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Pubblichiamo un estratto dal romanzo “Rajesh signore dei re” (Edizioni GFE) del regista e sceneggiatore Emiliano Locatelli.
Rajesh, sedicenne figlio di immigrati sikh originari del Punjab, contribuisce al sostentamento della Family. Quando un evento drammatico sconvolge in modo irreversibile il suo equilibrio quotidiano, si ritrova davanti a un bivio: scegliere la strada del dialogo o lasciarsi trascinare dalla spirale della violenza. In questo primo capitolo durante la festa Sikh del Vaisakhi Sikh, Terracina si riempie di colori, musica e orgoglio identitario, mentre molti italiani osservano con ostilità. Rajesh, sedicenne di origini punjabi, partecipa con i genitori, diviso tra tradizione religiosa e ideali politici egualitari. Finché la tensione non prende il sopravvento.
Festa Sikh
I colori erano vividi, quelli delle vesti sgargianti, il rumore della folla assordante, i carri e la gioia dei partecipanti entusiasmava, toglieva il fiato. Le strade di Terracina erano letteralmente invase di indiani in festa per il Vaisakhi. Uomini, donne e children con in testa il turbante tipico della religione Sikh, non un semplice copricapo ma un oggetto religioso che simboleggia il rapporto tra il credente e Dio e la gratitudine che si deve al Creatore. Era tangibile la letizia sui volti di quelle persone in festa, la loro festa. Il loro orgoglio. Lo sciabordio delle scimitarre dello spettacolo rievocativo in Piazza Mazzini echeggiava tra le urla dei ragazzini entusiasti che in coro cantavano Aar Nanak Paar Nanak, una canzone dell’artista Punjab Diljt Donsanjh, che andava per la maggiore in quel periodo. Gli italiani non c’erano. La città era tutta degli indiani Sikh, la festa era per loro, il loro popolo, la loro identità, che rivendicavano con orgoglio ma senza alcun risentimento di supremazia. Il Sikhismo ritiene fermamente che, poiché Dio è presente in ogni persona, ciascuno sia uguale di fronte a Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dalla nazionalità o dal sesso, pertanto nel Sikhismo vi è una radice religiosa di tolleranza, libertà e consapevolezza dell’uguaglianza sociale. Non era decisamente il tempo degli italiani quello. Non era la loro festa. Gli italiani erano rinchiusi in casa e chi guardava dai balconi o da dietro le tapparelle lo faceva con disprezzo, giudicando e ritenendosi moralmente e ontologicamente superiore. “L’uomo bianco è cattivo”, diceva a suo figlio il personaggio di un film. Basterebbe conoscere un minimo la Storia del mondo e gli innegabili abomini del colonialismo e dell’imperialismo occidentale per ritenere a ragione quella affermazione non affatto priva di senso. Rajesh, sedici anni, occhi color cioccolato, una barba appena accennata e scurissima. Alto un metro ottanta e ben piazzato nonostante la giovane età. Camminava tra i festanti assieme a suo padre Kabir Singh, cinquant’anni, barba lunghissima e grigiastra, occhi profondi di chi nella vita ha vissuto tra mille difficoltà. Sua madre che incedeva al loro fianco, si chiamava Ravi Kaur, indossava un abito dai colori sgargianti tipico della loro comunità, aveva il sorriso sempre stampato sul volto, era un po’ in sovrappeso ma armoniosa nelle forme, una lunga treccia nera le cadeva oltre la spalla destra. Ogni nome maschile Sikh deve terminare con Singh. Storicamente, questo fu ordinato da Guru Gobind Singh a tutti i Sikh, il giorno del Vaisakhi, il 30 marzo 1699, quando egli inaugurò il Khalsa, la comunità Sikh. Mantenere il cognome Singh ha il significato di liberarsi da qualsiasi casta, perché nel subcontinente dell’Asia meridionale, il cognome identifica la casta di appartenenza. Quindi con l’utilizzo di un solo cognome, Singh, si elimina qualsiasi discorso legato alle caste nelle famiglie Sikh. Ogni maschio Sikh da allora porta Singh come parte del suo nome. Questo era anche un modo di inculcare tra i Sikh uno spirito di fratellanza. Un vero Sikh è obbligato a indossare i simboli distintivi, le cinque K: il kesh, cioè i capelli lunghi non tagliati; il kangha, un pettine; il kara, un braccialetto di ferro; il kachera, pantaloni larghi e corti che si mettono sotto i vestiti in segno di pulizia; e il kirpan, un pugnale simbolo di giustizia. Con una barba fluente e un turbante ben legato sulla testa infine, un Singh mostra un alto valore morale ed etico. Kaur invece è il nome associato a tutte le donne Sikh. In Panjabi significa “principessa” ed è ampiamente usato come secondo nome dalle femmine Sikh. Come per i maschi anche quest’usanza fu introdotta il giorno di Vaisakhi dal decimo Maestro, Guru Gobind Singh. Con quest’azione fu confermata ulteriormente l’uguaglianza di sessi voluta dal fondatore del Sikhismo, Guru Nanak. Kaur fornisce alle donne Sikh uno status uguale a tutti gli uomini. Il padre di Rajesh era molto religioso, così come sua madre. Lui invece ci credeva poco e seppur rispettava usanze e tradizioni, più che altro lo faceva per non deludere la sincera devozione dei suoi genitori, che avevano avuto il merito di non avergli mai imposto con la forza la fede. Secondo ciò che professa il Sikhismo, in effetti nessuno deve essere obbligato alla religione, ma deve provare un interesse sincero verso la confessione. Nutriva un profondo rispetto per i suoi genitori, per il loro credo, la loro identità e la loro popolazione. Erano originari del Punjab, emigrati quando lui era piccolissimo e per questo Rajesh si sentiva anche italiano nonostante non avesse ancora ottenuto la cittadinanza, anzi secondo le sue convinzioni si reputava un cittadino del mondo. Un cittadino del mondo non inteso secondo l’accezione del cosmopolitismo liberal-capitalista ma nel senso socialista dell’uguaglianza degli uomini, visti nel futuro del mondo che ha definitivamente abolito le classi sociali. Questo aspetto era quello che più lo accomunava ai credenti della religione Sikh, nata in profondo contrasto con la divisione in caste dell’induismo. Il loro era un popolo fiero e combattivo come dimostrarono nel 1984 quando, in opposizione all’operazione ‘Blue Star’ voluta da Indira Gandhi, ci fu la famosa rivolta dei Sikh, un’azione drammatica e violentissima che può rendere bene la determinazione del popolo Sikh. Rajesh però, più che per il Sikhismo e il Punjab, sua terra d’origine, aveva un’ammirazione profonda per il Kerala, lo Stato indiano primo al mondo ad aver eletto democraticamente un candidato comunista. E.M.S. Nampoothiripad divenne il primo ministro del Kerala nel 1956, dopo la riorganizzazione dei confini dello Stato in seguito all’indipendenza ottenuta dall’India nel 1947. Il Kerala vantava un tasso di alfabetizzazione del novantuno per cento, il più alto dell’India, e il più basso tasso di corruzione dell’intero Paese. Rajesh ribadiva sempre con orgoglio questi dati nelle rare occasioni in cui i suoi amici affrontavano discussioni di politica. Era un sedicenne atipico per la sua età, più maturo rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei italiani, inebetiti dalla propaganda neoliberista del successo a ogni costo, anche vendendo la propria privacy o il proprio corpo su internet. Nove volte su dieci si trovava a confutare le loro tesi sulla presunta supremazia occidentale in materia di libertà di pensiero e di azione rispetto ai Paesi con sistemi alternativi al capitalismo. Spesso concludeva con una celebre frase di Sandro Pertini: «La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame». Era un profondo estimatore di Karl Marx e per tale motivo non riusciva a smettere di pensare che anche i suoi genitori, per quanto li rispettasse, avessero in qualche modo le menti offuscate dall’“oppio dei popoli”. Pasquale Vitiello, uomo sui quarantacinque anni dall’aspetto distinto, pelato come il suo idolo tristemente noto per essere stato appeso a testa in giù in Piazzale Loreto, sguardo arcigno e fisico pompato da anabolizzanti e steroidi vari, padre fedifrago e aspirante imprenditore-influencer, aveva svoltato a destra con la sua Porsche da via San Rocco in via Giacomo Leopardi ed era finito dritto in mezzo alla bolgia della festa Sikh. Era rimasto imbottigliato tra i carri e le persone festanti. Iniziò a inveire, bestemmiare, insultare mentre due ali di persone gioiose gli passavano accanto ignorandolo totalmente. Rajesh, che aveva appena raggiunto quel punto della strada con i suoi genitori, non poté fare a meno di notarlo. Lo conosceva, sapeva chi fosse quell’uomo. Anche suo padre e sua madre lo conoscevano. Vitiello iniziò a suonare il clacson come un invasato e continuò con gli insulti, mostrando un razzismo e un etnocentrismo tipici dell’uomo medio occidentale. Il ragazzo scambiò con Pasquale uno sguardo di profondo disprezzo reciproco. Sua madre lo invitò a proseguire senza dargli peso e Kabir fece altrettanto. Raggiunsero la piazza dove si svolgeva il combattimento con le scimitarre. A Rajesh erano sempre piaciute fin da bambino: suo padre ne possedeva una e gli aveva insegnato a usarla secondo tradizione. Un folto gruppo di persone circondava i due combattenti, incitandoli a gran voce. L’eco dei colpi delle sciabole risuonava forte nonostante la musica a volume alto dagli altoparlanti dei carri e il chiasso della folla. Rajesh, Kabir e Ravi osservarono l’incontro rievocativo con grande curiosità fino a che uno dei due non ebbe la meglio, facendo cadere a terra l’altro. Poi i tre proseguirono gioiosi la camminata verso il centro della festa.


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