Tuesday 27/10/2026, 18:12
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Il catastrofico crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, costato la vita a 16 persone, ha segnato profondamente la Serbia. La tragedia è diventata il simbolo più evidente della disfunzionalità del sistema politico del Paese, anche alla luce dei lavori di ristrutturazione a cui la stazione era stata sottoposta pochi mesi prima. In seguito al disastro, le città serbe sono state attraversate da un’ondata di proteste di massa, che hanno visto gli studenti assumere un ruolo da protagonisti. Le manifestazioni studentesche e la dura repressione che ne è conseguita hanno segnato profondamente gli ultimi due anni della vita politica serba, innescando una crisi che ha messo a dura prova il governo. Nel gennaio 2025, le proteste degli studenti serbi hanno contribuito al clima politico che ha preceduto le dimissioni del primo ministro Miloš Vučević. La mobilitazione studentesca è tuttavia proseguita, affiancando alle richieste di giustizia e di riforma delle istituzioni quella di elezioni anticipate.
A causa delle pressioni, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato l’intenzione di lasciare anticipatamente la carica. A settembre ha sciolto il parlamento, ha convocato il voto anticipato per il 25 ottobre e si è dimesso per candidarsi a primo ministro.
È in questo contesto che il movimento studentesco ha deciso di trasformare la mobilitazione in una proposta elettorale, presentando una propria lista: Studentska lista – Studenti pobeđuju! (la Lista studentesca – Gli studenti vincono). La lista è riuscita ad affermarsi come prima forza politica, ottenendo un netto 52,9% dei voti, contro il 39,2% dell’alleanza Serba Unita guidata dal Partito Progressista Serbo (SNS) di Vučić.
Lo storico risultato degli studenti è stato favorito anche dal sostegno della maggior parte degli altri partiti d’opposizione (eccetto per le liste delle minoranze etniche), che hanno scelto di farsi da parte per concentrare il voto sulla Lista degli Studenti.
Nel corso degli ultimi due anni, il movimento ha scelto di non dotarsi di un leader riconoscibile, adottando una strategia volta a limitare il rischio di campagne diffamatorie da parte dei media filogovernativi e a preservare il carattere collettivo della mobilitazione. Coerentemente con questa impostazione, anche la selezione dei candidati e la definizione del programma elettorale sono state affidate alle assemblee universitarie, mantenendo un processo decisionale partecipativo. Il programma pone al centro la lotta alla corruzione e la trasparenza, individuandole come priorità per il rinnovamento politico del Paese. Una proposta che ha permesso al movimento di intercettare il malcontento trasversale nei confronti dei governi di Vučić, raccogliendo consensi ben oltre i tradizionali confini tra destra e sinistra.
Le strategie che si sono rivelate particolarmente efficaci durante le manifestazioni e nella successiva competizione elettorale rischiano, tuttavia, di mostrare i propri limiti una volta al governo, con il pericolo di deludere inevitabilmente una parte dell’elettorato. La stessa ipotesi di un governo tecnico, incaricato di attuare riforme all’insegna della modernizzazione e della trasparenza per poi tornare alle urne dopo dodici mesi, mette in luce una possibile contraddizione. Il passaggio dalla protesta alle istituzioni si presenta così come la prova più difficile per un movimento la cui forza è stata, finora, proprio la capacità di mantenere unito un fronte eterogeneo attorno a obiettivi condivisi.

Per comprendere le dinamiche interne e le prospettive del movimento, abbiamo intervistato Ana Milosavljević, giornalista freelance con base a Belgrado, che ha collaborato con diverse testate, tra cui The Guardian e media regionali. È inoltre un’attivista impegnata nel Balkan Solidarity Network, un’organizzazione che riunisce persone di tutta la regione nell’impegno a superare le divisioni nazionaliste in una lotta comune contro il capitalismo e l’imperialismo. Si definisce marxista. 

Il risultato delle elezioni è davvero l’inizio di un rovesciamento dei centri di potere in Serbia, o quelle strutture (apparati dello Stato, media, reti economiche legate al partito) sono abbastanza radicate da sopravvivere anche a questo voto? Per fare un esempio, le proteste contro la miniera di litio di Rio Tinto nella valle dello Jadar hanno mobilitato migliaia di persone. Il nuovo governo fermerà questo progetto e, più in generale, avrà un modello di sviluppo che non contraddica la sua natura di movimento nato contro la corruzione nei grandi investimenti? 

Non è tanto che le strutture esistenti siano legate all’ex partito di governo, quanto piuttosto che siano legate alla difesa del capitalismo e alla subordinazione alle potenze straniere. Da questo punto di vista, il programma degli studenti è per certi versi contraddittorio.

Per esempio, Zlatko Kokanović, noto agricoltore e tra i protagonisti della lotta contro la miniera di litio di Rio Tinto, è candidato nella Lista degli Studenti. Ha dichiarato che, una volta al potere, approveranno una legge che vieterà in modo permanente la ricerca e l’estrazione di litio in Serbia. Ma la Lista degli Studenti afferma anche che continuerà a coltivare buoni rapporti con l’UE, il principale sponsor della miniera di litio. Finora i rappresentanti dell’UE hanno accolto la vittoria della Lista degli Studenti a braccia aperte. Secondo me, se gli interessi economici e geopolitici dell’UE in Serbia fossero davvero minacciati, non avrebbe reagito con tanto entusiasmo. Resta quindi da vedere se questo divieto entrerà davvero in vigore e se la miniera di Rio Tinto verrà ufficialmente fermata, viste le contraddizioni in gioco.

Hai parlato anche di un modello di sviluppo. Negli ultimi trent’anni il governo serbo si è concentrato sull’attrarre investitori stranieri con manodopera a basso costo, normative ambientali permissive e generosi sussidi pubblici. Gli studenti dicono di voler porre fine a questa dinamica, selezionando con più attenzione quali investitori stranieri far arrivare in Serbia. Ma le leggi del profitto e del capitalismo sono piuttosto vincolanti in questo senso. Gli investitori tedeschi ed europei non hanno altro incentivo a costruire fabbriche in Serbia se non quello di ottenere un tasso di profitto più alto. Se questo viene messo in discussione, smetteranno semplicemente di venire in Serbia e si sposteranno altrove.

Ora che hanno la maggioranza, gli studenti dovranno mettere in pratica il progetto annunciato: un governo tecnico di transizione che riformi le istituzioni e porti il paese a nuove elezioni libere entro 12-18 mesi¹. Non c’è una contraddizione, per un movimento nato dai plenum e dalla democrazia diretta, nel consegnare il governo a tecnici che nessuno ha scelto in assemblea? 

Per quanto ne so, la Lista degli Studenti non si è impegnata a tenere nuove elezioni parlamentari entro 12-18 mesi. Ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento e formerà un nuovo governo nei prossimi 30 giorni.

La contraddizione che hai evidenziato è importante. Persino i 250 candidati degli studenti sono stati scelti esclusivamente attraverso i plenum studenteschi, senza la partecipazione del resto della popolazione. I cittadini serbi lo hanno ampiamente accettato, perché vedono gli studenti come una parte quasi mistica della società, “pulita” per così dire, cioè non ancora contaminata dalle forze politiche sporche che esistono davvero.

Naturalmente, c’è una lunga storia di nuovi politici e nuovi partiti che emergono dichiarandosi diversi, ma che una volta al potere finiscono per perpetuare lo status quo. È proprio così che è arrivato al potere anche il Partito Progressista Serbo di Vučić. Anche lui criticava la corruzione del governo e sosteneva di inaugurare una nuova era nella politica serba.

Se questa volta andrà diversamente resta da vedere, ma ho le mie riserve.

¹ La proposta di un governo di transizione della durata di dodici-diciotto mesi è stata riportata da diverse fonti italiane, ma al momento non trova conferma nei media serbi.

E come pensano di mantenere il controllo dal basso su quel governo una volta entrati nelle istituzioni?

La Lista degli Studenti non ha annunciato alcun piano né alcun meccanismo che consenta alla popolazione di esercitare un controllo sui suoi nuovi rappresentanti. Ci sono state dichiarazioni vaghe sul fatto che resteranno “vigili” nei confronti del nuovo governo, pronti a “denunciare ogni errore”, ma nessuno strumento concreto con cui gli studenti, o i cittadini in generale, possano far valere la propria volontà. Per esempio, né gli studenti né i cittadini avranno il potere di revocare un rappresentante se ritengono che agisca contro i loro interessi. Resta quindi da vedere come andranno le cose.

Secondo te il movimento si trasformerà in un partito e presenterà un proprio candidato alle elezioni per il nuovo capo dello Stato, previste entro la fine dell’anno?

Penso che la Lista degli Studenti sia già, in sostanza, un partito politico, solo in una forma nuova, e credo che presenterà un proprio candidato alle elezioni presidenziali. Visto com’è andato il voto parlamentare di domenica scorsa, penso che chiunque decidano di candidare abbia buone possibilità di vincere.

Dagli anni Novanta, dopo le guerre jugoslave, i genocidi e i bombardamenti NATO del 1999, la Serbia è cambiata radicalmente: la privatizzazione, già avviata sotto Milošević, ha trasformato il paese. Eppure le strutture di potere sono rimaste in gran parte le stesse. Vučić, che negli anni Novanta fu ministro dell’Informazione di Milošević, è forse il simbolo più evidente di questa continuità: tutto è cambiato perché nulla cambiasse. Oggi alcuni sondaggi danno la Studentska lista in testa. Per la prima volta da decenni, esiste una possibilità concreta di un rovesciamento radicale dei centri di potere in Serbia?

Sono piuttosto scettica sul fatto che la Lista degli Studenti appena eletta riesca a cambiare radicalmente il sistema in Serbia. Per esempio, se fossero davvero in grado di incriminare e perseguire tutti i politici corrotti del partito di governo, Vučić compreso, credo che quei leader sarebbero già scappati dal paese. Nel suo discorso di riconoscimento della sconfitta, Vučić ha dichiarato che il Partito Progressista Serbo farà opposizione in parlamento, segno che lui e l’SNS continueranno ad avere un ruolo attivo nella vita politica.

C’è anche qualcosa di molto interessante successo domenica, su cui varrebbe la pena indagare. Nelle ore precedenti ai risultati e al discorso di Vučić, reparti di polizia e gendarmeria circondavano le principali istituzioni di Belgrado: l’Assemblea nazionale, la Radiotelevisione serba, il municipio di Belgrado e la Commissione elettorale della Repubblica, dove si dovevano contare i voti. Uomini mascherati giravano per le strade e affluivano nel parco dove si stava rimettendo in piedi Ćacilend, il contro-accampamento sostenuto dal governo e pieno di criminali.

Tutti questi elementi facevano pensare a una possibile repressione violenta da parte di Vučić per restare al potere. Invece, all’improvviso, ha fatto un’inversione a U e ha riconosciuto la sconfitta in un modo per lui del tutto insolito. Varrebbe la pena indagare su cosa sia successo esattamente tra le 19 e le 21, perché evidentemente qualcosa di molto importante ha portato Vučić a un cambio di rotta così anomalo.

L’altro fattore da considerare è l’eterogeneità ideologica della Lista degli Studenti. Come ai tempi del rovesciamento di Milošević, tutti, da sinistra a destra, si sono uniti sotto un unico movimento ombrello. Ma una volta che movimenti di questo tipo arrivano al potere, fanno fatica a prendere decisioni, perché il principio che li univa, l’opposizione a questo o quel leader, viene meno.

Il motivo principale per cui non credo che la Lista degli Studenti sia in grado di cambiare il sistema in Serbia è che non ha rotto con i pilastri fondamentali dell’ordine esistente. È rimasta del tutto coerente con le posizioni nazionaliste e scioviniste serbe sulla Bosnia-Erzegovina e sul Kosovo.

Inoltre, non ha alcuna intenzione di cambiare il sistema economico che ha creato e sostenuto Vučić: il capitalismo. La sua priorità principale è la lotta alla corruzione, ma quella corruzione riguarda solo la ricchezza che l’élite al potere ha accumulato con “mezzi illegali”. Quindi, se sei un capitalista che trae profitto legalmente da lavoratori pagati 600 euro al mese, non sei un bersaglio di questo nuovo governo.

C’è poi il fatto che la Lista degli Studenti si è presentata con l’idea che a guidare la società debbano essere gli “esperti”, e che “saranno loro a indicarci la strada”. Gli esperti sono necessari in una società, ma quella società non può funzionare senza il lavoro di milioni di lavoratori, che hanno un’enorme conoscenza e la forza di guidare il cambiamento. Per questo trovo che l’atteggiamento della Lista degli Studenti sia paternalistico e condiscendente verso questa classe di persone che non hanno un dottorato, come invece la maggior parte dei candidati della lista.

Nel loro programma di politica estera, gli studenti hanno affermato che la Serbia continuerebbe a non imporre sanzioni alla Russia. Molti in Europa si aspettavano un movimento più filo-occidentale. Come si spiega questa scelta? E pensi che la mancanza di un orientamento filo-occidentale del movimento, a differenza delle proteste in Georgia, abbia influito sulla decisione dell’Unione Europea di non sostenere le proteste, chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti commesse da Vučić?

La Serbia dipende quasi interamente dal gas russo per il proprio fabbisogno energetico. Impegnarsi a imporre sanzioni sarebbe un suicidio per la popolazione e il colmo dell’ipocrisia. L’idea che la Serbia debba sanzionare la Russia ma non gli Stati Uniti e Israele per le loro guerre genocide in giro per il mondo è assurda. Invece di allearsi con una potenza imperialista contro un’altra, la Serbia dovrebbe nazionalizzare la sua compagnia petrolifera statale, la NIS, ancora controllata dalla russa Gazprom, e mettersi al lavoro per diventare autosufficiente dal punto di vista energetico.

Non è vero che il movimento sia del tutto anti-UE: gli studenti hanno camminato e pedalato fino ai centri di potere dell’UE per chiedere aiuto all’Unione. L’UE li ha ignorati e si è invece concentrata sul sostenere Vučić, affinché potenze europee come la Germania possano mantenere l’accesso a manodopera a basso costo e alla miniera di litio di Rio Tinto, così da permettere all’UE di competere con la Cina.

Il processo di avvicinamento all’Unione Europea di paesi come la Serbia e l’Albania ha spesso comportato profonde riforme economiche e giudiziarie. Secondo te, questo processo ha reso tali riforme più “tecniche” e meno politicizzate nel dibattito pubblico, o ha invece aperto nuovi conflitti politici?

In realtà non credo che il processo di adesione all’UE riguardi affatto le riforme: credo che sia una cortina fumogena e una farsa. Ciò che interessa davvero all’UE è la sottomissione e il servizio ai propri interessi imperialisti. Per esempio, vediamo molto chiaramente come l’UE non abbia alcun problema con la violazione dei diritti democratici fondamentali in Serbia e in Albania, proprio perché i leader di entrambi i paesi hanno aperto le porte al saccheggio e allo sfruttamento da parte dell’UE.

Ti faccio un altro esempio  un altro esempio: nel 2021, mentre erano in corso proteste di massa contro l’apertura della miniera di litio sostenuta dall’UE, l’UE ha aperto per la Serbia il cluster negoziale sull’ambiente! ² L’assurdità parla da sé.

Le cosiddette riforme economiche e giudiziarie hanno sempre lo scopo di servire meglio i capitalisti europei. Le riforme economiche riguardano le “riforme di mercato” e la “liberalizzazione” dell’economia. Le riforme giudiziarie sono solo una facciata, che permette all’UE di sostenere a parole di “promuovere la democrazia”, mentre gestisce sistemi giuridici che, prima di ogni altra cosa, privilegiano gli interessi dei ricchi.

In Serbia le persone hanno ben chiaro che l’UE si impegna solo per promuovere i propri interessi. Non credo che ci siano illusioni a riguardo, ma la domanda è: qual è l’alternativa? Per questo è fondamentale far capire alle persone che i loro interessi sono inconciliabili con quelli dei loro oppressori connazionali, e che solo una rivoluzione socialista può tirarci fuori da questo pantano

² Si tratta del Cluster 4, “Agenda verde e connettività sostenibile”, uno dei gruppi di capitoli in cui sono organizzati i negoziati di adesione all’UE. È stato aperto per la Serbia nel dicembre 2021, nel pieno delle proteste contro il progetto di estrazione del litio Jadar della multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.

Negli ultimi anni Israele ha rafforzato i suoi legami con diversi paesi balcanici, ma è con la Serbia che la cooperazione è diventata più stretta, sia sul piano militare sia in quello della sicurezza. A settembre, vicino a Belgrado, è stata inaugurata una fabbrica per l’assemblaggio di droni dell’azienda israeliana Elbit Systems, che secondo i documenti ottenuti da BIRN e Haaretz avrebbe dovuto detenerne³ il 51%. Allo stesso tempo, Amnesty International ha documentato l’uso di tecnologie israeliane, come lo spyware Pegasus e gli strumenti di Cellebrite, per sorvegliare attivisti e giornalisti serbi. I rapporti con Israele ora cambieranno? E si è trattato di un tema presente nella campagna elettorale? 

[Ndr: alcune testate oggi riportano la notizia dell’annuncio del blocco delle esportazioni verso Paesi in guerra da parte della lista degli studenti ma si tratta di una notizia, al momento, non verificata]

La Studentska lista non ha diffuso alcuna dichiarazione unitaria per comunicare la propria posizione sui rapporti con Israele. Anche quando i loro stessi attivisti e studenti sono stati hackerati con lo spyware israeliano Pegasus, nelle email inviate ai sostenitori non hanno nominato Israele.

Tuttavia, Jovo Bakić, professore alla Facoltà di Filosofia di Belgrado e uno dei candidati scelti personalmente dagli studenti, ha dichiarato che, se la lista studentesca dovesse vincere, interromperà tutti i rapporti diplomatici con Israele. Non ha parlato della chiusura della fabbrica di droni di Elbit. Interrompere i rapporti diplomatici può essere un gesto simbolico se non viene accompagnato da misure in ambito economico e militare, settori in cui i rapporti vengono spesso mantenuti tramite intermediari. Lo vediamo già con i numerosi Stati che non hanno riconosciuto ufficialmente Israele sul piano diplomatico, ma che continuano a intrattenere con esso scambi commerciali e cooperazione militare.

Una precisazione, inoltre: alla fine sembra che la fabbrica di droni non sia di proprietà paritaria tra Elbit e lo Stato serbo. Ecco un estratto da un servizio di N1: “Secondo le ricerche di BIRN, lo stabilimento di assemblaggio dei droni si trova nel quartiere belgradese di Makiš, mentre la proprietaria di SDS Technologies è la società londinese CUPA Limited, riporta Nova.rs. È interessante notare che il nome SDS Technologies è comparso nel registro delle imprese serbo solo poche ore dopo l’apertura della fabbrica. Non si tratta però di una società di nuova costituzione, ma del nuovo nome della società CUPA Enterprises, registrata lo scorso anno per l’attività di “telecomunicazioni satellitari””.

Sebbene Vučić avesse annunciato in precedenza che Serbia e Israele avrebbero condiviso la proprietà del progetto in parti uguali, l’attuale assetto proprietario di SDS Technologies non lo rispecchia. La proprietaria di SDS Technologies è la società londinese CUPA Limited, detenuta in maggioranza dal cittadino greco Athanasios Ramos, una persona pressoché sconosciuta al grande pubblico. Proprio il giorno dell’apertura della fabbrica di SDS Technologies, la società ha nominato due nuovi direttori. Uno di loro è Zion Amir, noto avvocato israeliano che rappresenta anche il primo ministro Benjamin Netanyahu davanti alla Corte Suprema di Israele.

³ Secondo i documenti ottenuti da BIRN e Haaretz, il progetto prevedeva una quota del 51% per Elbit e del 49% per Yugoimport-SDPR; Vučić aveva invece parlato pubblicamente di una divisione a metà. Nel registro delle imprese, tuttavia, la società che gestisce la fabbrica risulta di proprietà della londinese CUPA Limited. 

La politica estera della Serbia contemporanea viene spesso descritta come pragmatica e multilaterale, in equilibrio tra i rapporti con l’Unione Europea, la Cina e la Russia. Che ruolo hanno avuto queste dinamiche nel discorso dei manifestanti? Sono oggetto di critica, o non rientrano tra le loro priorità?

Non c’è stata una discussione molto articolata su quale sarebbe la politica estera se la Studentska lista arrivasse al potere. Ilija Srdanović, capolista della Studentska lista, ha osservato in un’intervista alla BBC in serbo che le questioni dell’adesione all’UE e dei rapporti con la Russia verranno risolte “una volta che la Serbia diventerà un paese libero e democratico, con lo Stato di diritto e media liberi”. Ha sostenuto che in un contesto del genere i cittadini avranno l’opportunità di discutere quale sia, in politica estera e nelle relazioni internazionali, il “migliore interesse dei cittadini serbi”.

Ciò che questa formulazione vaga non riesce a cogliere è che gli interessi dei “cittadini serbi” sono profondamente divisi e diseguali. Per esempio, questo cosiddetto “multilateralismo” è stato orchestrato soprattutto a vantaggio della borghesia serba, attraverso forme di corruzione sia legali sia illegali. La classe lavoratrice serba non ha guadagnato nulla dall’essere manodopera a basso costo per le multinazionali europee e statunitensi, dal produrre armi per Israele, dal cedere alla Russia il controllo del nostro petrolio e del nostro gas, o dal lasciare che le aziende minerarie cinesi inquinino le nostre comunità e portino via le nostre risorse minerarie per farle lavorare e utilizzare altrove.

Hai studiato a fondo i movimenti di protesta degli anni Sessanta, sia a Belgrado sia a Prishtina. Secondo te, quali sono le principali somiglianze e le differenze più significative rispetto alle mobilitazioni a cui assistiamo oggi?

Nel 1968 gli studenti di Belgrado si ribellarono contro la decadenza della “borghesia rossa” e le crescenti disuguaglianze nella cosiddetta società socialista. In Kosovo gli studenti chiedevano pari diritti nazionali e linguistici e la fine della sottomissione coloniale del popolo albanese in Kosovo.

Sia nel 1968 sia oggi, le proteste nascono dalla rabbia per la corruzione dell’élite al potere, per le disuguaglianze nella società e per la repressione dei diritti democratici più elementari. Sia a Belgrado sia a Prishtina, nel 1968 le proteste furono represse brutalmente dalla polizia. A Prishtina la polizia uccise persino un manifestante adolescente, Murat Mehmeti, e nessuno ne fu chiamato a rispondere. Negli ultimi anni abbiamo visto livelli di repressione simili soprattutto in Serbia e in Albania.

Un altro parallelo con l’oggi è il fatto che negli anni Sessanta i movimenti di protesta in Serbia e in Kosovo non dialogavano affatto tra loro. Avevano l’occasione di coordinarsi e unire le loro lotte, dato che si mobilitavano contro lo stesso sistema oppressivo. Purtroppo, soprattutto a causa dello sciovinismo serbo, tra i due movimenti non ci fu alcuna collaborazione né solidarietà.

Tuttavia Lazar Stojanović, figura di spicco della rivolta studentesca di Belgrado del 1968, raccontò in un’intervista che fu solo dopo essere stato incarcerato dallo Stato jugoslavo che si confrontò con l’oppressione subita dagli albanesi. Non fu la detenzione in sé, ma le persone che incontrò in carcere: gli albanesi stessi, e i più noti tra loro. Solo dopo aver conosciuto Adem Demaçi e altri prigionieri politici albanesi capì “quanto fosse grande, duraturo e grave il problema degli albanesi in Jugoslavia”.

La differenza più grande tra allora e oggi è la coscienza politica rispetto al sistema nel suo complesso e alle dinamiche di classe in gioco. Per esempio, gli studenti di Belgrado chiarivano nei loro discorsi e nelle loro pubblicazioni di non essere “contro il socialismo, ma per la sua piena e coerente attuazione”. Usavano anche slogan che mostravano come non concepissero la loro lotta in funzione degli interessi materiali, ristretti, degli studenti universitari, ma per lo sviluppo di una società controllata dai lavoratori. “Operai, la nostra lotta è la vostra lotta”, “Studenti in miseria e operai nel bisogno” e “Siamo figli del popolo lavoratore” erano alcuni degli slogan che si sentivano alle proteste di Belgrado nel 1968.

Manifestazioni in Serbia, 1968. Il cartello dice “Non fidatevi della stampa”.

Allo stesso modo, anche gli slogan degli studenti di Prishtina nel 1968 erano militanti e di un alto livello di coscienza politica. Data la centralità dei diritti nazionali (o della loro assenza) per gli albanesi in Jugoslavia, i manifestanti portavano cartelli con scritto “Vogliamo l’autodeterminazione fino alla secessione” e “Politica coloniale verso il Kosovo”. Tra gli altri slogan scanditi alle proteste c’erano: “In una mano il piccone, nell’altra il fucile”, “Meglio la morte che la schiavitù”, “Viva la classe operaia e contadina” e “Per i nostri diritti siamo pronti a versare anche il sangue”.

Se guardiamo all’odierno movimento democratico borghese-liberale in Serbia, o persino alle proteste militanti e violente in corso in Albania, faremmo fatica a trovare articolazioni politiche simili.

All’interno delle mobilitazioni hanno trovato spazio anche gruppi etnonazionalisti, e a tratti sono emerse posizioni molto intransigenti sulla questione del Kosovo, compresa una dichiarazione degli studenti universitari. Quanto hanno pesato questi elementi all’interno del movimento? Sono rimasti marginali o hanno plasmato l’identità politica delle proteste?

Direi che sono proprio queste forze etnonazionaliste a guidare il movimento studentesco. Proprio l’altro giorno abbiamo visto un’altra dichiarazione degli studenti sul diritto intrinseco della Serbia al Kosovo, a dimostrazione che la loro posizione sciovinista e irredentista non si discosta da quella di Vučić.

All’inizio del movimento dal basso, alla fine del 2024, questo atteggiamento nazionalista di destra non era così presente. Nel gennaio 2025 gli studenti avevano persino preso esplicitamente le distanze dalle bandiere “estremiste”, riferendosi a quanto pare alla bandiera “nessuna resa” (Nema predaje), tra le altre, che comparivano alle proteste.

Ma nel giugno 2025, durante la protesta studentesca di Vidovdan (una festività fortemente nazionalista che celebra la battaglia del Kosovo del 1389), quando hanno annunciato la nuova richiesta di elezioni parlamentari anticipate, le cose hanno cominciato a peggiorare.

Ora che l’obiettivo degli studenti è passato dal cambiare la società serba al conquistare voti e diventarne i nuovi governanti, le politiche nazionaliste e scioviniste nei confronti della Bosnia e del Kosovo sono emerse in pieno. Quando al genocida Ratko Mladić sono stati concessi funerali con onori di Stato e militari, gli studenti sono rimasti in silenzio. La logica è che, tacendo, potrebbero conquistare una parte degli elettori della destra radicale che sostengono Vučić. Credo però che dietro questa giustificazione di facciata ci sia anche il fatto che molti studenti stessi sostengono ed esaltano Mladić.

Durante alcune manifestazioni si sono sentiti slogan rivolti ai poliziotti, chiamati “albanesi” con un termine dispregiativo in serbo. Allo stesso tempo, in Serbia il dibattito pubblico resta molto delicato sia sul Kosovo sia sulla situazione della minoranza albanese nella Valle di Preševo. Come si spiega la persistenza di questi atteggiamenti anche in ambienti che si definiscono progressisti? Quali ostacoli impediscono una discussione più critica su questi temi?

È molto triste che, anche all’interno degli ambienti progressisti in Serbia, ci sia una riluttanza a riconoscere, affrontare e superare il profondo razzismo contro gli albanesi presente nella società serba. È il prodotto di decenni di disumanizzazione degli albanesi nella sfera politica e culturale serba. La cosiddetta sinistra in Serbia si rifiuta di riconoscere la storia del colonialismo serbo in Kosovo e, più in generale, dell’oppressione degli albanesi. Fa parte di una tendenza più ampia che chiamo “progressisti tranne che sul Kosovo”, una variante di una tendenza simile negli Stati Uniti rispetto alla Palestina (“progressisti tranne che sulla Palestina”). Per esempio, il movimento filopalestinese in Serbia non coglie la contraddizione di sostenere l’autodeterminazione palestinese negando al tempo stesso il diritto all’autodeterminazione del Kosovo.

Un altro ostacolo a questa resa dei conti è l’imperialismo occidentale, con la colpa collettiva imposta dall’Occidente, che tende a demonizzare i serbi nel loro insieme invece di distinguere tra i criminali di guerra che hanno orchestrato i genocidi in Bosnia e in Kosovo e i lavoratori serbi, che da quei massacri e saccheggi non hanno ricavato nulla. In questo modo, la borghesia nazionalista serba ha colto l’occasione per identificarsi, lei ricca e potente, con i lavoratori impoveriti e sfruttati della Serbia, sottraendosi così alle proprie responsabilità e mascherando la natura classista della società serba.

Negli ultimi anni, dal Kosovo alla Serbia passando per l’Albania, abbiamo visto nascere proteste a partire da questioni comuni come la corruzione, la concentrazione del potere, le privatizzazioni e le condizioni sociali. Pensa che queste esperienze possano gettare le basi per movimenti transnazionali o internazionalisti nei Balcani, oppure le questioni nazionali, segnate da traumi storici recenti, restano un ostacolo insormontabile?

Credo assolutamente che possiamo unire i nostri movimenti, ma prima di tutto deve esserci una resa dei conti con l’oppressione storica di cui parlavi. Senza che i serbi riconoscano il diritto all’autodeterminazione del Kosovo e la storia del proprio dominio coloniale sugli albanesi, non può esserci una lotta comune tra serbi e albanesi. Negare queste strutture di oppressione non fa che spingere gli albanesi e gli altri popoli della regione tra le braccia delle potenze imperialiste, che promettono ingannevolmente protezione in cambio di sottomissione. Purtroppo le garanzie di sicurezza statunitensi non valgono molto, come vediamo in Medio Oriente, dove gli Stati Uniti non sono riusciti a impedire gli attacchi iraniani contro Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, ecc. Per questo inviterei anche gli albanesi e gli altri popoli dei Balcani che hanno legato il proprio destino agli Stati Uniti a essere più realisti sul valore e sulla sostenibilità a lungo termine del dominio statunitense sul loro paese.


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CREDITI FOTO: Giulia Mariani/Angela Di Berardino

Author

  • Alice Luta

    An Italian naturalised Albanian. When I was born, pyramid schemes were exploding and gangs controlled the access roads to the cities. Then I came with my family to the Pavese region and, all things considered, I have re-evaluated that period. Passionate about international relations, I follow with particular interest the political and social developments of the Balkan countries and their relationship with Europe.

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