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Il 12 ottobre tornerà a riunirsi il Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea. Nell’ultima riunione del 13 luglio i ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Ue avevano deciso ancora una volta di non decidere sull’interruzione dei rapporti commerciali con gli insediamenti illegali israeliani nei Territori Palestinesi Occupati. Nel frattempo, però, è accaduto un fatto senza precedenti.

Dodici Paesi annunciano restrizioni sul commercio: non l’Italia

L’8 settembre dodici Paesi (Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia) hanno annunciato congiuntamente l’intenzione di introdurre restrizioni a livello nazionale sul commercio di beni provenienti dagli insediamenti israeliani negli OPT, illegali secondo il diritto internazionale. Insieme all’intenzione di sostenere le sanzioni europee (ove mai fossero decise, ovviamente).

L’Italia ha brillato per la sua assenza dal gruppo dei dodici. Il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, non ha perso tuttavia l’occasione di distinguersi, mettendo le mani avanti come ha già fatto innumerevoli volte in questi tre anni quando si è trattato di mettere in discussione le relazioni sia europee, sia italiane con Israele, nonostante il genocidio: «Si rischia di distorcere il mercato interno», si è limitato a dire Tajani in riferimento al passo compiuto dai dodici.

È lecito dunque chiedersi se quel passo potrà influenzerà in qualche modo la discussione fra le stanze di Bruxelles. Perché è vero che sulle tempistiche delle restrizioni promesse e sulla loro effettiva efficacia non ci sono certezze e servirà un monitoraggio costante. Ma è anche vero che sempre quel passo ha rappresentato una prima assoluta. Specie per Paesi la cui fedeltà a Israele sembrava immune da qualunque accadimento, in primis proprio il Regno Unito che insieme a Francia e Canada è stato alla guida dell’iniziativa.

C’è però un altro problema a monte, di cui si era ampiamente discusso già in vista della sessione di metà luglio del Consiglio Affari Esteri Ue e che resta irrisolto. Dire al riguardo che l’Ue mente sarebbe troppo, ma una cosa è sicura: dal punto di vista giuridico, sulla questione dello stop al commercio con gli OPT, l’Ue non la dice tutta. E non la dice giusta.

Un quadro di immobilità totale nei confronti di Israele

In stridente contrasto coi pacchetti di sanzioni varati a raffica contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, l’Ue non ha mai introdotto alcuna sanzione contro Israele. Nonostante innumerevoli organizzazioni per i diritti umani, autorevoli istituti ed esperti della materia, e soprattutto la Commissione internazionale indipendente d’Inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati (che lo ha affermato a settembre 2025 e ribadito a giugno di quest’anno), abbiano riconosciuto che quello in corso a Gaza è genocidio.

Neppure è mai stato sospeso l’Accordo di Associazione tra Ue e Israele in vigore dal 2000 (l’Ue è il maggior partner commerciale di Israele, con un valore degli scambi che nel 2024 ha superato i 40 miliardi di euro). Nonostante siano emerse prove che fin dal 2017 l’Ue era consapevole delle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele. Poi, a genocidio in corso, altri rapporti avevano confermato inequivocabilmente ai vertici Ue che Israele era chiaramente in violazione dell’articolo 2 dell’Accordo, che cita il rispetto dei diritti umani quale «elemento essenziale».

Il minimo sindacale sarebbe stato interrompere i rapporti commerciali con gli insediamenti illegali israeliani negli OPT. Ad esempio seguendo la via, suggerita da quasi una sessantina di associazioni, di approvare un regolamento ai sensi dell’articolo 207 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Ma a luglio il Consiglio non l’ha fatto, vedremo a ottobre. L’argomento utilizzato da quelli che hanno remato contro è stato in sostanza lo stesso dietro al quale i vertici dell’Ue si sono sempre schermati per giustificare l’inazione nei confronti di Israele. E cioè: per prendere una decisione come questa, serve l’unanimità. Ma così non è.

La “lettera dei giuristi” ai vertici dell’Ue

A esplicitarlo in punta di diritto è stata un’iniziativa parallela e coordinata a quella sopra citata delle associazioni. Promotore dell’iniziativa è stato Alberto Alemanno, professore della cattedra Jean Monnet in Diritto e Politica dell’Unione Europea presso HEC Paris e fondatore di The Good Lobby, organizzazione non profit che promuove il lobbying per influenzare le decisioni pubbliche nel senso del bene comune. È stato Alemanno a concepire e redigere la “lettera dei giuristi” indirizzata ai vertici dell’Ue in vista del meeting del 13 luglio.

«Il testo dei giuristi – dice Alemanno – è stato sottoscritto da oltre 150 studiosi di diritto internazionale ed europeo. Sostiene che la base giuridica corretta per un regolamento che vieti il commercio con gli insediamenti è l’articolo 207 del Trattato sopra citato, non l’unanimità prevista dalla CFSP (la politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, ndr). E chiede che la Commissione Ue vieti il commercio con gli insediamenti illegali israeliani usando l’art. 207, coprendo sia beni, sia servizi».

La lettera dice con chiarezza che le affermazioni secondo cui il divieto del commercio con gli insediamenti illegali israeliani può essere adottato solo con l’unanimità prevista dalla CFSP sono incoerenti con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue. E si fondano su considerazioni più politiche che giuridiche.

Il potere e il dovere dell’Ue di agire

L’origine politico-economica dei rapporti commerciali tra Ue e OPT risale ai primi anni ‘90, con il processo di Oslo, ma i primi veri atti commerciali datano dal 1997. L’Ue ha il potere di interromperli con un regolamento che vieti l’importazione di beni e servizi originari degli insediamenti, da adottare con procedura legislativa ordinaria, cioè votandolo in Consiglio Affari Esteri a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri e 65% della popolazione Ue) e coinvolgendo il Parlamento Ue come co-decisore.

Oltre al potere, l’Ue ha il dovere di agire: «Il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha giudicato illegittima l’occupazione israeliana – afferma Alemanno -, ha stabilito che tutti gli Stati, inclusi quelli membri dell’Ue, hanno l’obbligo di non intrattenere relazioni commerciali o economiche che possano contribuire a mantenere una situazione illegale». Ma a fondamento delle richieste espresse nella lettera non c’è solo il parere della CIG: «C’è la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Ue, con le sentenze Brita (2010) e Psagot (2019), in cui i beni degli insediamenti sono trattati come giuridicamente distinti dai beni israeliani. E c’è il precedente secondo cui una misura rientra nell’art. 207 TFEU ogni volta che disciplina direttamente il commercio, indipendentemente dalla motivazione di politica estera: è la stessa base usata per divieti su lavoro forzato, minerali di conflitto e sanzioni russe. Si aggiunga il parere dell’aprile 2026 di venti esperti dell’Onu (fra i quali Francesca Albanese, ndr) secondo cui la sospensione dell’Accordo di Associazione è “il requisito minimo” imposto dal diritto internazionale».

Nella stessa direzione va addirittura il parere del servizio legale del Consiglio Ue, come la stessa Kaja Kallas ha ricordato davanti ai microfoni sempre il 13 luglio. Si assiste insomma a «un’inversione istituzionale insolita rispetto ai ruoli tradizionali – commenta Alemanno -, perché mentre Stati membri e servizio legale del Consiglio Ue avrebbero favorito la via della politica commerciale (maggioranza qualificata, Parlamento coinvolto), la Commissione Ue avrebbe una preferenza riportata per la CFSP (unanimità, niente Parlamento)».

«Una scelta politica presentata come vincolo giuridico assoluto»

Qui sta il bias, la distorsione propalata dalla Commissione Ue e da alcuni Stati membri.

Lo spiega nei dettagli Alemanno: «Giuridicamente il quadro non è a compartimenti stagni, poiché entrambe le basi giuridiche sono difendibili sul piano dogmatico, e nessuna delle due si adatta perfettamente in modo automatico: la Corte usa il test del “centro di gravità” della misura. Detto questo, la posizione della Commissione secondo cui serve necessariamente l’unanimità non è l’unica lettura possibile, ed è proprio questo il punto contestato dalla nostra lettera. Non è una “menzogna” in senso tecnico, ma è una scelta politica presentata come vincolo giuridico assoluto, quando in realtà è oggetto di un dibattito aperto tra giuristi. Dibattito su cui pesano più le resistenze politiche di alcuni Stati membri (fra cui Germania e Italia) che un vero vincolo di diritto. Sarebbe più corretto dire che la Commissione non ha mai voluto chiarire pubblicamente che la via della maggioranza qualificata è disponibile. È un’ambiguità che finora ha giocato a favore dell’inazione».

Continuare a fare pressione

Ora non resta che attendere il 12 ottobre per vedere se su tutto questo il Consiglio Affari Esteri Ue darà qualche segno di vita.

Le premesse non sono per nulla buone: nell’agenda ufficiale della riunione consultabile online, la questione dello stop al commercio con gli insediamenti illegali negli OPT non compare. C’è solo un vago riferimento a uno “scambio di opinioni su Gaza e la Cisgiordania in vista del prossimo ciclo elettorale nella regione”: una frase che, anche nel tono totalmente inadeguato in riferimento a un genocidio, la dice lunga sull’atteggiamento dell’Europa.

Alla data del 12 ottobre, infatti, saranno ormai incombenti le elezioni in Israele, in programma il 27 ottobre. E non sarebbe carino – sembra di leggere fra le righe di quella frase – che l’Ue disturbasse il governo israeliano proprio sotto elezioni, che in sostanza è uno dei messaggi lanciati da Tajani nelle dichiarazioni rese in occasione della sessione di luglio del Consiglio Affari Esteri Ue. Un’altra scusa, l’ennesima, per non fare nulla. Il re è nudo, insomma, ma ugualmente resta immobile. Un’immobilità che però fa rima con complicità, di fronte alle violenze dei coloni e al genocidio. Che proseguono indisturbati causando morte e distruzione ogni giorno.

Per smuovere l’Ue, altre possibili opzioni sono: il ricorso alla Corte di Giustizia da parte di Stati membri o della società civile, un reclamo all’Ombudsman, le ICE-Iniziative dei Cittadini Europei, come quella chiusa con successo con un milione e 300mila firme che obbligherà l’Ue a pronunciarsi sulla sospensione totale dell’Accordo di Associazione con Israele. Ma soprattutto una: «Finché manca la volontà politica – conclude Alemanno – la pressione politica e mediatica continuativa resta nei fatti lo strumento più immediato».


© Kritica – Riproduzione parziale consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

CREDITI FOTO: Ministero degli Esteri.

Author

  • Andrea Di Turi

    A media activist for climate justice, with a different Bocconi training, he has followed the development of the debate on sustainability and sustainable finance since the 1990s, also as a consultant and lecturer. Today he denounces fossil finance and economies that fuel the climate collapse. He writes for Valori, Changes magazine, and blogs for il Fatto Quotidiano. He is among the World Champions del Fossil Fuel Treaty and a member of the Voices for Climate network. He gives occasional speeches.

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