Thursday 02/07/2026, 17:20
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Da anni il discorso pubblico internazionale mostra una crepa sempre più evidente: la distanza tra i valori dichiarati dalle democrazie occidentali e le politiche che queste stesse democrazie portano avanti sul piano globale. Diritti umani, diritto internazionale, dignità delle persone, sono diventati concetti evocati nei discorsi ufficiali, ma sospesi – nella pratica – ogni volta che entrano in conflitto con le strategie geopolitiche consolidate del .

La crisi palestinese è il caso più emblematico di questa contraddizione. È lo spazio in cui il diritto internazionale rivela la propria fragilità e, per certi versi, la propria ipocrisia.

La frattura tra diritto e potere

Gli Stati che hanno contribuito alla costruzione dell’architettura giuridica internazionale — dagli Accordi di Ginevra alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani — sono spesso gli stessi che ne impediscono l’applicazione quando riguarda un alleato strategico. La incondizionata, per non dire complicità, offerta a Israele da ed Europa ne è un esempio lampante.

In questi mesi, disposizioni fondamentali del diritto internazionale umanitario sono state violate su larga scala: attacchi indiscriminati ai civili, punizioni collettive, uso della fame come arma di guerra, detenzioni arbitrarie, trasferimenti forzati.

Eppure, i meccanismi di responsabilità internazionale rimangono bloccati o ampiamente manipolati. Non è un accidente del sistema: è il risultato di un ordine mondiale in cui la forza prevale sul diritto e il diritto è applicato in maniera selettiva. Vale solo “fino a un certo punto” dice qualcuno.

La responsabilità politica dell’

La responsabilità dell’Occidente è strutturale. È responsabilità materiale: la vendita di armi e le collaborazioni militari che alimentano la capacità bellica di Israele. È responsabilità politica: l’uso sistematico del veto nei consessi internazionali che impedisce investigazioni indipendenti.
È responsabilità discorsiva: la costruzione di un linguaggio mediatico e istituzionale che relativizza la sofferenza palestinese ed evita di nominare l’occupazione.

Questi tre livelli, insieme, costituiscono una vera e propria infrastruttura dell’.

Il ruolo dei media e delle élite culturali

L’apparato mediatico occidentale non è un semplice osservatore: è parte dell’ecosistema politico.
Attraverso scelte lessicali, omissioni, simmetrie forzate e una narrazione che spesso rimuove il contesto coloniale, contribuisce a rendere tollerabile ciò che, senza questa mediazione, sarebbe inaccettabile.

Allo stesso modo, una parte delle élite culturali continua a riprodurre un universalismo selettivo: proclama la centralità dei diritti umani, ma fatica a riconoscerli quando le vittime appartengono al popolo palestinese.

Questo doppio standard evidenzia un retaggio coloniale non completamente elaborato, una forma implicita di superiorità culturale che sopravvive sotto la superficie dell’umanesimo liberale.

La responsabilità individuale: l’etica dell’attenzione

Accanto alle responsabilità macro-politiche, esiste una responsabilità personale spesso sottovalutata. L’indifferenza, la rimozione, la stanchezza morale sono dinamiche che, sommate, diventano forza politica. L’egoismo sociale, alimentato dall’iper-individualismo contemporaneo, non rimane un fatto privato, ma ha conseguenze collettive.

Come ricorda Emmanuel Lévinas, l’etica nasce nell’incontro con il volto dell’altro: ignorarlo, rimuoverlo, sostituirlo con categorie astratte significa spegnere l’origine stessa dell’obbligazione morale.

La crisi palestinese mette a nudo la nostra capacità – o incapacità – di riconoscere la vulnerabilità altrui come base della vita comune.

Supremazia culturale e impunità internazionale

Dietro l’impunità riconosciuta a Israele c’è un meccanismo più profondo: un senso di superiorità culturale che sopravvive all’interno delle democrazie occidentali. Non sempre dichiarato, ma operativo.

La sofferenza palestinese viene spesso percepita come un “evento naturale” del Medio Oriente, non come il risultato di scelte politiche, economiche e militari ben precise. Questo filtro culturale contribuisce alla disumanizzazione dei e alla legittimazione della loro sofferenza come inevitabile, come se fosse inscritta nel paesaggio geopolitico stesso.

È la stessa logica analizzata da Frantz Fanon nei processi di colonizzazione: quando un popolo viene considerato meno umano, la su di esso diventa più facilmente accettabile.

La dimensione psichica della violenza

Oltre al piano politico e culturale, esiste una dimensione psichica collettiva.
James Hillman parlava dell’Ombra come di ciò che una società proietta altrove per evitare di riconoscere la propria parte distruttiva. In questo senso, la Palestina diventa il recipiente dell’Ombra occidentale: il luogo dove si depositano le ansie, le paure, le colpe non elaborate dell’Occidente post-coloniale.

Si tratta di una parte fondamentale della dinamica che permette la violenza. Finché l’Ombra non viene riconosciuta, la politica continuerà a riprodurre l’oppressione.

Palestina come paradigma del futuro del diritto internazionale

Ciò che oggi accade in Palestina è uno spartiacque. Se il diritto internazionale non è applicabile quando dovrebbe proteggere i più vulnerabili, allora perde la sua funzione costitutiva. Se le democrazie liberali accettano l’apartheid come “anomalia ”, rinunciano al fondamento stesso della loro identità.

La Palestina è il luogo in cui si misura il futuro della internazionale: o si riafferma l’universalità del diritto, oppure si accetta che il diritto esista solo dove non è scomodo.

In questo secondo scenario, la parola “giustizia” perde significato. E la civiltà politica con essa.

Una responsabilità che ci riguarda tutti

La crisi palestinese non può essere ridotta a un conflitto regionale o a un problema di sicurezza.
È una sfida etica, politica, culturale e psichica che interroga direttamente l’Occidente e il suo progetto di modernità. Richiede un’assunzione di responsabilità piena da parte dei governi, da parte delle istituzioni internazionali, da parte dei media, da parte delle élite culturali e da parte delle persone comuni.

L giustizia non è una formula astratta: è una pratica quotidiana, un impegno che esiste solo se si trasforma in azione. La Palestina ci chiede proprio questo: non solo solidarietà, ma riconoscimento; non solo indignazione, ma responsabilità; non solo analisi, ma volontà di trasformazione.

E la risposta a questa crisi segnerà non solo il destino di un popolo, ma la credibilità stessa dell’idea di umanità su cui pretendiamo di fondare il nostro mondo.


CREDITI FOTO: © Kritica


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Author

  • Michele Borgia

    She is the communications manager for Freedom Flotilla Italia.

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