sociale. In questo contesto, una transizione democratica priva di redistribuzione economica non porterebbe a nulla: non sarebbe in grado di consolidarsi”. Un sistema in cui ricchezza e potere si sono progressivamente concentrati nelle mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione, nessuna alternativa credibile e realmente democratica può emergere senza affrontare concretamente la questione prioritaria delle profonde diseguaglianze economiche che attraversano il Paese.

Rispettare il diritto all’autodeterminazione

Mentre anche il dibattito italiano sull’Iran sembra via via polarizzarsi, una parte della sinistra e ampi settori della destra finiscono invece per muoversi lungo una falsa dicotomia: o minimizzare/giustificare i crimini commessi dell’IRI, o legittimare una nuova aggressione militare per “liberare gli iraniani”. In entrambi i casi, si evita il nodo centrale: nel caso di un’aggressione militare contro l’Iran, a risponderne sono, e devono essere, i governi che compiono e giustificano questo grave crimine internazionale. Non i manifestanti iraniani. Focalizzarsi su ciò che gli iraniani dovrebbero o non dovrebbero fare, mentre sono già schiacciati dalla repressione interna e dalla minaccia esterna, sposta il focus da ciò che riguarda gli europei e statunitensi direttamente: esercitare pressione affinché i propri Paesi non commettano o giustifichino un’ulteriore crimine internazionale, quello dell’aggressione. Va ribadito, infatti, che la sovranità e l’integrità territoriale di uno Stato non sono subordinate alla sua natura democratica o autoritaria. Violarle, quindi, è e resta un crimine. Rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano, per coloro che vogliono essere “solidali”, significa non giustificare tanto la repressione interna quanto le aggressioni esterne, una lezione che la storia dell’Iran, segnata da ingerenze e colpi di Stato per mano di Stati terzi, dovrebbe aver reso ormai inequivocabile.  Non a caso, la stessa Repubblica Islamica è anche il prodotto di tali interferenze nefaste, in particolare del colpo di Stato anglo-americano del 1953.


CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED BADRA – Un manifestante con un cartello con la scritta “Né Shah né Mullah” partecipa a una a sostegno del movimento di protesta in corso in Iran, vicino all’ambasciata iraniana a Parigi, Francia, il 12 gennaio 2026.

Author

  • Tara Riva

    An analyst specialising in international relations and geopolitics, with a focus on the Middle East and Iran. After a Master's degree in Global Security Studies in Sheffield, she worked for the United Nations, the European Parliament, and an NGO in Brussels. She has published analyses and insights in journals such as Global Trendometer, Micromega, and AREL. She is currently working as a freelancer in Switzerland.

Stay in touch

Get updates sent directly to your smartphone.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave A Reply