Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
Il 4 ottobre 2025, mentre in Italia si svolgeva una manifestazione che ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade per chiedere la libertà della Palestina e la fine del genocidio in corso, un’altra piazza prendeva forma in rete: quella di 24oreXGaza, promossa sulla piattaforma X da OfficineX in parallelo alle mobilitazioni nazionali. Nel dialogo che riportiamo, le scrittrici Randa Ghazy e Alba Nabulsi intrecciano memoria personale e storia politica portando al centro l’urgenza del racconto come resistenza.
Alba Nabulsi prende la parola per prima, e parte da un’immagine intima, un ricordo fondativo della propria identità.
ALBA NABULSI: È un piacere essere qui con voi oggi e avere questa conversazione con una donna come Randa su “Sognando Palestina“, ispirandoci al libro che ha scritto quando era ancora una ragazza; per me è sempre stata un riferimento in termini di rappresentazione di voci arabe, in un mondo quello che attraversavamo noi come generazione, noi nati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dell’anno ’90, un mondo italiano in cui c ‘era davvero poca, poca voce araba nei media mainstream. Ricordo che quando uscì Sognando Palestina mio padre catturò la mia attenzione chiedendomi di raggiungerlo davanti allo schermo TV, dicendo proprio: “Guardate questa ragazzina così giovane, questa ragazzina italo egiziana che parla di noi”. Ecco questo parlare di noi con una voce molto vicina, una voce calda e amica, è stato forse uno dei primi ricordi che ho di un momento in cui veniva riconosciuta la storia del mio popolo, della mia famiglia, all’interno di una narrazione mainstream ma dalla voce di una ragazza della mia età. Fu una forte emozione che ho serbato, e quando penso a Randa anche oggi penso a quel momento di fronte alla TV, in salotto, in cui mio padre emozionato dice “Vieni a vedere, qualcuno che ti somiglia”. Vorrei chiederti quindi, Randa, come nacque per te il libro Sognando Palestina che scrivesti a cavallo della Seconda intifada. Che cosa ti mosse, al punto di voler raccontare una storia che, come sappiamo, nasce molto prima del 7 ottobre?
RANDA GHAZI: Grazie mille Alba, grazie agli organizzatori di questo evento meraviglioso e grazie ovviamente a tutti quelli che sono qui ad ascoltarci oggi. Prima di parlare di Sognando Palestina volevo solo fare un breve riferimento a quello che sta succedendo in queste ore. È davvero un momento, penso, storico. È vero, forse, le barche della Flottiglia non sono arrivate a Gaza, ma hanno comunque portato l’umanità a Gaza, sia perché moltissimi palestinesi hanno visto le immagini della flottiglia e si sono sentiti meno soli, sia perché sembra che questa impresa abbia squarciato un po’ il velo. Io penso che sia davvero una cosa eccezionale. Stavo leggendo che ci sono altre 11 barche che sarebbero partite dai porti di Catania e Otranto verso Gaza. Ho visto immagini anche in queste ore di antisionisti israeliani, refusenik che cercano di attraversare il confine con Gaza. Cioè, si è proprio rotto qualcosa e l’aspetto eccezionale, secondo me, è che al di là del genocidio, è come se queste proteste in realtà non fossero solo contro il genocidio cominciato in particolar modo dopo il 7 ottobre, ma contro l’oppressione sistematica dei palestinesi. Perché ricordiamoci che questo blocco di Gaza, navale via terra e via aereo, dura dal 2007 e che, anche se i media magari non se ne occupavano così tanto, nel settore umanitario per esempio parlavamo dei problemi di Gaza e della Cisgiordania ogni giorno, perché in questi ultimi anni la situazione è peggiorata enormemente. Nonostante appunto l’oppressione sia sistematica, ci sia da decenni, gli ultimi anni hanno visto un’accelerazione delle violazioni dei diritti umani.
Mi fa piacere che ora si guardi a quello che sta succedendo in Palestina con una lente diversa, adesso: la lente del colonialismo, la lente dell’oppressione sistematica, non quella dell’evento, della reazione o dell’autodifesa, che è la storia che ci hanno voluto offrire invece i nostri leader politici, secondo cui quello che sta succedendo sarebbe solo causato dal 7 ottobre. Ecco, non è così, e penso che Sognando Palestina lo dimostri. All’epoca io avevo 15 anni, proprio come dicevi tu Alba ero una ragazzina, e pur non essendo palestinese sentivo molto parlare di Palestina in casa, perché la Palestina non è solo un territorio, non c ‘è solo una popolazione: è un ideale, è un sogno che in realtà unisce tutti gli arabi, al di là dei confini, creati artificiosamente dalle potenze coloniali. In quell’epoca era scoppiata da poco la Seconda intifada, stiamo parlando degli inizi degli anni 2000: scoppiò il 28 settembre del 2000, quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon fece questa provocazione, questa passeggiata sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme.
E all’epoca perché protestavano i palestinesi? Protestavano perché di fatto, nonostante gli accordi di Oslo, nonostante ci fossero dei negoziati sul campo, loro vedevano che la situazione non migliorava, anzi gli insediamenti illegali aumentavano, l’oppressione continuava, i checkpoint erano sempre di più; e la protesta in quei primi giorni fu una protesta largamente non violenta e nonostante ciò partì da Gerusalemme, per poi arrivare in Cisgiordania, Gerusalemme est. La repressione da parte delle forze israeliane fu molto violenta, partì appunto con la repressione di queste proteste, poi si arrivò agli elicotteri, ai carri armati che entravano nei villaggi palestinesi, demolirono più di 5mila case. In quell’occasione si dimostrò davvero che a prescindere da come protestino i palestinesi, a prescindere dai volti che prende la resistenza, che sia la lotta armata, che sia la resistenza pacifica, la reazione delle forze israeliane è sempre la stessa: una reazione di violenza, perché ovviamente una potenza occupante deve reprimere l ‘occupato, altrimenti perderebbe la sua supremazia.
Ghazy ricorda con precisione il momento in cui comprese che stava guardando l’ingiustizia in diretta: le immagini dell’uccisione di Mohammed al-Dura, un bambino di dodici anni, colpito dai soldati israeliani mentre si rifugiava tra le braccia del padre. Quelle immagini, diventate simbolo della sproporzione del conflitto, accesero in lei qualcosa di irreversibile.
RANDA: Io all’epoca, da ragazzina, appunto, sapevo poco, ma vidi alla TV, in un telegiornale italiano, le immagini di un ragazzino di dodici anni, si chiamava Mohammed al Dura, colpito dai soldati israeliani mentre si riparava fra le braccia di suo padre. Per me quello fu un momento emblematico, un momento che credo distrusse tutte le mie convinzioni, il modo in cui guardavo alla Palestina e al mondo, perché era un ‘immagine di profonda ingiustizia. Tutto quello che fino a quel momento sapevo era che c ‘era stato l’Olocausto, che la popolazione ebraica aveva avuto accesso a uno Stato, sapevo della fondazione di Israele, ma sapevo ben poco di come era stato creato Israele e del fatto che i palestinesi erano stati di fatto completamente sfollati, sapevo poco della Nakba. Allora iniziai a informarmi ed ebbi una sensazione profonda che ci fosse qualcosa di molto sbagliato nel modo in cui raccontavamo la Palestina.
E perché era importante? Perché il modo in cui raccontiamo la Palestina in Italia, il modo occidentale, non è solo il racconto della Palestina, è il racconto di un mondo altro; e alla fine, se ci pensate, quelli furono anni molto importanti perché successero altre cose, ci fu l’11 settembre, anche lì ero una ragazzina, una studentessa del liceo a cui la professoressa chiese di spiegare a tutti i miei compagni perché era avvenuto l’11 settembre, che cosa ne pensassi io. Immaginate avere 14 anni e sentirsi fare una domanda del genere, e dover rappresentare un intero mondo.
Ecco, con quel romanzo cercai di portare i miei coetanei dentro quel mondo, il mondo palestinese, il mondo arabo, il sogno di una Palestina libera. Cercai di spiegare le storie che stavano dietro a ciò che vediamo nei telegiornali. Storie che in Italia e in generale in Europa si vedono comunque poco rispetto a ciò che si vede in una casa media araba. Nelle case di una famiglia immigrata egiziana, palestinese o di qualsiasi origine araba, c’è sempre accesa o Al-Jazeera, o Al-Arabiya. I canali arabi in generale sono continuamente accesi, e si vedono immagini davvero cruente da decenni, che mostrano l ‘oppressione della Palestina.
Con quel romanzo cercai, perciò, di umanizzare i palestinesi. Spero di esserci riuscita. Ovviamente ciò a cui stiamo assistendo oggi mostra una situazione probabilmente dieci volte peggiore rispetto a quanto raccontavo nel 2002.
L’ultima osservazione che vorrei fare è che quel libro per me rappresentò non solo un racconto della Seconda intifada, per cercare di spiegare ai miei coetanei cosa stesse succedendo in Palestina, ma anche un modo per riprendermi uno spazio. Perché la rappresentanza è importante, perché volevo che di Palestina parlasse appunto una voce araba, una cosa che tuttora purtroppo vediamo ben poco nei nostri media mainstream.
E proprio questo, Alba, mi dà la possibilità di farti a mia volta una domanda sul tuo libro: Lessico palestinese. Anatomia del genocidio a Gaza in dieci parole. Parti da dieci parole chiave: narrazione, mutilazione, velo, stupro, identità, pulizia etnica, urbicidio, disturbo mentale, fame e maternità. Ma soprattutto, in questo libro parli non solo di dati e di fatti rispetto alla Palestina, ma anche della storia della tua famiglia. Per questo credo che la volontà di riprenderci uno spazio ci accomuni. Condividiamo l’importanza dello storytelling per umanizzare i palestinesi. Vorrei che ci parlassi un po’ di questo libro, e dell’importanza del linguaggio, del reimpadronirsi dello storytelling intorno al concetto di Palestina.
ALBA NABULSI: Grazie per questa domanda Randa. Per quanto mi riguarda, ritrovare questa voce è stato un lavoro al contempo biografico e collettivo. Collettivo anche nel momento in cui riguarda soltanto la mia famiglia per il semplice fatto che senza il prezioso lavoro di archivio, quello che abbiamo provato a riassumere con Greta Bombardieri – che mi ha fatto il regalo di illustrare questo libro – è proprio la “Nabulsi family saga”. Così, infatti, si riferiva alla storia della mia famiglia mia zia Dalal, che mi ha aiutato a ricomporre i pezzi di una storia della quale ho sentito a lungo parlare, ma di cui non sono stata la prima protagonista.
Questa saga familiare affonda le sue radici in un momento di svolta per la storia dei palestinesi, anche molto amaro. Immaginavo che, attraverso un prisma sia personale sia politico, la mia storia potesse essere degna di essere narrata non in quanto mia ma in quanto frammento, tassello di un mosaico di storie collettive. Quindi questa, diciamo, deformazione professionale dello storytelling che mi porto nel mio lavoro di giornalista e di educatrice ho cercato di metterla nel libro. È stato un libro molto sudato, molto sofferto, che non ti nascondo ho scritto in gran parte piangendo, leggendo le notizie, oppure anche solo semplicemente commuovendomi dinnanzi a una foto, o ancora una volta impressionata da alcune storie che mi venivano raccontate e che facevo fatica a riferire a persone che conoscevo, come mio padre, a cui volevo bene. Facevo fatica ad ammettere che alcune cose fossero successe proprio a noi. Perciò, il tentativo di narrare, di raccontare, in un ‘epoca di genocidio è stato da una parte un dovere di memoria, come hai giustamente detto: siamo state educate nella nostra formazione all’importanza della memoria, che purtroppo però pare essere soltanto riferita ad eventi già conclusi, e che facciamo fatica ad applicare al presente. Quello che invece ho imparato dalla lezione di Primo Levi, di tutte quelle persone che prima di noi si sono confrontate con l ‘esperienza del genocidio, è stato proprio il tema del dovere. L’ho applicato quindi con un certo rigore, con disciplina, cercando di fare un decalogo che potesse però essere comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Quindi Lessico palestinese è un tentativo di raccontare la mia storia, quella con la esse minuscola, con un piede impigliato nella Storia con quella maiuscola. Quindi procedo da questo racconto, riassunto per immagini da Greta, di come i miei parenti in particolare, mio padre e i suoi fratelli, sua madre, si sono ritrovati in Palestina, a casa, nel 1967 dopo un lungo peregrinare fra i paesi arabi.
Nel ’67, complice l’economia crollata, la famiglia si ritrova – per ragioni che scoprirete nel libro – divisa in due: nonna e figli, la maggior parte dei figli, in West Bank e in Cisgiordania, a Nablus, dove vivevano originariamente; mio nonno e suo figlio maggiore, che aveva iniziato l ‘università, sono invece a Beirut. Mio nonno sarà infatti trasferito in Libano dove faceva import-export per cercare di mantenere i cinque figli ancora molto giovani e quindi mia nonna posta d’innanzi a questa scelta impossibile: abbandonare il proprio paese. Gli israeliani faranno firmare a lei e ai suoi figli un documento in cui li trattano come se la scelta fosse stata volontaria; fanno loro affermare di essere al corrente che non torneranno mai più. Decidono fra le lacrime di lasciare il paese per raggiungere la persona che lavorava e portava il pane in famiglia, l’altra metà della loro storia, ovvero mio nonno. Mio nonno mancherà un anno dopo l’arrivo di mio padre in Italia; mio padre lo scoprirà soltanto due anni dopo.
Questa è un ‘altra storia difficile da raccontare: glielo tennero nascosto perché la famiglia temeva che, su impeto emotivo, avrebbe rischiato di perdere il visto correndo a casa per il funerale. Nella cultura islamica i cadaveri sono seppelliti il più rapidamente possibile, entro le 24 ore: è un segno di rispetto verso il defunto. Temevano che, pur di esserci, mio padre avrebbe fatto una scelta che magari gli sarebbe costata la possibilità di studiare e rimanere in Europa. Pensate a che prezzo mio padre si trattenne in Europa. Mi raccontava che dopo questa esperienza terribile non era riuscito a mangiare per una settimana, né ad uscire di casa. E questo è solo uno dei tanti lutti che abbiamo vissuto in differita.
Ciò che mi ha colpito è che in questa storia della mia famiglia, che è ancora in gran parte apolide per quanto riguarda la generazione di mio padre, c’è anche la speranza dell’incontro. I miei genitori, si incontrano all’Università, rimarranno insieme tutta la vita e attraverso la loro esperienza biografica, che ha sullo fondo i maggiori eventi della politica internazionale, mi hanno trasmesso proprio l’importanza della narrazione, l’importanza dello studio. Mi ripetevano spesso: “Abbiamo perso la casa, abbiamo perso i nostri averi ma nessuno ha portato via da noi quello che conoscevamo. Quello che abbiamo studiato, quello che abbiamo letto ci ha permesso di farci una vita altrove”. Il nostro capitale mentale non ce lo può strappare nessuno e credo che l ‘atto della narrazione sia questo: aprire un vaso di Pandora anche molto doloroso, nel momento in cui viene riattivato il pain del padre e il dolore della famiglia, dei suoi fratelli e le sue sorelle. Un dolore perturbante da riattivare ma, dall’altro lato, necessario.
C’è solo un elemento di conforto nella scomparsa di mio padre, avvenuta tre anni fa, ed è che sia mancato in tempo per non vedere reiterato, in maniera ancora peggiore di quello che lui aveva esperito, il trauma della Nakba a reti unificate. Perpetrato da un esercito tra i più forti al mondo, che dispone di tecnologie militari, di intelligence, di capacità di colpire intensamente un popolo che da quasi un secolo chiede solo di essere visto.
Dall’altra parte mi chiedo, però, che cosa abbia permesso nel tempo ai palestinesi di continuare ad essere visti. Con te, Randa, recentemente ci stiamo incontrate, ne abbiamo parlato. Dicevamo: c ‘è tanta gente che soffre nel mondo, ci sono tanti popoli che sono in guerra, che chiedono riconoscimento, ma la causa dei palestinesi, di un Paese così piccolo, ha mobilitato masse di persone. Lo vediamo in Italia, un Paese di cui sono davvero fiera in questi giorni, sono davvero fiera, orgogliosa del fatto che l’Italia sia stata un po’ la miccia che ha dato una nuova forza ai movimenti per la Palestina, ai movimenti di tutti gli umanisti che si riconoscono nel rifiuto del genocidio. Mi chiedevo anche, leggendo il tuo libro e vedendo la tua dedizione alla narrazione della storia, alla difesa della sua causa, che cosa secondo te ci sia di così universale in questa battaglia dei palestinesi, che almeno continuano a costituire una spina nel fianco che impedisce in qualche modo a un ordine mondiale che vuole riorganizzarsi in maniera coloniale, che cosa rimane di così straordinario in questa eccezione palestinese?
RANDA: È una domanda complicata, sì, ne abbiamo parlato e me lo chiedo spesso. Io penso, che spesso c ‘è molto benaltrismo di persone che in questi giorni dicono “Ah, ma perché non manifestate per il Sudan, perché non manifestate per il Congo”, sicuramente ci sono anche altre situazioni umanitarie gravissime, anche lo Yemen, che meriterebbero molta più copertura mediatica, molto più empatia, su questo siamo tutti d ‘accordo. Però in nessun caso c ‘è un livello tale di complicità, dei i nostri stessi paesi. In questo caso l’occupazione israeliana, ad esempio, il genocidio può accadere soprattutto grazie al fatto che noi siamo partner commerciali, che noi inviamo armi, che noi in qualche modo aiutiamo a diffondere, quando dico ‘noi’ parlo in realtà di mainstream media, la Hasbara, la propaganda israeliana che cerca di ribaltare le cose. Quindi c ‘è un livello di complicità capillare unico. Io credo che nella questione palestinese si nasconda una forza che rappresenta un potere veramente catalizzante e nell’oppressione dei palestinesi si riconoscono tutti gli oppressi, in qualche modo. Infatti, parlavamo anche di paesi arabi, ad esempio, nel fantomatico piano di pace presentato da Donald Trump e Netanyahu a Hamas. I paesi arabi e islamici, tra cui Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Turchia avrebbero dato il loro consenso a questo piano. Ora bisogna capire cosa ha cambiato davvero Netanyahu perché sembrerebbe che i leader arabi abbiano dato il loro supporto a una bozza diversa, ma Netanyahu avrebbe cambiato dei dettagli. C’è davvero una grandissima distanza tra quello che i leader arabi fanno e dicono e la loro non solidarietà verso i palestinesi e quello che le popolazioni sentono. Non dimentichiamoci che anche durante le primavere arabe, iniziate nel 2010, la questione palestinese era una grandissima questioneunificatrice, le proteste erano sì contro i loro regimi su questioni domestiche e nazionali, ma erano anche a favore della causa palestinese. C ‘è qualcosa nella causa palestinese, che galvanizzava, che dà una sensazione di giustizia di libertà alle popolazioni arabe, non è un caso che invece questi regimi si precipitano a reprimere queste proteste e hanno sempre paura che le proteste pro -Palestina, in paesi come l’Egitto, ad esempio, possano poi scoperchiare un vaso e tirare fuori tutte le altre questioni irrisolte di quel paese. Comunque si parla di regimi più o meno dittatoriali, ma si parla di totale mancanza di piena libertà di espressione nella maggior parte di questi paesi. In Egitto, ad esempio, c’era un comitato che ha cercato di raggiungere la flottiglia, questi membri sono stati arrestati. Quando c’era la marcia Sumud, che era partita da vari paesi e che voleva arrivare al confine con Gaza, il regime di al-Sisi ha praticamente arrestato quasi tutti gli attivisti. Quindi la questione palestinese non rappresenta solo la Palestina, rappresenta l ‘oppressione di sistemi che hanno beneficiato di una struttura coloniale perché alla fine si parla sempre di leader, di dittatori militari o di monarchie del golfo che sono pienamente allineate con questo sistema coloniale per i loro interessi. Non sto paragonando quello che devono subire le popolazioni egiziane tunisina marocchina rispetto a quello che invece succede dei palestinesi, loro non sono occupati da una potenza occupante e straniera, però sono comunque oppressi da dei regimi dove non hanno piena libertà di espressione, dove non esiste sviluppo economico e quindi possono capire molto bene il senso di oppressione dei palestinesi. In realtà c’è qualcosa altro di più profondo e ideologico che ci unisce i palestinesi, anche a livello di paesi occidentali. La Palestina è stata gestita, viene gestita con una mentalità capitalista, con una mentalità classista e la modalità con cui, ad esempio adesso Donald Trump ha proposto un piano che in realtà piuttosto che occuparsi del principio di autodeterminazione dei palestinesi, della fine dell’occupazione, delle cause profonde della questione israelo-palestinese, si occupa di fatto di fare affari in Palestina, di gestire il territorio palestinese come un territorio dove si può creare una grande nuova riviera, dove ci sono dei giacimenti di gas che chiaramente interessano tanto a lui quanto a Tony Blair e dove ha introdotto personaggi come Jared Kushner e altri che ancora una volta sono essenzialmente interessati a fare affari in Palestina sulla pelle dei Palestinesi. Oggi non c ‘è più la diplomazia, non c ‘è più un vero processo di pace, ci sono questi miliardari che ancora una volta con mentalità coloniale, cercano di prendersi la Palestina proprio come fecero con Sykes-Picot quando crearono i confini del cosiddetto Medioriente in maniera arbitraria e io penso che probabilmente le proteste di oggi istintivamente uniscono in realtà se non proteste anche di classe in cui si percepisce l ‘ingiustizia di una Palestina trattata in maniera così ingiusta, coloniale e capitalista. Non so se hai una riflessione anche tua alba su questo e sul fatto che in realtà la questione palestinese è stata un detonatore sul tema dell’oppressione dell’ingiustizia in tutti i paesi arabi.
ALBA: Allora, guarda grazie mille intanto per questo compendio di riflessioni davvero preziose e mi ritrovo molto nelle tue parole ed è molto bello vedere che la voce dei palestinesi è la voce di tutti i liberi del mondo. Sembra uno slogan ma in realtà è anche una verità e rispetto a questa nuova oligarchia coloniale che disegna in realtà anche i perimetri del recupero della nostra produttività social, della nostra produttività online, che cerca di trasformarci in una sorta di grande banca dati collettiva, piuttosto che cerca di monitorare il nostro tempo di vita, di lavoro. C’è un tema economico, un tema di organizzazione sociale, di ideale produttivo che si accompagna, Francesca Albanese lo mostra molto bene nel suo rapporto. A che punto gli interessi economico-finanziari siano assolutamente indissolubilmente legati con la questione palestinese e soprattutto chi si sia arricchito e come in questo genocidio.
Quindi l’affare di Gaza è anche un affare che si lega al tema idrogeologico, che si lega al tema delle risorse; sappiamo che è in tutta l’area della Palestina storica, dal Mar Morto, che è per metà balneabile, per metà campo minato, fino al tema della siccità del fiume Giordano e quindi della necessità israeliana di mantenere una pole position nella regione sul controllo delle risorse, per non parlare del gasdotto che passa sotto il territorio gazawi, i quali appunto gli abitanti di Gaza non hanno assolutamente accesso al controllo delle risorse sotto il proprio terreno. Questo è uno dei grandi, grandi limiti degli Accordi di Oslo: era proprio questa incapacità di avere uno statuto di sovranità sulle proprie risorse. Vediamo come questo tipo di oligarchia politica è ancora peggiore di quella che avevamo conosciuto con il sionismo liberale e altre dinamiche applaudite in Europa, perché appunto l’Europa ha scelto di lavarsi la coscienza e di, diciamo, delegare la risoluzione della questione palestinese. Quindi lavando i panni sporchi, no, in terra di Palestina. Allora, che cosa vediamo qui? Vediamo un percorso che va verso un momento molto oscuro della concezione dei rapporti politici, dei rapporti economici, dei rapporti lavorativi, dei rapporti tra minoranze, dei rapporti tra identità indigene e coloniali, perché stiamo tornando all’era degli ulema, all’era delle grandi nomenclature piuttosto che all’era delle grandi oligarchie e anche delle connivenze tra protagonismi — di questo abbiamo anche già parlato in passato — tra protagonismi di piccole élite indigene e élite coloniali.
Quindi vediamo, per esempio, il ruolo di subalternità che ha l’Autorità Palestinese e anche una parte della, diciamo, classe borghese, degli imprenditori palestinesi in questo processo: non tutti naturalmente, però c’è anche chi con le colonie si è arricchito. Quindi il tema di, diciamo, riuscire a trovare il bandolo della matassa tra queste connessioni, tra gli effendi, diciamo, del tempo presente, le gerarchie, i signorotti locali e soprattutto i poteri coloniali, riuscire a districarsi in questa matassa è particolarmente complicato. Quindi sicuramente c’è da non dimenticare il quadro del tema delle risorse e il quadro economico. Questo quadro economico è un quadro globale. Quindi io, come per esempio lavoratrice freelance, oggi ho aderito a uno sciopero esponendomi a delle difficoltà maggiori rispetto, per esempio, a una persona con un lavoro più strutturato. Allo stesso modo ci troviamo di fronte a dei lavoratori che magari lavorano per il capitalismo delle piattaforme, che lavorano e fanno lavori anche con dei turni massacranti all’interno dei corrieri di grande distribuzione, e tutti loro co-partecipano di uno sfruttamento che in alcuni casi — per fortuna in Italia, come lo hanno dimostrato le manifestazioni degli ultimi giorni — è uno sfruttamento che denunciano sulla loro pelle e che genera una forma di empatia verso chi, per una sfortuna geopolitica, paga il prezzo maggiore, e quello del rischio dell’annientamento.
Io credo che non dobbiamo dimenticare anche, all’interno di questo pattern, che a pagare il prezzo più alto sono proprio i palestinesi: i palestinesi che non hanno scelto di vivere in una data area del mondo, come non l’hanno scelto altre popolazioni confrontate a forme imperiali, occupazioni, il cui diritto di autoaffermazione è limitato, negato. Soltanto che i riflettori, nonostante il modo anche molto spesso strumentale dei media di raccontare anche questa missione politica e umanitaria che ha voluto almeno simbolicamente rompere l’assedio di Gaza — e poi chissà, ora l’intercettazione delle navi europee e degli attivisti internazionali è avvenuta — però sappiamo anche che la Turchia e le ONG turche hanno inviato quaranta nuove imbarcazioni e sappiamo che c’è stata un’iniziativa simile da parte di altri Paesi, per esempio l’Iran.
Ci sono stati anche, con coordinate diverse, c’è chi ha più un atteggiamento istituzionale-politico, alcuni hanno più bisogno di affermarsi verso la propria popolazione, alle volte si tratta invece di realtà più grassroots, ma comunque c’è un protagonismo internazionale contro quest’élite ed è anche il limite nel discorso che facevamo con Randa, e questo è uno dei temi che abbiamo trovato anche come problematico. Perché, per quanto io tifi per la società civile — sempre comunque credo che sia il luogo più vero di denuncia, a parte le sedi ovviamente del diritto internazionale, che però sono totalmente ignorate dai nostri rappresentanti, se così li possiamo chiamare, visto che ormai non rappresentano altro che se stessi e i loro interessi — però è anche vero che a un certo punto ci vuole un interlocutore, ci vuole un politico che riceva il messaggio che viene mandato alla base della piramide, e questo nel caso della Palestina non accade.
Non accade perché la Palestina è la spina nel fianco di questo tentativo di uno Sykes-Picot 3.0, dove, con tutti i distinguo dovuti ai tempi diversi e agli attori diversi dell’epoca che viviamo, ecco, forse è un’epoca ancora più tremenda perché in qualche modo la missione civilizzatrice qui viene propagandata come la “Gaza Riviera”. Non c’è nemmeno più, come dire, un appannaggio che va al di là di una certa estetica del benessere, di una certa autorappresentazione dello stile di vita: c’è veramente la linea tracciata per separare l’indigenato dalla civiltà, hic sunt leones dall’impero. È una linea molto, molto più pesante, molto più dolorosa, anche molto più ignorante, se vogliamo, di quello che è avvenuto in passato. Quindi credo veramente che, in qualche modo, nonostante questo paradigma molto complesso che abbiamo analizzato — quindi la divergenza tra élite di rappresentazione al contempo palestinesi e internazionali e i movimenti popolari, i movimenti anche di resistenza che si sono attivati sul territorio — nonostante questa difficoltà dell’istituzione a ricevere un messaggio che viene dal basso, ecco che possiamo comunque percepire a che punto la Palestina in qualche modo mostri il resto a nudo e come, all’interno di ogni tentativo di riorganizzazione imperiale, ci siano anche dei forti processi di resistenza che alle volte riescono, un po’ come un bastone inserito tra i cingoli del Merkava, a veramente deviare le rotte, gli itinerari. Quindi io non credo che la “Gaza Riviera” sia un itinerario così scontato o praticabile.
RANDA: Grazie mille Alba, un sacco di riflessioni molto interessanti e mentre parlavi stavo proprio ripensando, ripercorrendo tutti le tappe del gaslighting che è stato fatto in questi giorni, soprattutto dalle nostre istituzioni. Io vorrei veramente ricordare a tutti che in sostanza c’è una tattica precisa che è quella del distogliere l’attenzione da quello che veramente conta, dalla realtà di quello che sta avvenendo, per creare molta polarizzazione. Pensate solo alla premier che si concentra su un paio di vetrine danneggiate durante le proteste e non commenta invece le decine di migliaia di persone che si sono mobilitate per chiedere sanzioni, per chiedere che il nostro governo faccia di più o il fatto che si sia concentrata sul fatto che lo sciopero fosse di venerdì piuttosto che rispondere sul merito. Io credo che ci sia un po’ una disperazione delle istituzioni.
Ieri sera vedevo il ministro Crosetto che chiamava in diretta un programma TV che aveva fosse piazza pulita furioso del fatto che qualcuno avesse insomma, commentato quanto fosse ridicolo che siamo qui a ringraziare i nostri politici, stanno ringraziando le forze israeliane per aver trattato bene gli attivisti, quando in realtà è illegale l’abbordaggio stesso in acque internazionali non sarebbe neanche dovuto avvenire. Quindi c’è, forse, una disperazione di questi politici che si stanno rendendo conto che è come se ci fosse un punto di rottura, qualcosa davvero è cambiato e il senso di impotenza si è tramutato in una mobilitazione che è politica dal basso. E la politica dal basso fa molta paura perché ci mostra un’alternativa possibile, ci rende meno controllabili. Quindi credo che sia veramente un momento storico importantissimo.
Certo, dovremmo protestare anche per le questioni sociali che ci riguardano, per i problemi che esistono in Italia, così come in altri Paesi europei, ma credo che l’aver dimostrato di poter davvero non stare zitti davanti a un genocidio potrebbe creare una forza propulsiva nuova perché ci sia davvero — si crede davvero — un’alternativa alla politica invece dall’alto che ci massifica tutti.
E poi una piccola nota anche sui nostri mainstream media: bisogna davvero fare anche quel salto di qualità, quel passo in più per cercare di informarsi al di là di quello che i nostri telegiornali ci mostrano e di quello che i nostri principali quotidiani ci dicono. È difficile, ovviamente, e richiede più lavoro, e non riguarda solo noi. Attenzione: io abito a Londra e il lavoro della BBC in questi due anni è stato terribile, e la BBC è chiaramente controllata dalla lobby sionista. Questo non si tratta di teorie cospirazioniste: sono stati pubblicati i dati di chi sono i personaggi che praticamente fanno censorship sulle storie della BBC. Il linguaggio è stato terribile.
Ma non si tratta solo della BBC: ovviamente CNN, New York Times, ancora peggio. Quindi c’è tutto un sistema anche mediatico di informazione che ha cercato anche lì di controllarci, di controllare la narrazione. Però la sensazione è che, un po’ per i social media, un po’ perché le persone sono tornate per le strade, sulle piazze, questo tentativo di controllo anche da parte dei media non ha funzionato del tutto.
E quindi forse quello che differenzia la tragedia palestinese oggi da quella del 2002, quando scrissi Sognando Palestina, è che, credo, ormai la propaganda non funziona più e la Palestina non è una questione di nicchia, dei centri sociali: è diventata una questione mainstream, e questo è molto importante.
Alba, non so se vogliamo concludere con delle riflessioni molto brevi su cosa ci aspettiamo che possa succedere nel futuro o qual è la nostra speranza. Che cosa ne dici?
ALBA: Guarda, avevo trovato una citazione che vorrei condividere con voi. È una citazione datata, perché è tratta dal libro di Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, e racconta proprio dell’indifendibilità dell’Europa di fronte a una constatazione, in qualche modo, del tracollo europeo rispetto a questa retorica, come dicevi, che oggi viene smascherata. Ed è incredibile come suonino oggi, di questa straordinaria attualità.
E lui dice: “La cosa grave è che l’Europa è moralmente, spiritualmente indifendibile e oggi si dà il caso che non siano soltanto le masse europee che la incriminano, ma che l’atto di accusa è proferito sul piano mondiale, nel piano mondiale, da decine, decine di milioni di uomini che dai bassi fondi della schiavitù si ergono a giudici”.
Io credo che una nota positiva sia anche questo decentramento del discorso, del prisma coloniale, nel senso che anche durante gli anni di Oslo, diciamo, anche quando c’era un’attenzione mediatica forte verso la Palestina, molto spesso la loro voce era mediata, ed era mediata da persone che non avevano quell’esperienza di colonialismo, di sfruttamento. E invece questa volta non solo sempre più palestinesi trovano la loro voce, ma anche i figli delle diaspore, che hanno avuto il tempo — contrariamente magari ai loro genitori, che non avevano sempre questo privilegio — di formarsi, di studiare, di raccontare.
Ma anche questo grande protagonismo: ricordiamo che, insomma, in sede internazionale, nell’accusa di genocidio — che ora nessuno mette più in conto — ma, Randa, ricordiamo bene il processo di stigmatizzazione mediatica che è stato fatto all’inizio, è stato il grande protagonismo del Sud Africa, e connessa una serie di Paesi del Sud globale, dall’America Latina all’Asia.
Quindi io credo che nella forma decoloniale della critica contro il regime israeliano abbiamo già, in qualche modo, un successo, un traguardo, e credo che sia importante che i media, anche occidentali, lascino in qualche modo la parola, quel privilegio del locutore e quella capacità narrante di cui parlavamo all’inizio ai protagonisti diretti di questa storia.
Vi ringrazio questo pomeriggio per aver dato a me e a Randa la possibilità, appunto, di parlare in prima persona di un processo, quello del colonialismo, che appunto ha riguardato sia il suo che il mio Paese, ma che credo nel futuro non avrà vita facile, perlomeno.

