Thursday 02/07/2026, 17:18
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Di ciò che succede a Gaza dai media sappiamo prima di tutto perché si parla di morti, di uccisioni, di umiliazioni, di fame. Raramente si parla dei vivi e di come procede l’esistenza dei vivi. Ancora più di rado, poi, i vivi parlano in prima persona, e si raccontano sui media italiani e occidentali. Prima del , Arkan al Sayed era uno degli abitanti di Gaza, una persona comune. 25enne, aveva aperto da pochissimo e con fatica il suo studio da architetto freelance. Si dedicava al lavoro, a una carriera che ama moltissimo e per la quale era disposto a impegnarsi a fondo. Con il 7 ottobre tutto è stato travolto, e come tantissime persone a Gaza, grazie all’aiuto di persone disponibili Arkan ha dato vita a una raccolta fondi online per chiedere aiuto ai cittadini di tutto il mondo, e trovare di che sostentarsi e sostentare la sua famiglia. Lo abbiamo intervistato per far arrivare una voce da Gaza, la voce di una persona comune. Perché se è vero che i giornalisti internazionali a Gaza non possono entrare, è anche vero che i modi per fare (buon) giornalismo su Gaza anche a distanza ci sono. Kritica, da quando è nata, non smette e non smetterà di cercarli.

Prima del 7 ottobre abitavi a , poi i bombardamenti subito dopo il 7 ottobre hanno distrutto in poche settimane il tuo ufficio prima, dove lavoravi come architetto freelance, e la tua casa, successivamente. Cos’è successo dopo che la tua casa è stata distrutta? Dove vi siete spostati e quante volte avete dovuto cambiare di luogo?
Dopo che la mia casa è stata distrutta, io e la mia famiglia siamo rimasti senza nulla, tranne i vestiti che indossavamo. Mentre cercavamo di restare e resistere nella nostra casa a Gaza City, siamo stati colpiti da un bombardamento diretto che ci ha costretti ad andarcene. Mia madre, mio fratello ed io siamo rimasti feriti nell’attacco. Siamo fuggiti a piedi in condizioni estremamente difficili verso un ospedale nel centro di Gaza, a sud di Wadi Gaza (l’ospedale Al-Aqsa a Deir al-Balah). Abbiamo trascorso diverse notti dormendo nei corridoi dell’ospedale. Successivamente ci siamo trasferiti a casa di un parente, poi a casa di un altro parente, poi in una tenda e infine in un’altra tenda. Durante una tregua a gennaio, siamo tornati a casa e abbiamo scoperto che l’80% era distrutta e inagibile. Ogni volta pensavamo che il posto sarebbe stato più sicuro, ma non c’è nessun posto sicuro a Gaza. Ho perso il conto di quante volte abbiamo dovuto cambiare residenza, ospedale, casa di parenti, tenda, fino a quando siamo finiti in una tenda. Ogni trasloco era come una nuova ferita e un ulteriore peso di dolore.

Com’è la vostra situazione ora? Dove siete ubicati?
Oggi vivo in una piccola tenda e in ciò che resta della nostra casa crollata (che è pericolosa e inabitabile, ma ci rifugiamo lì di notte per sfuggire al caldo della tenda, che è molto caldo perché le pareti sono di tessuto, ma forse leggermente meno caldo). Non c’è privacy, né comfort, né certezze per il domani. La tenda non è una casa, è un sottile pezzo di stoffa che non ci protegge da nulla e i resti della casa potrebbero crollarci addosso da un momento all’altro.

Come fate per mangiare, lavarvi, soddisfare le esigenze basilari ogni giorno mentre vivete da sfollati?
Ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza. Contiamo su un po’ di pane e cibo in scatola, forniti principalmente dall’ e attraverso le donazioni che ricevo dalla campagna che ho organizzato. L’acqua pulita è la sfida più grande; a volte passiamo lunghe ore ad aspettare un piccolo contenitore d’acqua. Dedichiamo un giorno alla settimana al bagno, quando c’è acqua disponibile, e altrimenti cerchiamo di mantenerci puliti con la poca acqua che abbiamo. Per quanto riguarda la cucina, purtroppo non c’è gas, quindi dobbiamo accendere dei fuochi. Trovare legna da ardere è difficile e il suo prezzo è molto alto. Il più delle volte devo bruciare una piccola quantità di legna mescolata a molta plastica, tessuti logori e schiuma presa dai frigoriferi domestici distrutti. È molto malsano e ho iniziato ad avere problemi respiratori, ma non c’è altra scelta.

C’è solidarietà fra gli sfollati nelle ? Vi aiutate reciprocamente? O ci sono competizioni e guerre fra le persone?
A causa delle sofferenze indescrivibili, la solidarietà è diventata molto limitata. Tuttavia, qui le persone si scambiano vestiti e talvolta piccoli pezzi di legno per il fuoco. Ci sono momenti in cui la disperazione travolge tutti, non perché le persone siano egoiste, ma perché tutti hanno fame. Siamo tutti vittime, ma cerchiamo di proteggerci e sostenerci a vicenda il più possibile.

Cosa succede quando subite degli attacchi? Come affrontate le ferite o i morti?
Durante un attacco regna il caos. Corriamo senza sapere dove andare. Le ferite vengono curate a malapena, non ci sono medicine né cure mediche adeguate. Le persone muoiono non solo a causa dei bombardamenti, ma anche per la mancanza di risorse e cure mediche. Ricordo quando mio cugino è stato martirizzato; siamo corsi all’ospedale e l’abbiamo trovato disteso a terra nel cortile dell’ospedale senza nessuno che lo assistesse. Non perché mancasse l’umanità, ma perché la situazione era fuori controllo. Molti martiri giacciono a terra e i feriti sopportano il dolore in attesa che un medico li raggiunga. In realtà, il numero dei martiri e dei feriti a volte supera la capacità delle équipe mediche. La morte è diventata così frequente che anche i funerali vengono celebrati in fretta. Eppure, ogni perdita ci fa sentire come se il mondo fosse finito per un’altra famiglia.

In che modo ti sono di aiuto i soldi che raccogliamo all’estero? Riesci a farteli consegnare a Gaza, e attraverso quali canali? Le banche sono tuttora funzionanti?
Le donazioni dall’estero sono la nostra unica ancora di salvezza. Senza di esse, non posso fornire cibo o beni di prima necessità alla mia famiglia. Il denaro viene ricevuto tramite bonifici bancari, ma le banche non funzionano normalmente, quindi dobbiamo affidarci a intermediari del mercato nero che ci chiedono commissioni elevate per consegnarci il contante. Tuttavia, qualsiasi somma che ci arriva, anche se piccola, fa la differenza tra la fame e la sopravvivenza.

In questo contesto, desidero ringraziare un fratello e amico irlandese di nome Alex, e sua madre Tracey, che mi hanno aiutato a creare una campagna GoFundMe. È stata creata in circostanze che da solo non riuscivo a gestire, ed è diventata la base della nostra ancora di salvezza. Voglio anche ringraziare mia sorella Suor Veronica e mio fratello maggiore Don Paolo (due religiosi che stanno coordinando la raccolta fondi per Arkan, ndr), che hanno creduto nella nostra storia e ci hanno aiutati a sopravvivere a questo inferno. Veronica ha preso in mano la campagna e si è assunta la responsabilità di essere parte integrante della nostra famiglia; gliene sarò eternamente grato. Sono inoltre grato a tanti amici meravigliosi in Italia, tra cui Marianna, Rossana, Annaluisa, Diego, Luca, Rosa, Pamela, Beatrice, Anna, Giulia, Daniela, Julia, Francesca, Valentina, Luisa, Morena, sandra, Stefano, Raffaella, Emanuela, Roberta, Nicolò, Alessandra, Maria, Stefania, Andrea, Daniele, Chiara, Giorgia, Tommy, e tante altre persone straordinarie.

Cosa pensi che dovrebbero fare le popolazioni europee, arabe e di tutto il mondo per i ? Ti senti abbandonato dal mondo e pensi che ti stiamo deludendo?
Il mondo non dovrebbe limitarsi a stare a guardare, ma deve continuare a diffondere la . Le persone possono esercitare pressioni sui propri governi in modo pacifico (non sostengo la violenza; il cambiamento può avvenire solo con mezzi pacifici), dire la verità e protestare.
Sì, a volte ci sentiamo abbandonati da alcuni governi, soprattutto quando cadono le e non c’è un intervento serio per fermare lo spargimento di sangue. Ma proviamo anche speranza quando le persone in tutto il mondo alzano la voce per noi.

Cosa puoi raccontare e cosa pensi del sistema messo in piedi da Israele per la distribuzione del cibo? Sei mai andato a cercare il cibo nei centri della Gaza Humanitarian Foundation? Cosa succede lì?
Il sistema di distribuzione israeliano è umiliante e pericoloso. La gente si raduna nella speranza di ricevere cibo, ma molto spesso viene colpita da proiettili o bombe. Personalmente ci sono andato tre volte. Cerco di evitarlo più che posso, perché ho visto persone uccise davanti ai miei occhi mentre aspettavano un sacchetto di farina. Il cibo non dovrebbe mai essere usato come arma, ma qui viene usato in un modo difficile da descrivere.

Finora molti giornalisti palestinesi sono stati uccisi da Israele. Cosa ne pensi del loro lavoro e del modo in cui affrontano i pericoli per documentare ciò che accade a Gaza?
Il lavoro dei giornalisti palestinesi a Gaza è incredibilmente coraggioso e merita tutto il rispetto possibile. Ogni giorno corrono dei rischi per trasmettere la verità al mondo. Molti sono stati uccisi dall’ israeliana nel tentativo di cancellare la verità e nascondere ciò che sta accadendo ai civili. Nonostante ciò, questi giornalisti continuano il loro lavoro con grande coraggio, perché trasmettere l’immagine reale della sofferenza e proteggere la voce della verità è più importante della paura per la propria vita. La loro presenza è essenziale affinché il mondo comprenda la portata della tragedia che stiamo vivendo, e sono dei veri eroi che portano il messaggio dell’umanità in tempi estremamente difficili.  

Su Kritica abbiamo più volte raccontato la condizione specifica dei bambini di Gaza, grazie alle fotocronache del nostro collaboratore Hamed Sbeata, particolarmente interessato a mostrare come vivono e come stanno affrontando questo genocidio i bambini. Cosa ne pensi del modo in cui i bambini stanno affrontando tutto ciò che sta accadendo in questi due anni? Cosa pensi che ne sarà di te e di loro nel prossimo futuro? Riesci a immaginare un futuro per Gaza e la sua gente una volta che questo incubo sarà finito?
I bambini di Gaza portano con sé traumi che nessun bambino dovrebbe mai sperimentare. Disegnano bombe, giocano ai “funerali” e riconoscono il suono di ogni arma. Eppure, a volte sorridono ancora, e questa è la loro resistenza silenziosa. Ma la verità è che, se la situazione continua, stiamo crescendo una generazione profondamente ferita. Non riesco a immaginare il loro futuro a meno che il mondo non fermi questo incubo.

Arkan al Sayed al lavoro prima del 7 ottobre

Cosa ne pensi del 7 ottobre? Quando è stata diffusa la notizia dell’attacco all’interno del territorio israeliano, immaginavi che sarebbe stato un evento così devastante? Avevi paura di una ritorsione?
Quando ho saputo del 7 ottobre, ho subito pensato che Gaza avrebbe pagato il prezzo. Avevo paura di ciò che sarebbe successo, ma non avrei mai immaginato un tale livello di : intere famiglie spazzate via, interi quartieri rasi al suolo. Nessun evento può giustificare la punizione collettiva di milioni di civili.

Com’era la vita a Gaza poco prima del 7 ottobre? Potevi entrare e uscire da Gaza?
Chiaramente, la vita prima del 7 ottobre era già difficile, ma non era nulla in confronto a quella che stiamo vivendo ora. Vivevo sotto un assedio soffocante a Gaza, senza quasi alcuna libertà di movimento. Ma c’erano ancora alcuni posti bellissimi in riva al mare, dove andavamo quando ci sentivamo sopraffatti, solo per liberare ciò che avevamo dentro. Era il massimo che potevamo sperare. Come architetto, le mie opportunità erano estremamente limitate, ma la mia ambizione era più forte della dura realtà che mi circondava. Ho superato ogni ostacolo, ho avviato la mia attività, ho affittato un piccolo ufficio e ho cercato di creare un senso di stabilità. E ora… tutto questo è stato distrutto.
Tutto ciò che avevo costruito è diventato macerie. L’edificio che ospitava il mio ufficio non c’è più e ogni volta che visito le rovine cerco disperatamente anche la più piccola traccia di memoria. I miei sogni sono stati infranti, le mie ambizioni sepolte sotto le macerie. Tutti i risultati per cui ho lavorato così duramente sono scomparsi in un attimo, lasciando dietro di sé un senso opprimente di vuoto e perdita, come se una parte di me fosse stata strappata via per sempre.

Cosa ne pensi della situazione politica palestinese? C’è ancora vita politica in Palestina e come è organizzata? C’è e di parola, puoi criticare la tua leadership ed esprimere le tue idee? Cosa significa per te “resistenza” e cosa significava prima del 7 ottobre?
La situazione politica è complessa e spesso sembra scollegata dalla realtà della gente comune come me. La libertà di espressione esiste solo in parte, ma la sopravvivenza è diventata la nostra principale preoccupazione. Per me, “resistenza” non è più solo una parola politica, ma significa restare in vita, proteggere la mia famiglia e rifiutarsi di rinunciare alla nostra umanità nonostante tutto.

CREDITI FOTO: © Arkan Al Sayed

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Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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