Thursday 02/07/2026, 17:16
Logo Criticism

Follow Kritica on Google

Add Kritica to your favourite sources.

Follow

Il 6 e 7 maggio, oggi e domani, il mondo della scuola tornerà in piazza in occasione dello nazionale proclamato dall’ (USB), a cui hanno aderito anche e, su specifici segmenti della mobilitazione — in particolare sulla riforma degli istituti tecnici — la FLC CGIL. Al centro della protesta si intrecciano alcuni dei nodi più rilevanti per il futuro dell’istruzione: il rifiuto della crescente militarizzazione delle scuole e dell’ di guerra, insieme alla contestazione delle riforme che stanno ridisegnando l’istruzione secondaria, dagli istituti tecnici e professionali alle nuove Indicazioni per i licei. Contro quella che il sindacato di base USB definisce la “scuola classista” del ministro Giuseppe Valditara, sono previste manifestazioni e presidi in numerose città italiane, con un concentramento principale a Roma e iniziative diffuse su tutto il territorio nazionale.

La presenza fissa dell’apparato militare nelle scuole

«La prima rivendicazione dello sciopero che abbiamo lanciato è legata al tema della militarizzazione», spiega Lorenzo Giustolisi di USB Scuola nazionale, che vede guerra, scuola e mercato del come parti di «un unico processo» di disciplinamento. Sul punto, il secondo dossier (del 2024) dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università descrive una presenza ormai strutturata dell’apparato militare nei percorsi educativi, con modalità diverse tra primo e secondo ciclo: nelle scuole dell’ e del primo ciclo prevalgono iniziative simboliche – celebrazioni, giornate commemorative, lezioni con personale militare, visite a caserme e contatto con mezzi e strumentazioni – mentre nella secondaria di secondo grado il coinvolgimento diventa più diretto, con percorsi di formazione scuola-lavoro (i cosiddetti PCTO) in strutture militari o nell’industria bellica, incontri su e geopolitica e visite a basi NATO o fiere di armamenti.

In questo quadro si inserisce anche la campagna internazionale “We Do Not Enlist”, promossa in Italia dalle organizzazioni giovanili OSA e Cambiare Rotta, richiamata da USB come punto di convergenza tra mobilitazioni studentesche e sindacali. «Parliamo di un rifiuto complessivo: non solo della coscrizione, ma della guerra come orizzonte di vita e come modello di società. La scuola non può diventare un ingranaggio di questo meccanismo», osserva Giustolisi, sottolineando come il non sia più percepito come esterno: «Oggi la guerra entra dentro le scuole, nei programmi, nelle politiche educative, nella retorica pubblica».

Il liceo con Leonardo dentro

A Roma, peraltro, il caso del Liceo Digitale dell’IIS Carlo Matteucci di Roma rappresenta uno degli esempi più fulgidi di ampliamento dello spazio bellico nella scuola pubblica. Nato su proposta della Fondazione Leonardo e sviluppato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, il progetto si inserisce nel quadro normativo dell’autonomia scolastica e dei già nominati PCTO. Qui la collaborazione non si limita all’orientamento o agli stage: Leonardo entra direttamente nella didattica, con il “Laboratorio Leonardo” svolto in orario curriculare, la presenza di esperti aziendali in aula e percorsi strutturati di tutoraggio e stage nel triennio. Il risultato è un modello ibrido in cui risorse pubbliche si combinano con infrastrutture industriali, senza una netta separazione tra formazione e produzione. Formalmente resta un liceo scientifico – all’interno di uno storico Istituto tecnico – ma nella pratica si configura come una sperimentazione quinquennale centrata su , coding e inserimento progressivo nel mondo del lavoro.

La riforma degli istituti tecnici: addestrare allo

Il riordino, con i nuovi quadri orari e il rafforzamento del modello 4+2,  che prevede un percorso ridotto a quattro anni di scuola seguito da due anni negli ITS, rafforza il legame tra istruzione e mondo del lavoro, accentuando il legame tra scuola e sistema produttivo e aumentando i percorsi professionalizzanti e riducendo lo spazio dato alle discipline di base. «È una riforma paradigmatica», afferma Giustolisi, «perché riduce le materie di base, accorpa i saperi, taglia ore e contenuti, mentre aumenta tutto ciò che ha a che fare con l’addestramento professionalizzante». Il risultato, nella sua lettura, è un indebolimento della funzione critica della scuola e una progressiva subordinazione alle esigenze immediate delle imprese. «Non si tratta di orientamento, ma di selezione di classe: gli studenti dei tecnici e dei professionali vengono indirizzati verso percorsi che li rendono manodopera qualificata ma priva di autonomia culturale».

Stravolti anche i licei

Alla riforma dei tecnici si affianca quella delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: il testo ministeriale rafforza la centralità della storia d’Italia e dell’Occidente, elimina la geostoria e introduce l’intelligenza artificiale senza una formazione strutturata per il personale. Secondo il sindacato non si tratta di un aggiornamento neutro, ma di una ridefinizione culturale dell’istruzione: «si restringe lo sguardo storico e si svuotano gli strumenti critici per leggere il presente», osserva Giustolisi, denunciando un impianto più identitario e selettivo.

«Da anni assistiamo a una ridefinizione in senso neoliberale: quella che viene chiamata modernizzazione è in realtà una riduzione della scuola a luogo di addestramento. Si parla di competenze, ma si svuotano i saperi critici» continua il sindacalista. La scuola, prosegue, viene sempre più pensata come produttrice di «capitale umano», cioè forza lavoro flessibile e adattabile, rinunciando alla sua funzione di formazione di cittadini consapevoli. «Non possiamo leggere separatamente la riforma dei tecnici e le nuove linee guida dei licei: sono due facce dello stesso progetto. È una scuola che gerarchizza, che assegna ruoli diversi in base alla provenienza sociale e che perde progressivamente ogni capacità emancipativa».

In questo quadro, la mobilitazione del 7 maggio si presenta come un tentativo di ricomposizione del conflitto dentro e fuori la scuola. «Uno degli elementi più significativi di questa fase è la saldatura tra studenti e lavoratori», conclude Giustolisi. «Pensiamo che sia possibile costruire un passaggio intergenerazionale di lotta e di valori, perché il rifiuto di questo modello di scuola è condiviso da chi la vive ogni giorno. Il 7 maggio è un passaggio in questa direzione: tenere insieme il rifiuto della guerra, la critica alle riforme e la difesa di una scuola pubblica capace di emancipare, non di selezionare».

Author

  • Dario Morgante

    Born in Messina in 1998, he holds a law degree with a specialisation in criminal and environmental law. He is currently studying at the “Lelio Basso” School of Investigative Journalism in Rome and focuses on Palestine, repression, and social justice.

Stay in touch

Get updates sent directly to your smartphone.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave A Reply