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L’improvviso collasso del regime del clan Assad in Siria, avvenuto nel giro di pochi giorni nel dicembre scorso, è stato la diretta conseguenza della crisi del cosiddetto “asse della resistance”, il braccio armato del tentativo di egemonia dell’Iran sull’area che attraversa l’Iraq, la Siria e il Libano. La crisi è stata determinata dai colpi inferti dall’esercito israeliano agli Hezbollah libanesi ed allo stesso Iran, sulle cui baionette si reggeva da anni il regime siriano. L’altro potente sostenitore del regime, la Russia di Putin (il cui intervento militare diretto di dieci anni fa aveva salvato il regime), impantanato nella guerra in Ucraina, non è stato in grado di intervenire, se non per portare in salvo il dittatore e la sua famiglia.
La fine di un regime
L’esercito del regime si è rapidamente dissolto, non opponendo resistenza alle milizie ribelli, la principale delle quali è Hayat Tahrir al Sham (HTS), un tempo emanazione di Al Qaeda e di Daesh, dai quali ha preso le distanze a partire dal 2016 e che controllava già da anni la zona di Idlib, dove il regime aveva deportato centinaia di migliaia di Siriani provenienti dalle città che aveva progressivamente riconquistato.
La caduta del regime è stata accolta con entusiasmo dai siriani in patria e all’estero, dove erano stati costretti ad emigrare a milioni durante la guerra civile. Secondo i media siriani, finalmente liberi di informare, dallo scorso dicembre più di mezzo milione di persone ha fatto ritorno in Siria dai Paesi dove avevano trovato rifugio, principalmente Turchia e Libano. D’altro canto, stanno a loro volta lasciando la Siria, in direzione Libano, diverse migliaia di Alawiti, la setta sciita cui apparteneva lo stesso Assad e che costituiva l’ossatura del regime.
Particolare da non trascurare: immediatamente dopo la caduta del regime, Israele ha lanciato attacchi devastanti contro tutte le strutture militari siriane, distruggendone completamente la flotta, oltre a caserme, depositi di armi e aeroporti. L’esercito di Tel Aviv ha inoltre occupato vasti territori nel sud del Paese, aggiungendoli alle alture del Golan di cui si era già impossessato nel 1967. Il particolare è importante perché, in tutti i decenni precedenti, nonostante la retorica “antisionista” del regime degli Assad, la linea armistiziale sul Golan è stato il confine più tranquillo che Israele abbia mai avuto, dal quale non è volato nemmeno un sasso contro lo Stato ebraico che, a sua volta, non aveva mai colpito le strutture e le installazioni militari siriane con la forza messa in campo subito dopo la caduta del regime.
La situazione attuale in Siria è in continuo movimento e di non facile lettura. Il nuovo governo è guidato dal Presidente ad interim Ahmed Al Sharaa, leader di HTS con il nome di battaglia di Al Jolani, sulla cui testa penderebbe tuttora una taglia di dieci milioni di dollari emessa dagli Stati Uniti quando era considerato il capo di un’organizzazione terroristica. Recentemente, Al Sharaa è stato incontrato dal nuovo Presidente statunitense Donald Trump, che lo ha ricoperto di elogi e ha annunciato di voler revocare le sanctions a suo tempo imposte alla Siria, sulla scia di quanto già annunciato dalle potenze europee. In effetti, le condizioni del Paese sono disastrose e la sua ricostruzione si annuncia come un compito immane.
Le conseguenze di cinquanta anni di dittatura e quasi quindici di guerra civile sono devastanti. Dal punto di vista dell’economia, la struttura produttiva della Siria è quasi inesistente, al punto che negli ultimi anni i maggiori introiti – capitalizzati da Assad ed i suoi accoliti – provenivano dalla produzione ed esportazione del captagon, la sostanza metanfetaminica conosciuta anche come “droga del kamikaze”, molto diffusa nel Vicino Oriente. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato quello di chiudere le fabbriche del captagon e distruggere milioni di compresse pronte per la spedizione.
Altra iniziativa importante è stata la liberazione dei detenuti politici rinchiusi – alcuni, da decenni – nei lager del regime, come quello damasceno di Sednaya, dove i ribelli sono entrati insieme ai reporter di tutto il mondo, che hanno mostrato le celle buie, sporche e sovraffollate fino all’inverosimile, oltre ai terribili strumenti di tortura utilizzati dagli aguzzini di Assad, come una pressa meccanica nella quale i detenuti venivano schiacciati fino alla morte. Numerose anche le fosse comuni scoperte, contenenti migliaia di corpi di oppositori giustiziati sommariamente nel corso degli anni della tirannia.
Un mosaico da ricomporre
Il nuovo governo sta cercando di rimettere in piedi l’unità territoriale del Paese: ad oggi, oltre all’occupazione israeliana del Golan e di altri territori meridionali, quasi il 30% della Siria è ancora sotto il controllo delle milizie curde sostenute militarmente e politicamente dagli Stati Uniti, che vi hanno impiantato una mezza dozzina di basi militari. Si tratta di un’area a maggioranza araba molto più ampia di quella dove esiste una consistente popolazione curda, un’area essenziale per l’intera Siria, dato che lì si trova il 70% delle risorse idriche e petrolifere dell’intero Paese. Un accordo fra il nuovo governo di Damasco e l’amministrazione autonoma curdo-siriana del Nord Est è dunque imprescindibile per il futuro della Siria. In teoria, un accordo è già stato sottoscritto dall’inizio di quest’anno: prevede il passaggio dell’amministrazione al governo centrale, un’ampia autonomia per la minoranza curda – con il riconoscimento della sua identità e della lingua, sempre negati dal regime assadista – e l’integrazione delle milizie nel nuovo esercito siriano. L’implementazione di quell’accordo dovrebbe essere favorita anche dallo scioglimento del PKK turco-curdo e dall’avvio di un processo democratico da parte di Ankara, ma è inutile nascondersi le difficoltà che si incontrano sul terreno, a partire dalle resistenze che il processo innescato dallo storico leader curdo Abdullah Ocalan – tuttora detenuto nel carcere turco di Imrali – incontra in una parte dell’organizzazione, specialmente fra i curdo-turchi che si sono installati in Siria e il cui destino appare incerto. In questo senso, sarà determinante l’atteggiamento che assumerà Ankara, perché – allo stato attuale – non è ipotizzabile un ritorno dei curdo-turchi in un Paese dove sono ancora considerati come terroristi. L’atteggiamento di Ankara ed anche quello di Washington, dato che in questi anni è stata proprio la presenza delle truppe statunitensi a garantire la sopravvivenza dell’amministrazione autonoma del nord est siriano, ancora oggi, nei fatti, uno Stato nello Stato.
Altro banco di prova per il nuovo governo è quello che riguarda le minoranze che concorrono a formare il mosaico siriano, in particolare i già citati Alawiti.
La comunità da cui per decenni il regime di Assad ha tratto sostegno non gode, ovviamente, della simpatia della maggioranza che da quel regime è stata ferocemente oppressa. Nei primi mesi di quest’anno, dopo alcuni agguati mortali da parte di esponenti del vecchio regime contro le forze di sicurezza governative, nella regione a maggioranza alawita – quella costiera occidentale, con le città di Latakia e Tartus – si sono verificati massacri indiscriminati contro la minoranza un tempo privilegiata. Gli autori delle violenze sono stati in massima parte miliziani irregolari non sotto il controllo del governo, arrivati da diverse parti del Paese. A fare le spese della rappresaglia sono state anche molte persone innocenti, non coinvolte nelle brutalità del vecchio regime e colpevoli solo di essere identificate sulla base della loro identità religiosa e comunitaria. Sia durante che dopo le rappresaglie molti Alawiti hanno preso la via dell’esilio verso il Libano.
A conti fatti, va detto che poteva e potrebbe ancora andare molto peggio.
Mezzo secolo di dittatura feroce non possono non aver lasciato dietro di sé una scia di odio: in Siria non esiste praticamente una sola famiglia che non conti un martire, un torturato o uno scomparso e solo le anime belle possono pensare che una situazione del genere non provochi sentimenti di vendetta. Solo negli anni successivi all’inizio della rivolta del 2011 si contano almeno mezzo milione di morti, un numero ancora imprecisato di desaparecidos, milioni di sfollati, intere città distrutte dai soldati e dalle milizie di Bashar Assad, oltre che dai pasdaran iraniani, dagli Hezbollah libanesi e dai bombardamenti russi, mentre il mondo stava sostanzialmente a guardare, non diversamente da quanto sta accadendo con il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. Impensabile che in milioni di Siriani non bruci la fiamma della vendetta contro chi è sempre stato visto come il pilastro del regime criminale.
Bisogna anche dire che il nuovo governo sembra riuscito a contenere la violenza, anche se con grandi difficoltà ed esitazioni, riscontrabili anche in una vicenda di segno opposto, che è utile raccontare perché illustra abbastanza chiaramente la confusione che ancora domina lo scenario siriano.
Qualcuno ricorderà la vicenda di suor Agnes Mariam La Croix, negli anni scorsi attivissima nella promozione del regime di Bashar Assad, attraverso una propaganda malamente mascherata come opera di riconciliazione. La suora si è mossa molto negli ambienti cattolici europei, segnatamente quelli più conservatori, incassandone il sostegno insieme con quello di organizzazioni apertamente nazifasciste ma anche di ambienti pacifisti e di sinistra (almeno, sedicenti tali). Fra l’altro, la suora si è spesa per addossare alle forze ribelli la responsabilità dell’utilizzo di gas e armi chimiche in realtà impiegate massicciamente dal regime ed è anche stata coinvolta nell’assassinio del giornalista francese Gilles Jacquier, avvenuto ad Homs nel 2013, della cui morte la famiglia continua a ritenerla responsabile. Lo stesso anno, è stato ucciso ad Aleppo da un cecchino dell’esercito di Assad un altro giornalista francese, Yves Debai, mentre l’anno precedente aveva perso la vita la statunitense Marie Colvin, uccisa anche lei ad Homs da un bombardamento mirato dell’artiglieria siriana. In tutti questi casi, come in altri, la propaganda di Assad, con il valido contributo di suor La Croix, ha tentato di addossare la responsabilità dell’assassinio dei giornalisti alle milizie ribelli.
Nonostante il suo curriculum assadista, lo scorso 21 marzo suor La Croix è stata ricevuta dal Ministro della Sanità del governo ad interim siriano, Maher Al-Sharaa, con il quale, secondo i media siriani, avrebbe discusso le prospettive per una cooperazione nel settore sanitario, particolarmente in relazione alla cura dei pazienti oncologici e dei dializzati. Naturalmente, sia in Siria che all’estero sono montate le proteste nei confronti di un’interlocuzione che sapeva tanto di riabilitazione e, poche settimane dopo, nei confronti della suora collaborazionista è stato emesso un mandato di cattura.
I palestinesi in Siria
Un aspetto importante della situazione siriana è quello che riguarda i rifugiati palestinesi. Dopo la Nakba del 1948, molti Palestinesi trovarono rifugio in Siria e negli ultimi anni il loro numero aveva raggiunto le 560.000 unità, con il campo di Yarmouk, a Damasco, che ne ospitava circa 160.000 ed era per questo definito come la capitale della diaspora palestinese. A Damasco avevano il loro quartier generale molte organizzazioni palestinesi appartenenti al cosiddetto “fronte del rifiuto”, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), oltre ad Hamas e ad alcune organizzazioni emanazione diretta del regime di Assad, come il Fronte Popolare – Comando Generale, fondato da Ahmed Jibril da una scissione con il FPLP e la Saiqa. Va ricordato che il dittatore Hafez Assad, il padre di Bashar, tentò a più riprese di impadronirsi della resistenza palestinese, anche entrando in aperto conflitto con l’OLP guidata da Arafat. Il terreno dello scontro fu principalmente il Libano, dove sin dalla prima metà degli anni 70 fino a tutti gli anni 80 del secolo scorso Assad padre tentò di eliminare l’OLP, fino alla “guerra dei campi” successiva all’invasione israeliana del 1982, che causò nei campi palestinesi distruzioni ancora oggi evidenti.
Allo scoppio della rivolta siriana nel 2011, molti palestinesi presero le parti dei ribelli e anche contro di loro si scatenò la brutalità del regime. Circa 120.000 rifugiati palestinesi furono costretti a lasciare la Siria, mentre il campo di Yarmouk subì un lunghissimo assedio, durante il quale venne usato come arma di guerra anche l’affamamento della popolazione, che causò la morte per denutrizione di molti Palestinesi, in gran parte bambini.. Fra i crimini commessi dalle forze di Assad contro i rifugiati palestinesi, va ricordato anche quello commesso nel 2012, quando la moschea fAbdel Qadir Al-Husseini venne colpita dai bombardamenti del regime mentre era gremita di persone, che si erano rifugiate lì credendo di essere al sicuro.
Al termine dell’assedio, il campo risultò quasi completamente distrutto: dei 160.000 abitanti originari, ne erano rimasti solo 8.000. Ancora oggi il campo di Yarmouk è quasi completamente inagibile e mancano del tutto i servizi essenziali, come l’acqua corrente e l’energia elettrica.
Alla repressione contro i palestinesi, a Yarmouk e altrove, aveva collaborato attivamente il Fronte Popolare – Comando Generale, la cui ultima azione contro Israele, peraltro, risale al lontano 1983. L’organizzazione fondata da Jibril è da sempre inesistente sia a Gaza che nella West Bank e mantiene una qualche presenza solo in alcuni campi dei rifugiati palestinesi in Libano.
Il campo di Yarmouk ha conosciuto anche la sua parziale occupazione da parte dei miliziani di Daesh, che ha portato ad ulteriori scontri, vittime e devastazioni.
Dopo la caduta del regime, la situazione dei rifugiati palestinesi in Siria è all’insegna dell’incertezza. Se le organizzazioni collaborazioniste con il regime di Assad vengono represse (le sedi del FP-CG sono state chiuse ed il suo segretario generale messo agli arresti), a tutte le altre è richiesto di disarmare e di limitare l’attività ai terreni politico e umanitario, mentre appaiono normali le relazioni diplomatiche con l’Autorità Nazionale Palestinese, la cui ambasciata a Damasco è regolarmente in funzione. Ad oggi, oltretutto, non sono disponibili dati rispetto al numero di Palestinesi che abbiano fatto ritorno in Siria, ma è legittimo pensare che non siano moltissimi, viste le condizioni in cui si trovano i campi che dovrebbero tornare ad ospitarli.
Un futuro ancora da scrivere
L’incertezza in Siria non riguarda solo il destino dei rifugiati palestinesi. Le questioni aperte sono moltissime e si riconducono tutte allo stato in cui il regime di Assad ha ridotto il Paese. Il sistema produttivo è fermo, la pubblica amministrazione destrutturata, i servizi di base sono quasi inesistenti e manca ancora un apparato di sicurezza vero e proprio. Non esiste nemmeno un esercito regolare, sia perché gli ufficiali – gran parte dei quali Alawiti – si sono dati alla fuga e moltissimi soldati hanno disertato, sia perché i bombardamenti israeliani hanno distrutto la gran parte delle strutture. Di fatto, la sola forza armata esistente è costituita dalle milizie di HTS ed altri gruppi, la cui disciplina non è precisamente ferrea. In tutto questo, non esistono forze politiche organizzate, perché i partiti del vecchio regime – il Baath, il Partito Nazional Sociale Siriano ed altri – sono stati ovviamente sciolti e nuove forze politiche, dopo mezzo secolo di dittatura, faticano a strutturarsi. E’ in corso un dibattito per stabilire le regole per la formazione di partiti, ma è ancora lontano dal giungere ad una definizione.
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Rivolgendo lo sguardo verso gli aspetti positivi della situazione siriana attuale, partiamo dal presupposto che il rovesciamento della dittatura del clan Assad è di per sé un elemento positivo e che induce alla speranza.
In primo luogo, sarebbe un grave errore guardare al rovesciamento del regime come ad una questione puramente militare: il collasso del tiranno è stato salutato da enormi manifestazioni di massa, che testimoniano dell’esistenza e del risveglio di una società civile attiva e reattiva, in grado anche di contestare le decisioni del nuovo governo che ritiene inappropriate, come nel caso di suor La Croix e in quello del Ministro della Giustizia, Shadi al Waisi, obiettivo di forti contestazioni e di cui si chiedono le dimissioni. Ora è possibile accedere ad organi di informazione indipendenti, che danno voce alle critiche nei confronti del nuovo governo ed anche le manifestazioni popolari non vengono impedite, cosa impensabile sotto il vecchio regime.
In secondo luogo, quello che continua ad essere etichettato come “ex tagliagole jihadista”, cioè il Presidente ad interim Al Sharaa, sta dimostrando un grande pragmatismo e il suo lavoro per accreditare la nuova Siria presso la comunità internazionale sembra dare i primi frutti importanti, a partire dalla revoca delle sanzioni economiche da parte degli U.S.A. e dell’Unione Europea.
Come già detto, le sfide per la nuova Siria sono immani ed i nemici non mancano. Se gli alleati del vecchio regime Iran e Hezbollah non appaiono in grado di svolgere una funzione destabilizzante e la Russia sta addirittura cercando accordi con il nuovo governo per mantenere le sue basi navali a Latakia e Tartus, i problemi arrivano da altre parti. Dei Curdi si è già detto e l’auspicio è quello che vada in porto il processo di integrazione nel nuovo assetto siriano, magari contenendo l’invadenza della Turchia, che ha certamente svolto un ruolo nella caduta del regime di Assad ma che dovrebbe guardarsi dalla tentazione di pensare alla nuova Siria come ad un suo protettorato.
Chi punta alla disgregazione della Siria è soprattutto Israele. La distruzione delle strutture militari siriane, l’occupazione di altro territorio nel sud del Paese e la manifesta intenzione di ergersi a protettore (non richiesto) della minoranza drusa, sono tutti atti che vanno nella direzione di impedire la costruzione di una Siria unita e democratica, aldilà ed al di sopra dei comunitarismi etnici e religiosi. In altre parole, dal punto di vista del nazionalismo sionista, una Siria libera e democratica rappresenta il rischio di un modello alternativo, non basato – come lo è Israele – su teocrazia e suprematismo. E’ lo stesso motivo per cui, come ci ricorda Gilbert Achcar, Israele ha attaccato ripetutamente il Libano, a sua volta modello, per quanto imperfetto, di convivenza fra le diversità, cosa che rappresenta la negazione dell’idea di Stato incarnata dal sionismo revisionista della destra israeliana.
La Siria di oggi non è in grado di difendersi militarmente dalle aggressioni israeliane e non ha altra scelta che quella di perseguire pazientemente la propria ricostruzione, che si trova ad affrontare ogni genere di problemi, anche quelli che, di fronte all’enormità del disastro, possono apparire surreali. Per esempio, i media siriani scrivono con preoccupazione che a Damasco c’è il problema del traffico e non è una citazione della celebre battuta del film Jhonny Stecchino… la circolazione automobilistica a Damasco è veramente caotica, a causa della mancanza di vigili urbani, e le vittime di incidenti sono nunerose. Da Aleppo, invece, si segnalano le difficoltà dovute al fatto che tutti i mezzi di trasporto pubblico interrompono il servizio a mezzanotte, il che penalizza tutti quelli che svolgono lavori notturni, che si trovano nell’impossibilità di tornare alle proprie case, spesso lontane dal posto di lavoro, in una realtà dove il costo di una corsa notturna in taxi equivale alla metà di uno stipendio.
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Sarebbe importante se si assumesse la solidarietà con la società civile siriana come un elemento dell’azione politica e sociale in The West, anche nel nostro Paese, dove la complicità di molti con il regime di Assad ha toccato gli abissi più disgustosi, accompagnata dall’assordante silenzio di troppi. I Siriani hanno bisogno di tutto, dai servizi di base – scuole, ospedali, trasporti, ecc. – alle infrastrutture. Esiste anche il rischio che il Paese venga letteralmente preso in ostaggio dagli attori internazionali economicamente più forti, quelli che sono in grado di mettere in campo i finanziamenti necessari ma non lo fanno certamente con spirito di solidarietà. Altri Paesi ed altre economie hanno conosciuto il prezzo degli “aiuti” del Fondo Monetario Internazionale o di quelli forniti da altri Stati, in termini di indebitamento e conseguente subordinazione economica e politica.
È del tutto evidente che solo se riuscirà a resistere e sconfiggere i tentativi – esterni ed interni – di disgregazione su base etnica o confessionale la nuova Siria potrà costruire il proprio futuro. Sostenerla sul cammino della democrazia è il modo migliore per aiutarla la Siria a rinascere dalle proprie ceneri.
PHOTO CREDITS: Hossam el-Hamalawy, Flickr – CC BY 2.0

