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Lo scorso 14 dicembre, la sindacalista dei SUDD Cobas Sarah Caudiero si trovava a Firenze ad una cena di solidarietà per i lavoratori della Stireria Alba quando una chiamata avvisava dell’ennesima aggressione – la quarta da settembre, la terza nell’ultimo mese – nei confronti di lavoratori e sindacalisti durante un picchetto. Stavolta, l’episodio di violenza era stato davanti al ristopub Scintilla di Prato, dove era in corso uno sciopero da una decina di giorni.
Dopo aver trascorso una notte in ospedale assieme alle sei persone ferite, una delle quali con la testa spaccata da una bottiglia di vetro, e un’altra con una ferita da morso alla mano, il mattino successivo i SUDD Cobas hanno denunciato pubblicamente l’accaduto sui social media, e dato appuntamento alla comunità per le 18 davanti al locale per chiederne la chiusura, come previsto dall’articolo100 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.
“Dalle fabbriche alle cucine. Il nostro coraggio è la vostra fine” recitava uno striscione al picchetto. Erano tanti, forse un centinaio, i lavoratori accorsi a portare solidarietà. Presente anche qualche Politician locale. Il ristorante, nonostante l’episodio di violenza, era rimasto aperto. “Sciopero! Sciopero! Sciopero!”
Una vittoria in diretta
Hsan, 23 anni, pakistano, è a Prato da un anno e mezzo. È lui il lavoratore dello Scintilla che si è rivolto ai SUDD Cobas, dopo che per mesi, senza contratto, ha fatto turni di 12 ore tutti i giorni, senza avere una mansione chiara, come spesso accade.
“All’inizio mi hanno fatto contratto per tre mesi e poi niente”, racconta Hsan. “C’era anche scritto che avevo due giorni di riposo e invece lavoravo sempre.”
“Prima avevo pensato di chiamare la polizia”, dice. Quello che stava accadendo era illegale: invece, si è rivolto al sindacato.
Nel bel mezzo della nostra intervista, arriva la notizia: i titolari hanno accettato di firmare. “Contratto a tempo pieno!” annuncia un altro sindacalista, Luca Toscano. Applausi. “Una grande vittoria, pochi l’avrebbero detto (…) Ora dobbiamo rimanere attenti perché Hsan rientra al lavoro e sappiamo cosa è successo. Grazie a tutte e tutti! Non abbiamo avuto paura, ci siamo stretti come sempre con la solidarietà, l’unione, e sicuramente questa vittoria aprirà tante altre vittorie in altri ristoranti.”
Finora, nella zona, sono cinque i ristoranti che hanno firmato “il contratto”: 8 ore per 5 giorni a tempo indeterminato, questa la richiesta del sindacato, quella su cui i Si Cobas di Prato-Firenze (SUDD Cobas dal maggio 2024) hanno costruito una campagna per la fine dello sfruttamento e una vita bella.
La gioia è tanta. Scoppia un petardo, poi un altro, c’è una cassa stereo, parte la musica. Qualche lavoratore improvvisa una danza sul posto. Festeggia Hsan con i suoi compagni e i solidali presenti. “Tocca uno, tocca tutti! Tocca uno, tocca tutti!”
“Lotta dura, Senza paura!”
“SUDD Cobas SUDD Cobas!”
Hsan parla pashto, lingua diffusa nel nordest del Pakistan e nell’Afghanistan orientale, ma anche urdu, come Taimoor. Anche lui è giovane e pakistano, anche lui fa parte del sindacato. Anche lui ha preso le botte il 14 dicembre. C’era anche Hsan, quella sera, ma non è stato colpito. Taimoor lavora a un centinaio di metri dal ristorante, in un pronto moda cinese. Fa da traduttore per l’intervista con Hsan, ma a un certo punto comincia a rispondere lui stesso. “Ci sono due facce dello stare a Prato”, dice. “Tanti amici dicono di venire [dal Pakistan], che c’è lavoro, altre cose molto belle. Quando arrivano vedono l’altra faccia, 12 ore di lavoro tutti i giorni. È molto dura e non è giusto.” Grazie ai SUDD Cobas anche Taimoor ha ottenuto “il contratto” qualche mese fa, e così altri che lavorano assieme a lui.

Qualche giorno prima, Caudiero aveva parlato dell’evoluzione dei SUDD Cobas (Sindacato Unione Democrazia Dignità) e del lancio della campagna “Taste the Strike”. L’intervista era alla vigilia del tavolo di conflitto con i brand della moda che operano sul posto (Patrizia Pepe, Dixie, Artcraft) e con alcuni fornitori di primo livello. Il tavolo è nato dopo la chiusura della stireria Alba s.r.l. a Montemurlo (PO), e dalle richieste dei lavoratori – per lo più provenienti dal Bangladesh – che stiravano capi per conto dei grandi marchi presso l’azienda. Anche quest’ultimi hanno subito un’aggressione da parte dai titolari italiani a settembre (il video dell’attacco è diventato virale). Il loro presidio va avanti da agosto, ed è infatti ad Alba che si sono spostati i festeggiamenti dopo la vittoria di Hsan; le notti sono fredde ora, e lunghe da passare; insieme si sta meglio.
Riflettori su Prato
Prato è una delle più grandi città del centro Italia con quasi 200 mila abitanti (196.296 al 30 giugno 2025), sebbene non si direbbe dagli scarsi cartelli autostradali. Da sempre all’ombra del capoluogo toscano, a cui è attaccata in virtù di Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino, si è abituata a partire dagli anni Novanta a ricevere attenzioni mediatiche per lo più per la sua Chinatown e la preponderante popolazione cinese. È nota certo da tempo per il suo distretto tessile, anche se parlare di “distretto,” in realtà, significa riferirsi ad un territorio che include anche parte delle province di Firenze e Pistoia, geograficamente unite in un grande sprawl suburbano e industriale che comprende i poli produttivi del tessile, della moda, e dell’arredamento.
In città, oggi un quarto della popolazione residente (50.283) è straniero: oltre ai cinesi, ci sono pakistani, albanesi, marocchini e rumeni, ma si parla di centinaia di etnie diverse presenti, tanto che Prato è stata definita “capitale d’Italia dell’immigrazione”.La comunità cinese è da tempo tra le più grandi di Europa: 32,524 abitanti, in base alle cifre ufficiali. Si stimano 15 mila non regolari cinesi e 10 mila di altre nazionalità ed etnie, che alimentano l’Economy sommersa.
Legata al tessile da una storia centenaria, antesignana nella pratica del riciclo di tessuti come in quella (assai meno nobile) dell’impropriamente detto “autosfruttamento”, da magnete che è sempre stata per il lavoro e meta di immigrazione interna (specie dal Sud), Prato ha costruito ricchezza sul lavoro nero, l’assenza di regole, e condizioni igieniche e lavorative degradanti (si vedano Tra i panni di rosso tinti dello storico pratese Riccardo Cammelli e l’analisi economica di Fabio Bracci, Oltre il distretto. Prato e l’immigrazione cinese). Negli ultimi anni, ha visto innestarsi un’economia tardoindustriale di stampo estrattivista, divenendo una sorta di ground zero per lo sfruttamento lavorativo, specie di manodopera straniera, “una zona di sacrificio” nel cuore della rossa Toscana, dove non valgono leggi a tutela dei diritti del lavoro né della salute e dell’ambiente. Oggi, il tessile non è più il motore propulsivo dell’economia locale ma le confezioni dell’abbigliamento, per lo più a conduzione cinese (quest’ultime, secondo IRPET, stimate a 4.820 con 17-20 mila lavoratori, inclusi quelli irregolari).
Il modello di lavoro tutto pratese, del “dormire dove si lavora” è culminato nella notte del primo dicembre con la tragedia alla Teresa Moda, in cui sette operai sono morti a seguito di un incendio. Sono stati i SUDD Cobas ad inaugurare il Primo maggio 2025 il memoriale alle vittime, vandalizzato e subito ricostruito e presidiato per settimane dal sindacato.
Negli ultimi mesi, da queste parti è successo di tutto: dal comune commissariato, dopo che la prima sindaca donna, Ilaria Bugetti (PD), si era dimessa a giugno per l’accusa di aver favorito un noto industriale del posto; alla crisi del settore moda e del tessile, che qui gode del distretto più grande d’Europa; alle inchieste sulle mafie nel territorio, tra cui quella relativa alla “guerra delle grucce” tra fazioni interne alla comunità cinese volta a controllare il mercato della logistica dell’abbigliamento; a quelle su Prato hub del riciclaggio internazionale di denaro. E il Governo infatti ha scelto di tenere proprio a Prato la riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Dalla criminalizzazione alla legittimazione dell’operato del sindacato
È in questo contesto che si collocano le lotte contro lo sfruttamento portate avanti dai SUDD Cobas di Prato, che oggi contano un migliaio di iscritti, per lo più stranieri, in gran parte pakistani. Fin da quando hanno aperto una piccola sede nel quartiere multietnico del Soccorso all’inizio del 2018, due giovani sindacalisti dei Si-Cobas, Sarah Caudiero e Luca Toscano, si sono messi in testa di fare qualcosa che pareva impossibile: unire i lavoratori migranti. E riportare la legalità lavorativa nel distretto, uno sciopero dietro l’altro.
Arrivati come Si Cobas, sindacato di base fortemente radicato nella logistica, il nucleo pratese ha da subito assunto connotazioni proprie, con la maggioranza di lavoratori iscritti provenienti dal Pakistan. La CGIL locale denunciava da tempo condizioni di sfruttamento e mancanza di legalità e sicurezza nelle aziende a conduzione cinese chiedendo, assieme alle amministrazioni locali, un maggiore numero di Ispettori del Lavoro, e, in genere, un maggiore intervento da Roma. Alle inchieste e alle interrogazioni parlamentari, alla narrazione razzista di un “distretto parallelo” malato (quello dei pronto moda cinesi), il sindacato di base ha contrapposto un approccio più frontale e certo conflittuale, che si è rivelato fortemente aggregante e soprattutto efficace, sia nell’attrarre l’attenzione di media che nell’ottenere miglioramenti delle condizioni di lavoro.
“Sono cambiate molte cose in questi anni,” racconta Caudiero. “A partire dal riconoscimento dei picchetti e degli scioperi.”
Per la pratica dello sciopero e del blocco delle merci, i sindacalisti si sono spesso dovuti difendere dall’accusa di violenza privata (anche in tribunale, sempre assolti finora). In molti non approvavano la loro condotta, incluso il sindaco PD dell’epoca, Matteo Biffoni (2014-2024).
All’inizio gli sgomberi e le denunce fioccavano. Caudiero e Toscano hanno ricevuto fogli di via sia dal Comune di Prato sia da quello di Campi Bisenzio, quest’ultimo per via delle proteste davanti a Liu Jo nel centro commerciale I Gigli. La direzione ci teneva a ribadire, sottolinea Caudiero, che si trattava di un “luogo di shopping e non anche di lavoro e che non poteva essere quindi attraversato da proteste e mobilitazioni”.
Poi, secondo la sindacalista, alcuni avvenimenti hanno rappresentato veri punti di svolta.
Il primo è stato “la marcia per la libertà”, il 18 gennaio 2020: un primo ciclo di mobilitazioni nelle tintorie, culminato con le “multe Salvini” ricevute dai lavoratori per aver bloccato la strada con un minicorteo nell’estate del 2019 dopo che Caudiero era stata investita da un’automobile. Gli operai della Tintoria Superlativa scioperavano perché non avevano ricevuto lo stipendio per due mesi. La Questura elargì multe per blocco stradale da 4 mila euro l’una, contro 20 persone. Venne indetta la marcia per la libertà, fortemente limitata nell’autorizzazione del percorso; la protesta arrivò comunque fino a Piazza del Comune. “La manifestazione, rilanciata anche dal movimento delle Sardine, ebbe una larga partecipazione anche da fuori Prato,” ricorda Caudiero.
Il secondo fu il lungo sciopero alla Textprint, una stamperia tessile a conduzione cinese denunciata dai lavoratori per le condizioni d’impiego disumane. La lotta durò da gennaio a ottobre 2021. “Con questo sciopero è cambiato lo sguardo sulle nostre lotte”, racconta Caudiero. Nonostante le denunce dell’Ispettorato – che, “unico in città, ha sempre visto positivamente il nostro lavoro” –, il “Sistema Prato” si era schierato fino a quel momento contro operai e sindacato, definendoli violenti e bugiardi. Anche dopo l’attacco squadrista al presidio sindacale, la criminalizzazione dei lavoratori era proseguita al punto che “quando abbiamo fatto uno sciopero della fame in piazza del Comune, ci hanno sgomberati e arrestati in tre.” Ma con la lunga lotta alla Textprint, il dibattito sulla legittimità dell’azione del sindacato evolve. Ci vorrà un po’ perché il tribunale definisca illegittimi i licenziamenti, i part-time e i contratti di apprendistatoche vigevano in quella fabbrica, senza riconoscere, però, che si fosse trattato di sfruttamento, come denunciato dai lavoratori. Gli operai della Textprint sono stati finalmente risarciti e reintegrati con la sentenza del 30 ottobre 2024.
Il terzo momento è stato la grande manifestazione di Seano, in provincia, il 13 ottobre 2024, a sostegno dei lavoratori della pelletteria Lin Weidong e dei sindacalisti aggrediti dai titolari. Almeno tremila persone parteciparono al corteo, tra cui il Presidente della Regione Eugenio Giani, la CGIL Toscana e rappresentanti del Comune di Prato con una “presa di posizione corale, netta e decisa al diritto allo sciopero” da parte delle istituzioni locali. “Mentre nelle aggressioni del passato c’era sempre il tentativo di mettere in dubbio le modalità di sciopero e la sua legittimità”, lì è cambiata la narrazione tossica del victim blaming, del “te la sei andata a cercare”, spiega Caudiero.
“Mai più schiavi” del Made in Italy

Le lotte sono contagiose e mai come il caso del sindacato di base lo dimostrano. Gli scioperi nascono spesso per prossimità del luogo di lavoro, ma anche perché i lavoratori abitano insieme o nelle vicinanze. Arrivano ai SUDD Cobas grazie al passaparola, sanno oramai che lottare insieme può portare alla vittoria, al rispetto dei propri diritti. Non devono essere schiavi in questo Paese.
In questo modo, dalla lotta nella logistica presso Mondo Convenienza, durata sei mesi (maggio-novembre 2023), è sorta quella degli operai dei fornitori (Z Production ed Eurotaglio) di Montblanc: le aziende erano situate accanto al magazzino di Mondo Convenienza di Capalle, a Campi Bisenzio; ed è così che si è rafforzato anche il legame con i lavoratori della limitrofa ex GKN, che hanno portato cibo e solidarietà durante i mesi dello sciopero.
La moda rappresenta uno snodo cruciale. Dopo la tragedia di Teresa Moda, la Regione Toscana approvò il Piano Straordinario Regionale per il Lavoro Sicuro (2014-2019), che ha intensificato i controlli sulle aziende a conduzione cinese, complice una narrazione fuorviante e miope, lasciando però carta bianca alla filiera della moda. Una filiera che storicamente deresponsabilizza i committenti usufruendo, appunto, di un distretto parallelo: sin dagli anni Cinquanta e Sessanta, con le donne della zona che lavoravano a cottimo (e a nero) nelle proprie case, fino ad arrivare agli opifici cinesi, così le aziende si avvalgono dell’esternalizzazione del ciclo produttivo, obbligando, con le tariffe imposte alle società di appalto, ad abbassare il costo del lavoro. Tali criticità stanno emergendo con chiarezza, anche grazie all’inchiesta della procura di Milano che ha applicato l’articolo 34 del codice antimafia a Valentino Bags Lab, Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufactures Dior, e Loro Piana (Louis Vuitton).
“Non si può mettere alla berlina il Made in Italy” aveva risposto a ottobre Diego Della Valle, Ceo di Tod’s, a seguito della richiesta di amministrazione giudiziaria del suo brand da parte della Procura. Secondo i magistrati, anche Della Valle è responsabile di aver agevolato colposamente il caporalato nella filiera, specificamente per omessi controlli nella catena dei subappalti della produzione in opifici cinesi. Il Governo aveva risposto all’imprenditore con lo scudo penale.
“Permane oggi la mentalità che i lavoratori stranieri siano lavoratori o cittadini di serie B,” spiega Caudiero. “Sono visti spesso come soggetti sacrificabili, danni collaterali.”
Grazie all’opposizione dei sindacati, alla Campagna Abiti Puliti, alla pressione di parte della società civile, il 18 dicembre scorso lo scudo penale è stato stralciato. Un’altra vittoria, sebbene indiretta, del ciclo virtuoso innescato dai SUDD Cobas nel distretto e della maggiore attenzione mediatica (anche International) alle lotte del sindacato. Assieme ad Abiti Puliti, i SUDD Cobas nel settembre 2024 avevano lanciato la campagna Shame in Italy contro lo sfruttamento nel settore, con la richiesta a Montblanc (e al gruppo del lusso Richemont) di applicare la cosiddetta clausola sociale, secondo cui il committente che sposta il lavoro è tenuto a garantire continuità occupazionale agli operai del fornitore. Alle proteste davanti ai negozi di via Tornabuoni a Firenze, il gruppo del lusso aveva risposto con il DASPO sindacale (poi ritirato).
Il Made in Italy non garantisce sostenibilità e soprattutto accountability, visto che le commesse di Montblanc, come mostrato nel documentario di Al Jazeera Inside Italy’s Designer Bag Sweatshop, erano state spostate a poche centinaia di metri, secondo un “sistema di delocalizzazione punitiva in loco”.
“Dalle fabbriche alle cucine. Il nostro coraggio è la vostra fine”
A fronte di un blocco governativo e padronale, i SUDD Cobas si pongono quindi come i rappresentanti di un’emergente fetta di popolazione di sfruttati che reclama diritti. Le loro richieste sono semplici: vogliono una vita bella, cioè, non vivere per lavorare soltanto. Vogliono “l’altra faccia” di cui parla Taimoor.
Nei giorni in cui la cucina italiana diventa patrimonio Unesco, il nuovo fronte di lotta nella ristorazione appare così come una naturale conseguenza, un’altra battaglia, visto che con l’immigrazione straniera sono arrivati a Prato anche molti nuovi ristoranti, specie etnici.
“I turni spezzati fanno sì che spesso i lavoratori abbiano due ore di tempo libero (ma non pagato) nel pomeriggio prima di poter riattaccare fino a notte fonda”, racconta Cosimo Barbagli dei SUDD Cobas. “Non c’è modo di riposarsi, o di andare a casa”. Anche Cosimo era al presidio allo Scintilla la sera dell’aggressione. Al ristopub, che resta aperto fino alle 3 di notte, si scioperava perché Hsan lavorava 12 ore per 7 giorni per 1.300 euro al mese.
Cosimo si è unito attivamente al sindacato durante lo sciopero a Mondo Convenienza, ha lavorato nel suo quartiere di San Frediano come cameriere; “come qualsiasi ragazzo tra i 20 e i 30 anni a Firenze”.
Cosimo è poco più grande di Hsan, ha studiato la geografia del lavoro nelle imprese che si trovano nel centro storico di Firenze dove “ci sono zone con 400 esercizi di ristorazione per km quadrato”. Parla dei processi di foodification, una categoria interpretativa utile per capire come una monocultura (in questo caso la vendita e il consumo di cibo) si imponga, sostituendo le strutture commerciali precedenti.
“Esiste quest’idea che lavorare nella ristorazione sia una cosa temporanea e coinvolga soprattutto persone giovani,” racconta la sindacalista. “Ma la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori vivono del proprio salario, e hanno spesso studiato per lavorare nel settore”.
“L’inquadramento salariale del CCNL del Turismo prevede un quinto livello che equivale a 1.480 euro lordi,” continua. Nel settore “esiste un alto livello di lavoro nero. Non è garantita la malattia dal primo giorno ma solo dal settimo. Su questo aspetto i SUDD Cobas, racconta Caudiero, stanno ottenendo condizioni migliorative rispetto anche ai contratti nazionali. “La malattia viene pagata dal primo giorno.”
Barbagli spiega che la contrattazione è spesso portata avanti a livello individuale; e anche per questo la ristorazione rappresenta l’ultima frontiera delle lotte tra gli “insindacalizzabili”.
A dimostrazione che il clima è cambiato, però, oggi ci sono aziende, sia nel tessile che nella ristorazione, che firmano first che il sindacato dichiari sciopero.
L’adesione di uno dei lavoratori ai SUDD Cobas è sufficiente per fare paura ai titolari. È il caso di Akhram, 47 anni, da sette a Prato, pakistano, che lavora in un ristorante sushi di un centro commerciale cittadino. Akhram è entrato nel sindacato da circa un anno. Prima lavorava in un pronto moda cinese, “sempre a nero”. “Grazie a SUDD Cobas mi hanno fatto il contratto”, racconta, ma poi “Il capo è scappato.”
Akhram ha trovato lavoro al ristorante sushi e subito hanno fatto il contratto 8×5 a due di loro, entrambi iscritti al sindacato.
Il primo sciopero nella ristorazione risale all’estate di quest’anno. È inserito negli Strike Days, e l’iniziativa viene chiamata All You Can Strike, dalla famosa formula all you can eat. “Alcuni lavoratori si sono rivolti a noi denunciando condizioni di sfruttamento,” racconta Caudiero. “Turni di 11-12 ore, 7 giorni su 7, contratti di part time pagati a 700 euro, e 500 euro dati a nero.” Il “lavoro grigio”, meno identificabile perché sfugge più facilmente ai controlli. I lavoratori non erano inquadrati, anche qui avevano le mansioni più diverse. Conoscevano il sindacato per via di amici o coinquilini che hanno fatto le lotte nel tessile.
Così, un sabato di inizio luglio i SUDD Cobas fanno un picchetto davanti al Sushi Dream. “L’idea è sempre che la nostra presenza funzioni da deterrente,” continua la sindacalista. “Cosa che di per sé è efficace visto che non sono molte le persone che vanno senza problemi a mangiare in un posto dove si denunciano determinate condizioni di lavoro, o con di fianco delle persone che fanno cori e urlano.” Ed è un’altra vittoria negli Strike Days.
Un bisogno condiviso di trasparenza e onestà
Caudiero parla della grande capacità di azione che porta la pratica dello sciopero ma anche dei “vicoli ciechi in cui si entra quando si cerca di perseguire le aziende da un punto di vista vertenziale”, della mancanza di coraggio delle istituzioni (per dire, “la Regione non ha mai chiamato Montblanc ad un tavolo”).
Porta l’esempio della lotta a Mondo Convenienza, quando nel 2023 gli scioperi si stavano allargando ad altri magazzini. Le mobilitazioni furono amputate dalla firma degli accordi separati dei Si Cobas nazionali. “Come annunciare una vittoria che però tale non era – l’applicazione del contratto della logistica a tutti gli appalti avverrà solo diversi mesi dopo quella firma, con l’accordo firmato dai confederali, a inizio 2024 – per noi che conoscevamo bene la situazione e sapevamo cosa era stato firmato”.
“Stare in quella smania di voler rappresentare delle vittorie quando non ci sono,” continua Caudiero. “Cosa che anche la controparte talvolta cerca di proporti, nel senso che può provare a convincerti ad avere una vittoria di facciata che ti puoi rivendicare, anche se nella realtà dei fatti non è così. Questa purtroppo è una tentazione in cui si può cadere ma che non fa fare passi in avanti al movimento nel suo complesso.”
“Anche su questo, Gkn è stata da esempio” riconosce Caudiero. “In questo condividere i vari passaggi della lotta e non nascondere le proprie debolezze e le difficoltà quando ci sono”.
La chiarezza di intenti e soprattutto “la sensazione concreta di poter cambiare le cose”, secondo Caudiero, è ciò che attrae tante persone, soprattutto giovani e giovanissimi, a diventare parte attiva del sindacato, che sia attraverso le mobilitazioni, gli scioperi o la scuola di italiano. “Cerchiamo di essere il più trasparenti possibili in ciò che facciamo”, prosegue. “Costruiamo assemblee pubbliche in cui spieghiamo quali sono le rivendicazioni, i punti di partenza, i passi da fare nella vertenza (…) Condividiamo risultati e sconfitte, il che è difficile a volte ma è anche una grande forza”.
CREDITI FOTO: © Silvia Giagnoni


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