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Questo articolo è parte del primo numero di Dis/Ordine, la nuova newsletter di Kritica, a cura di Dario Morgante. Dalla pretesa impossibile dell’ordine autoritario nasce il dis/ordine, ed è in questo crinale che Kritica si situa per osservare, raccontare e analizzare le trasformazioni dell’ordine pubblico, dalle politiche di sicurezza agli strumenti con cui lo Stato soffoca il conflitto sociale, reprime il dissenso, demonizza la critica e ridisegna il perimetro delle libertà.
Attraverso longform, interviste, materiale audio e video e notizie, proveremo ad andare oltre la cronaca già scritta, con al centro una missione principale: non lasciare senza voce chi viene preso a bersaglio e obbligato a pagare il prezzo.
Questo primo numero è un racconto di ciò che è avvenuto nelle principali piazze italiane sabato 24 ottobre, quando in tre città in particolare – Roma, Bologna, Torino – la repressione di polizia si è avventata sui manifestanti producendo atti di violenza inusitata di cui la cronaca mainstream, del tutto presa dalla mostrificazione di Youssef Siher, non ha parlato affatto.
Gli antefatti e il fatto che precedono il racconto che segue si trovano qui.
Alle 14.30 di sabato 24 ottobre, gli appuntamenti promessi dal Movimento 17 ottobre non arrivano. Nei giorni precedenti, gli organizzatori – ancora anonimi – avevano annunciato nuove mobilitazioni contro il carovita e il governo Meloni, spiegando che i luoghi di ritrovo sarebbero stati comunicati soltanto all’ultimo momento, per evitare un’ovvia militarizzazione delle piazze. Ma quando arriva l’ora fissata, i canali social restano silenziosi. Intanto circolano le notizie sul fermo di Youssef Siher, poi non convalidato dalla Gip di Milano.
“Dove ci si ritrova, allora?” si chiedono in molti e la risposta cambia da città in città. A Bologna la risposta arriva attraverso il passaparola: piazza del Nettuno. A Torino esiste già la convocazione della manifestazione contro il riarmo promossa da Askatasuna e dal coordinamento contro il riarmo a piazza Castello. A Roma, invece, accanto al corteo antimilitarista autorizzato da piazza della Repubblica ai Fori Imperiali, sono gli studenti a dare vita a una marcia spontanea nel centro della città.
Nel mentre, si contano migliaia di identificazioni preventive, controlli e cordoni di polizia .
Roma: la vetrina d’Italia e il corteo che non si lascia recintare
Nella Capitale, già nel primo pomeriggio, la polizia ha identificato oltre cinquanta giovani, anche minorenni, e ne ha accompagnati venti in Questura.
Il racconto di una diciottenne romana emerge tra gli altri: fermata insieme ad alcuni compagni mentre cercava di raggiungere la manifestazione, è stata portata in commissariato, privata del telefono per diverse ore e trattenuta senza che, secondo il suo racconto, le venisse spiegato il motivo. Nelle sue tasche, soltanto il cellulare e un pacchetto di gomme. «Io indossavo solo una felpa nera, senza neanche il cappuccio. Magari mi hanno fermato per quella», ha poi raccontato.
Più tardi, ai Fori Imperiali, quando si conclude il corteo antimilitarista autorizzato, partito da piazza della Repubblica, numerosi studenti e giovanissimi, in attesa di indicazioni dal Movimento 17 ottobre, si riuniscono. Verso le 17 cominciano una marcia spontanea verso il Colosseo, provando a “occuparlo” simbolicamente, senza però riuscirci.
Roma, 24.10.2026, video di Dario Morgante
Alcuni manifestanti entrano nel sito per pochi minuti, mentre gli addetti alla sicurezza cercano di chiudere i cancelli. Si verificano momenti di tensione, senza alcun danno o ferito accidentale. Il Ministero della Cultura parla immediatamente di un’«improvvisa, temporanea irruzione» nel Parco archeologico. La scena diventa per alcune ore la prima notizia di molti siti online. RaiNews titola «Il Colosseo preso d’assalto», mentre le dirette dei quotidiani nazionali insistono sull’ingresso dei manifestanti nell’Anfiteatro.
La marcia prosegue per ore nel centro. Il dispositivo visibile delle forze di polizia non è imponente, come invece lo è, nelle stesse ore, a Bologna e Torino. Nella capitale sono solo alcune decine di agenti in tenuta antisommossa a posizionarsi in testa al corteo, seguendone gli spostamenti. Davanti a Santa Maria Maggiore i manifestanti si fermano e parlano con gli agenti in testa al dispositivo. Poi ripartono, passano accanto alla stazione Termini e la superano senza essere bloccati. Lungo il tragitto, il corteo non mette in scena alcuna pratica di danneggiamento delle attività commerciali. Anzi, quando alcuni negozianti abbassano in fretta le serrande, spaventati dopo quanto accaduto a Milano il fine settimana precedente, dei manifestanti si fermano per tranquillizzarli, invitandoli a non avere paura.
La gestione della polizia nella capitale sembra affidarsi soprattutto al «lasciar fare»: seguire la marcia, mantenerla sotto controllo, evitare di moltiplicare i punti di contatto. Ed evitare gli scontri quanto più possibile. Perciò, non viene imposta un’estesa zona rossa mobile capace di bloccare ogni avanzamento e la situazione cambia parzialmente soltanto quando la marcia si avvicina ai luoghi istituzionali, nei pressi del Quirinale e del Ministero dell’Economia. Il corteo viene fermato tra via Nazionale e via Vittorio Emanuele Orlando, nella zona di largo Santa Susanna. La strada è stretta, il passaggio sbarrato. L’attesa si prolunga e la tensione sale. Alcuni manifestanti si avvicinano al cordone immobile; seguono scontri fisici e la polizia che interviene con cariche e idranti.
Per Roma, città simbolo e sede del potere nazionale, è già una notizia che un corteo non autorizzato attraversi il centro storico, lambisca il principale snodo ferroviario del Paese e scandisca cori a pochi passi dai palazzi del governo. Infatti, nonostante la capillarità di collettivi, organizzazioni e realtà politiche di movimento, nella Capitale è relativamente raro assistere a scontri della portata di quelli che hanno segnato altri grandi centri urbani italiani. La giornata di sabato incrina questa eccezionalità: dimostra che nemmeno Roma è impermeabile all’ondata di conflittualità che sta attraversando il Paese.
Roma, 24.10.2026, video di Dario Morgante
Bologna: la brutalità che quasi uccide
A Bologna, a un anno dalla brutale repressione sperimentata dal movimento «Blocchiamo Tutto», insorto in occasione del blocco illegale della Flotilla, ogni piazza convocata porta con sé l’eredità delle ferite precedenti. Una memoria, insieme a un senso di ingiustizia e impunità, che pesa ormai su ogni presidio nella città di Lince, la giovane donna che ha perso la vista da un occhio dopo essere stata colpita al volto da un lacrimogeno, e di Abderrahim Fakir, 42 anni, ucciso il 19 luglio dopo essere stato immobilizzato a faccia in giù e ammanettato da due agenti nel quartiere Pilastro mentre – come riportano le cronache più recenti – dicevano tra loro: «È schiattato, ah», «C… me ne frega a me», «Se schiatta ci divertiamo».
Il 24 ottobre, anche a Bologna il punto di ritrovo del Movimento 17 ottobre resta incerto fino all’ultimo. La convocazione circola online e attraverso il passaparola; infine, circa un migliaio di persone si raduna in piazza del Nettuno. All’inizio è un’assemblea pubblica spontanea, con interventi sul carovita, sulla Palestina e sulle ragioni della protesta. Quando il gruppo si incammina lungo via Ugo Bassi e via Marconi in direzione della stazione, la situazione cambia. In piazza dei Martiri la polizia blocca il passaggio. Seguono cariche, lacrimogeni e idranti; il corteo si divide e si ricompone, mentre gli scontri si spostano tra via Marconi e via Riva di Reno.
La polizia utilizza una brutalità ritenuta inedita ed esasperata anche per i più avvezzi alle proteste del capoluogo emiliano. Manifestanti inseguiti o fatti inginocchiare in gruppo, lacrimogeni sparati sotto i portici, anche ad altezza volto, persone ferite anche gravemente. Di seguito una testimonianza esclusiva, e alcune altre riprese anche da diversi media.

Sam: «Mi sono messo davanti per proteggerla»
Sam ha 36 anni, è laureato e lavora nel settore della contabilità. È sceso in piazza per stare accanto agli autotrasportatori del Sud e agli studenti, anche perché in passato è stato studente fuorisede. Racconta di essere rimasto in prima fila, con le mani alzate, provando a evitare che la tensione degenerasse.
«Sono stato in prima fila con le mani alte per tutto il tempo. Ho cercato anche di evitare la de-escalation nei confronti dei poliziotti, ma era difficile».
In piazza dei Martiri, racconta a Kritica, ha visto una ragazza perdere molto sangue dal volto. Più tardi, durante una carica, un’altra giovane è caduta in un’aiuola. «Mi sono buttato su di lei facendo lo slalom tra gli sbirri, per cercare di proteggerla». Quando si rialza, un agente lo colpisce al volto con una manganellata. Si ritrova con la faccia piena di sangue.
Sam racconta anche di aver visto un gruppo di circa venti manifestanti isolato sotto un porticato, circondato dagli agenti. Ai ragazzi sarebbe stato ordinato di inginocchiarsi; lui si è rifiutato ed è poi stato colpito di nuovo.

Diego: «Avevo le mani alzate»
Il volto insanguinato che circola sui social è quello di Diego, 22 anni, cameriere. Si è trasferito da poco a Bologna, guadagna circa 900-1.000 euro al mese e paga 650 euro d’affitto. Nel suo tempo libero, prima di andare al lavoro, è passato in piazza per manifestare contro il carovita, gli stipendi bassi e il costo della casa.
Quando il corteo si scioglie in gruppi e la circolazione è bloccata, Diego si dirige a piedi verso il lavoro. Si ritrova in via Riva di Reno, durante una carica della polizia, e cerca di spostarsi ai margini della strada. Rimane fermo nell’aiuola con le mani alzate.
«Il primo poliziotto cerca di colpirmi, ma mi sfiora. Invece il secondo si vede palesemente che mi dà una manganellata a sfregio in testa».
Diego racconta di non essersi accorto subito della ferita, preso dall’adrenalina. Sono i soccorritori della manifestazione a segnalargli che sta perdendo sangue e a medicarlo. A riprendere la scena è Massimiliano Tripodo, giornalista freelance, che racconta di essere stato a sua volta manganellato mentre stava documentando gli scontri.
Il ragazzo a terra: le immagini di ActaMedia
Poco prima delle 21, in via Marconi, un altro manifestante viene afferrato per il cappuccio e scaraventato a terra. Il video diffuso da ActaMedia, ripreso anche da la Repubblica, mostra un agente che lo immobilizza con un ginocchio sulla schiena. Il giovane sembra perdere conoscenza e comincia ad avere difficoltà respiratorie. Attorno, i manifestanti gridano: «Così non lo fate respirare». Un agente replica: «Macché ammazzo, che non gli sto neanche seduto sopra».
I presenti chiedono che il ragazzo venga lasciato e invocano l’arrivo di un’ambulanza. Un soccorritore racconta che, quando è arrivato, gli agenti erano ancora sopra il giovane per tenerlo fermo.
L’arrivo dell’ambulanza non mette immediatamente fine alla tensione: il getto dell’idrante continua a investire la zona e colpisce per alcuni minuti anche il mezzo di soccorso.
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Il ragazzo, poi dimostratosi cosciente, è stato portato in “codice 2” al pronto e dimesso nella notte.
La denuncia di Lince-Occhi sugli abusi
La ferita più grave della giornata, sulla quale al momento è richiesto il massimo riserbo, è quella di una manifestante colpita al volto dal getto dell’idrante in piazza dei Martiri. Il colpo interessa un occhio e la ragazza viene ricoverata in condizioni serie: nei giorni successivi non riesce ancora a vedere dall’occhio colpito. Il caso è seguito da Lince – Occhi sugli abusi, la campagna nata dopo la mutilazione oculare della giovane donna colpita da un lacrimogeno il 2 ottobre 2025.
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Torino: il corteo, i lacrimogeni e l’auto della Digos
A Torino, il 24 ottobre, la piazza ha già una convocazione autorizzata. «Noi la guerra non la vogliamo. No data center, no caro benzina, no invio di armi» recita lo slogan, annunciato dal coordinamento Torino contro il riarmo. Gli appuntamenti sono tre: piazza Castello, piazza Arbarello per gli studenti e Borgo Dora per gli attivisti del movimento No Data Center.
Le vetrine dei negozi del centro sono protette da pannelli o serrande abbassate; centinaia di agenti vengono schierati nelle vie principali e i droni sorvegliano gli spostamenti dall’alto. Sullo sfondo c’è una stagione di scontri e procedimenti giudiziari che si trascina da oltre un anno, dalle mobilitazioni per la Palestina e la Global Sumud Flotilla fino al conflitto intorno ad Askatasuna.
Up The Manifesto, Rita Rapisardi ha seguito l’ondata di misure cautelari e denunce che ha coinvolto giovani e giovanissimi dopo le proteste dell’autunno 2025: otto misure cautelari, cinque delle quali a carico di minorenni, e una successiva inchiesta con diciotto provvedimenti richiesti dalla Procura nell’ambito della stagione di proteste torinesi. La repressione, per chi scende in strada a Torino, non comincia il 24 ottobre ma è già parte della memoria delle piazze di quest’ultimo anno
Il corteo parte da piazza Castello intorno alle 15. Gli studenti raggiungono gli altri gruppi, gli slogan contro il riarmo e il caro vita risuonano davanti alla Prefettura. Ma il percorso è interrotto quasi subito: quando la manifestazione prova a procedere verso via Po, la polizia carica. Un ragazzo in prima fila si toglie il casco, getta a terra i guanti e alza le mani per parlare con il cordone di agenti. Attorno si sentono urla di «Vergogna». La scena viene ripresa e circola sui social.
Il corteo viene bloccato e deviato più volte. La dinamica che racconta Lorenzo, vent’anni, studente universitario, è quella di una marcia fermata ripetutamente, lasciata passare in alcuni punti e nuovamente sbarrata poco più avanti. Dopo ore di attesa e cambi di direzione, con il calare del buio la tensione sale. Alcuni manifestanti lanciano oggetti contro gli agenti; la polizia risponde con lacrimogeni, cariche e idranti.
Lorenzo è in prima fila, insieme ad alcune ragazze che reggono uno striscione, nei pressi della Dora, all’altezza di corso Giulio Cesare secondo la sua ricostruzione. Per dieci o quindici minuti i manifestanti chiedono di poter avanzare. A un certo punto, racconta, un rider di Glovo viene lasciato passare dalla folla ma fermato dalla polizia. Alcuni iniziano a lanciare oggetti contro gli agenti.
«Io vedo i poliziotti che si preparano per lanciare i lacrimogeni e chiedo a quelli dietro di me di smetterla di lanciare le cose. Ma è successo tutto nel giro di venti secondi e ci hanno lanciato i lacrimogeni addosso».
Un amico di Lorenzo viene colpito all’addome da un lacrimogeno che esplode tra i piedi del gruppo. Lui fugge con la propria ragazza, che fatica a respirare. Altri manifestanti li aiutano, fornendo acqua e collirio per il bruciore e accompagnandoli lontano dalla zona degli scontri.
«Ci tengo a ringraziare chi era presente perché ci hanno scortati, ci hanno aiutati, ci hanno dato collirio e acqua per il bruciore e ci hanno accompagnati fuori con calma e senza creare troppo caos».
L’auto bianca in mezzo alla folla
Prima ancora che la manifestazione parta, una Citroën C3 bianca attraversa piazza Castello a velocità sostenuta, costringendo i partecipanti a scansarsi. Le persone gridano al conducente: «Vai piano, ma che fai!». Un secondo filmato mostra la vettura mentre fa retromarcia e alcuni agenti intervengono. Le ricostruzioni successive hanno indicato che l’auto apparteneva alla Digos; resta da chiarire la dinamica della manovra e perché un mezzo di polizia abbia attraversato una piazza gremita proprio mentre le forze dell’ordine ne controllavano gli accessi.
I lacrimogeni e la segnalazione di un grave ferito
Nel mentre, sempre il gruppo Lince – Occhi sugli abusi ha rilanciato una segnalazione relativa alla protesta della settimana precedente, quella del 17 ottobre. A quanto sostiene il gruppo, un manifestante sarebbe stato colpito al volto da un lacrimogeno, con possibili conseguenze oculari. La dinamica e l’entità delle lesioni devono ancora essere documentate con precisione, ma la segnalazione si inserisce in un contesto in cui l’impiego di questi dispositivi è già stato contestato.
Verso il 30 ottobre. Cosa aspettarsi?
La prossima tappa dell’autunno caldo italiano è quella di domani, venerdì 30 ottobre, quando lo sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base (Usb) porterà nuovamente lavoratori e studenti in piazza contro il carovita, il riarmo e le politiche del governo Meloni. Sono previste mobilitazioni in oltre 50 città e 18 regioni: da Bologna, con concentramento alle 9.30 in piazza Maggiore, a Milano, in piazza Duca d’Aosta, Roma, in piazza dei Cinquecento, Torino, Napoli, Palermo e decine di altre città. L’elenco degli appuntamenti è in aggiornamento nella mappa delle mobilitazioni di Chronocol e nel calendario nazionale dell’Usb.
Sulla mobilitazione pesa però la precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che ha ordinato il differimento dello sciopero nei settori dei trasporti interessati dalla franchigia prevista per la commemorazione dei defunti del 2 novembre. L’Usb ha confermato lo sciopero anche in questi comparti, contestando la legittimità del provvedimento e annunciando che non intende rispettarlo, pur consapevole delle possibili sanzioni. Il sindacato di base ha anche annunciato un servizio d’ordine interno e chiesto una manifestazione pacifica, rivendicando però di non voler fare «la polizia delle vetrine».
Nel frattempo, lo scontro si è spostato dentro le istituzioni. Dopo la decisione della gip di Milano Tiziana Landoni di non convalidare il fermo di Youssef Siher, Giorgia Meloni ha parlato di una «decisione vergognosa», mentre Salvini ha messo in discussione persino l’opportunità che il giudice risponda delle eventuali violenze future. Il Tribunale ha reagito alla propaganda di governo con un comunicato dai toni forti, seppur istituzionali, sottolineando come gli atteggiamenti del governo minino la solidità dello stato di diritto.
È dentro questo intreccio di rabbia sociale, repressione e delegittimazione delle decisioni giudiziarie che si attende la giornata di domani, con una particolare attenzione alle piazze più brutalizzate, come Torino e Bologna, e alle grandi metropoli come Milano e Roma.
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CREDITI VIDEO: Dario Morgante

