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Sono passati dieci anni da quando i primi ciclofattorini sono comparsi lungo le strade delle città italiane con divise sgargianti e grandi cubi termici sulle spalle. Da allora, nuovi marchi e slogan pubblicitari si sono insinuati nelle abitudini quotidiane di migliaia di persone, promettendo cibo caldo, consegne rapide e prezzi competitivi. Scioperi, sentenze e tavoli sindacali hanno accompagnato l’ascesa delle piattaforme del food delivery, trasformando quello dei rider in uno dei principali casi di tensione tra innovazione digitale, e diritti del lavoro. In queste settimane, un’iniziativa della Procura di Milano ha segnato un passaggio ulteriore nell’evoluzione giudiziaria del settore: dopo aver disposto il controllo giudiziario su , la società italiana di , negli scorsi giorni ha esteso il provvedimento a Deliveroo Italy.

Pur formalmente inquadrati come lavoratori autonomi, molti rider svolgono una prestazione che presenta tratti tipici della subordinazione: continuità, inserimento stabile nell’organizzazione della piattaforma, sistemi reputazionali che incidono direttamente sull’accesso al reddito.

Lo sfruttamento digitalizzato

«L’intero sistema produttivo si fonda sullo sfruttamento», osserva Francesca Vitarelli, ricercatrice in diritto penale all’Università Statale di . «Non si tratta di una distorsione patologica ma di un’organizzazione del lavoro che rende strutturale la compressione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici». La norma oggi contestata dalla Procura di Milano è l’articolo 603-bis del codice penale, introdotto nel 2011 per contrastare il caporalato agricolo e riformulato nel 2016: punisce non soltanto chi recluta manodopera in condizioni di sfruttamento, ma anche chi la utilizza, la assume o la impiega approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

La frattura tra autonomia dichiarata e subordinazione di fatto è il cuore delle rivendicazioni sindacali. «Il rider è formalmente libero, ma se si disconnette o rifiuta una consegna, retrocede nel ranking e perde opportunità», afferma Elena Lott di Unione Sindacale di Base (USB) Milano. «Più che di autonomia, si tratta di subordinazione esercitata attraverso un algoritmo». L’ambiguità si riflette nelle scelte contrattuali delle piattaforme. Nel 2020 Assodelivery (associazione datoriale) e UGL Rider hanno sottoscritto un contratto collettivo volto a inquadrare l’attività come lavoro autonomo, introducendo compensi minimi ma confermando la natura non subordinata del rapporto e a questo impianto si sono richiamate anche le piattaforme oggi sotto indagine. Diversa, invece, è stata la traiettoria di Just Eat: nel 2021 ha lasciato Assodelivery, siglando un accordo con CGIL, CISL e UIL e applicando il CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione, con inquadramento dell’attività lavorativa come subordinata e una paga oraria di circa 8,50 euro lordi.

Il ricorso ai tribunali non sostituisce la lotta sindacale

Parallelamente, i tribunali del lavoro hanno riconosciuto la subordinazione di fatto dei rider in centinaia di procedimenti avviati negli ultimi anni. Si tratta però di pronunce individuali, prive di effetti automatici sull’intero settore. «Ogni rider deve fare causa singolarmente», osserva Lorenzo Montanari di Torino. «Le vincono quasi sempre, ma questo non si traduce in un riconoscimento generalizzato». «Le aziende hanno fatto i conti», aggiunge Lott. «Mettono in preventivo di perdere alcune cause, ma il costo delle vertenze e delle eventuali condanne resta inferiore a quello di una trasformazione strutturale del modello. Conviene affrontare il contenzioso uno per uno piuttosto che riconoscere la subordinazione a tutti». 

Il modello del food delivery si regge su un’infrastruttura tanto invisibile quanto decisiva: l’algoritmo. Non assegna soltanto le consegne, ma elabora percentuali di accettazione, tempi di percorrenza, geolocalizzazione e storico delle prestazioni, costruendo ranking che incidono su bonus, penalità e volume di ordini. «Non è solo una questione di paga, ma di accesso alla paga», osserva Lorenzo Montanari di USB Torino. «Se l’algoritmo ti considera meno performante – perché rifiuti consegne, sei più lento o partecipi a uno sciopero – ti assegna meno lavoro. È un meccanismo disciplinare senza volto». Il potere direttivo non passa più da un superiore identificabile, ma da un apparato informatico che distribuisce opportunità secondo criteri opachi. Da qui l’espressione “caporalato digitale”: nel lavoro tramite piattaforma il caporale non è una persona, ma un’infrastruttura tecnologica, che recluta lavoratori direttamente a beneficio del datore di lavoro.

Nel caso dei rider, osserva la penalista, «l’elemento più evidente è la retribuzione sotto la soglia di . La ha già chiarito che l’indice di sfruttamento può sussistere anche quando la paga sia conforme a un contratto collettivo, se risulta comunque sproporzionata rispetto all’articolo 36 della Costituzione». In altre parole, la retribuzione deve garantire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia: «Quel parametro costituzionale prevale anche su una contrattazione collettiva che non lo abbia rispettato». 

Paghe da miseria e lavoratori migranti sotto ricatto

Perché il reato si configuri occorrono due elementi: la sottoposizione a condizioni di sfruttamento e l’approfittamento dello stato di bisogno. È su questo secondo profilo che la questione assume un rilievo ancora più netto se si guarda alla composizione migrante del settore. «A Milano la grande maggioranza dei rider è composta da lavoratori di origine straniera: gli italiani li posso chiamare per nome», afferma Lott. «La debolezza economica riguarda molti lavoratori», osserva Vitarelli, «ma per chi è straniero si aggiunge la necessità di mantenere o ottenere il permesso di soggiorno. Il lavoro diventa così una condizione per restare nel Paese, e questo crea una disponibilità ad accettare condizioni che altrimenti verrebbero rifiutate».

Il tema si intreccia con una novità normativa recente. «A fine 2024 è stato introdotto un permesso di soggiorno speciale per le vittime di , previsto dall’articolo 18-ter del Testo unico sull’immigrazione», spiega Vitarelli. «È un passo avanti importante, ma l’accesso non è automatico»: il rilascio è legato al requisito dell’“utile collaborazione” con le autorità nelle indagini. «Questo crea un cortocircuito», osserva la ricercatrice. «Molti lavoratori temono che, esponendosi, emerga la loro eventuale posizione di irregolarità e che, se la collaborazione non verrà ritenuta sufficiente, possano essere a loro volta denunciati o espulsi».

Dietro il conflitto giuridico restano le vite quotidiane. «Quello che sento dai rider non è solo rabbia per la paga», racconta Lott. «È l’ansia di non poter programmare la propria vita. Lavorano 10-12 ore al giorno, spesso sette giorni su sette, per pagare l’affitto e mandare soldi alla famiglia. Non hanno ferie, malattia, contributi certi. Non possono permettersi di fermarsi». La loro sostenibilità passa da notifiche sul cellulare, da un ranking che sale o scende, da un algoritmo che decide quante consegne assegnare. «Mi dicono: “Non voglio solo sopravvivere, voglio vivere”». 

È su questo sfondo che prende forma la mobilitazione del 28 febbraio, indetta dall’ in numerose piazze italiane: una giornata nazionale di iniziative per chiedere assunzione diretta, applicazione integrale del CCNL Logistica e superamento del cottimo governato dall’algoritmo. Dopo i provvedimenti che coinvolgono Glovo e , non è più in discussione soltanto la condotta di singole aziende, ma l’intero impianto di un modello di profitto per pochi fondato sulla compressione dei diritti di molti.


CREDITI FOTO: USB

Author

  • Dario Morgante

    Born in Messina in 1998, he holds a law degree with a specialisation in criminal and environmental law. He is currently studying at the “Lelio Basso” School of Investigative Journalism in Rome and focuses on Palestine, repression, and social justice.

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