Thursday 02/07/2026, 17:15
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La Coscience, la nave ammiraglia, trasporta quasi 100 persone. È ferma a Cipro in questo momento, “stiamo facendo manutenzione alle barchette, alle Madleens. Ci siamo fermati per metterle nelle condizioni di proseguire, e muoverci tutti insieme verso . Gli elettricisti e i tecnici sono al lavoro, stanno controllando tutte le barche”. È Vincenzo Fullone che parla, portavoce a bordo della Freedom Flotilla. Lo abbiamo sentito al telefono per farci raccontare della seconda ondata di flotillas che punta ad arrivare a Gaza, partita dai porti di Otranto e Catania a fine settembre.

Le notizie sul trattamento subito dai suoi compagni e compagne della Global Sumud non lo turbano. “Sono preoccupato solo di non arrivare a Gaza. È la mia unica e sola preoccupazione in questo momento. Quello che accadrà una volta che saremo lì, personalmente l’ho vissuto già altre volte. So che tipo di gente sono, so che personaggi ho di fronte. Se fanno quello che fanno ai , alle donne incinte… Nel momento in cui abbiamo accettato di partire, ognuna e ognuno di noi ha messo in conto il trattamento che avremmo ricevuto, e che riceveremo”.

Sulla Concience viaggiano persone di 25 diversi Paesi. I più vulnerabili sono i tre medici palestinesi, che formano parte di una delegazione di sanitari – medici e – composta di circa 60 professionisti, l’ampia maggioranza dell’equipaggio. Anche la delegazione italiana è composta, oltre a Fullone, da due medici, un paramedico, una educatrice specializzata nelle emergenze e un filosofo marxista buddista, Claudio Torrero, subito divenuto un punto di riferimento per tutto l’equipaggio. “Cerca di parlare sempre con tutti sulla nave, ma siccome conosce solo l’italiano e non l’inglese, non riesce mai a fare conversazione con nessuno. Ma non è importante, è comunque una guida spirituale per tutti noi. Ogni mattina fa meditazione, e tutti la facciamo con lui, di qualsiasi religione siamo”. Fra gli altri imbarcati non ci sono grandi nomi, né influencer di spicco; le persone più note a bordo sono Veronica O’Keane, psichiatra del trauma di fama . E la skipper Madeleine Anne Habib, capitano in seconda, tanti anni alle spalle sulle navi di Search and Rescue delle ONG internazionali.

“I nostri medici palestinesi sono quelli che, fra noi, rischiano veramente tutto. Sanno e sappiamo che il trattamento che riceveranno una volta in Israele sarà sensibilmente diverso da quello che riceverà chiunque di noi, compreso chi, come me, è interdetto a vita dal calpestare il suolo israeliano”. Il paradosso è che sul suolo israeliano, come già i volontari della Global Sumud Flotilla, l’equipaggio della Freedom Flotilla Coalition e delle Thousand Madleens to Gaza non ha alcuna intenzione di mettere piede. “Le acque prospicienti Gaza sono Palestina, non sono Israele. Questo in base al diritto internazionale. Che poi per loro il suddetto diritto internazionale sia carta straccia, e che secondo loro siamo tutti terroristi, è un altro discorso”.

“Non è un’impresa simbolica, è un atto di solidarietà fisica e pratica”

Fullone, che ha una lunghissima e intensa storia di vita intrecciata con i destini di Gaza, dove ha vissuto, lavorato e amato, dichiara di non apprezzare molto alcuni dei termini che vengono più spesso utilizzati per descrivere missioni come quella della Freedom Flotilla, sui quali si sono giocate ambiguità spesso anche volute. “Non stiamo cercando di ‘rompere l’assedio’. Quello che noi stiamo facendo è rispondere a una chiamata d’aiuto. È una chiamata ricevuta dai medici palestinesi e dai : ci hanno chiesto di portare aiuto fisico, di dargli il cambio, stremati da due anni di genocidio”. La chiamata dei giornalisti palestinesi, che anche Kritica aveva fatto circolare, è arrivata poco dopo la metà di agosto, quando l’assassinio del reporter Anas al Sharif e dei suoi colleghi Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, ha lasciato sgomenti, ma anche fieramente desiderosi di reagire, i loro colleghi e colleghe. Per questo hanno scritto l’appello “The coverage continues”, che tuttavia ha avuto poca eco presso internazionale. Ora la Conscience si propone di far arrivare a Gaza circa quindici giornalisti internazionali. “Giornalisti e medici palestinesi hanno bisogno di aiuto fisico. Questo gli stiamo provando a offrire. I miei amici sanitari da Gaza mi hanno chiamato raccontandomi di non essere ancora riusciti a seppellire i loro cari, perché non c’è il tempo. Troppe persone da operare e loro non ce la fanno più: non mangiano, non dormono, non bevono, devono lavorare con le mani che tremano. Insieme ai giornalisti sono un bersaglio principe dell’esercito israeliano. La nostra azione non è simbolica, è pratica. Dobbiamo dare loro il cambio, dobbiamo aiutarli, intervenire. I medici sono tutelati dalla Convenzione di Ginevra, stanno andando a dare supporto a dei loro colleghi e colleghe, nel pieno rispetto delle leggi internazionali, senza atti di sfida”. Se Israele li vede così, il problema è dell’interpretazione perversa che Israele stesso dà del diritto, delle leggi e della giustizia internazionale. “Rompere l’assedio di Gaza non è il fine, casomai è una conseguenza del fine, che trova ostacolo in un regime intenzionato a calpestare i diritti umani e i suoi obblighi umanitari in ogni modo.”

Una missione diretta dal protagonismo palestinese

La Coscience trasporta, dunque, “un tesoro”, secondo le parole di Fullone, fatto di mani, teste, occhi, oltre a presidi medici e sanitari, qualche tonnellata di . L’azione non è unilaterale, è stata coordinata fin dall’inizio con le realtà palestinesi, di Gaza in particolare. “Ci siamo coordinati con i medici dell’ospedale Al Awda, nel nord di Gaza. L’ospedale dove è stato rapito il medico Hussam abu Safiya, il più colpito e malandato di tutta Gaza. Mentre a livello generale siamo in contatto con il portavoce del sindaco di Gaza City, Hazem al Nabih, e con il sindaco stesso, Yahya Al-Sarraj.

Questo radicamento della missione nel protagonismo palestinese è uno dei tratti più salienti che contraddistinguono la “seconda ondata” delle flotillas per Gaza da quella precedente, la Global Sumud Flotilla, che ha visto un numero maggiore di attivisti muoversi da un numero maggiore di Paesi, ma una minore presenza palestinese innanzitutto nel coordinamento con il territorio di Gaza. “L’equipaggio di terra” era pressoché tutto occidentale, con gli abitanti in Palestina nella parte di coloro che aspettavano l’arrivo delle barche e degli aiuti. “Anche l’espressione ‘equipaggio di terra’ non mi convince molto”, dice Fullone. “A sostenerci mentre siamo in mare sono donne e uomini di buona volontà, persone che stanno dicendo che non si può rimanere indifferenti di fronte a quanto sta accadendo. Su di loro, sul loro rifiuto dell’indifferenza, facciamo conto quando sarà il momento di procedere ad altre mobilitazioni, e di nuovo bloccare tutto per sostenere chi subirà la ”. Anche in questo caso saranno i palestinesi a coordinare l’azione. “Lo Europe Network è pronto a chiamare a una protesta globale; sono in contatto anche con i sindacati italiani”, racconta Fullone. Dall’Italia, il responsabile della logistica di Freedom Flotilla nazionale, il palestinese Shukri Hroub, sta lavorando su questo terreno.

“Questa è una lotta palestinese. Noi la sosteniamo, solidarizziamo e portiamo il nostro aiuto. Ma stiamo un passo indietro.” Fra le altre squadre di supporto c’è quella legale, già pronta all’azione in territorio israeliano. Mentre dai media Fullone non si aspetta granché. “Cosa posso aspettarmi dopo aver visto come la maggior parte di loro ha trattato le notizie in questi due anni di genocidio, e ben prima? Hanno sempre taciuto sull’occupazione, hanno sempre taciuto sulla situazione di Gaza. Ora si sono svegliati perché l’azione della Sumud Flotilla vedeva al centro persone bianche. Ora che si può parlare di occidentali, ora che gli eroi siamo diventati noi, tutti i media sono improvvisamente interessati alla lotta contro il genocidio. Per quello che mi riguarda ho espressamente richiesto che, se dovessi essere rinchiuso in galera, non si parli di me. Non ho neanche registrato alcun messaggio; si dovrà richiedere che vengano liberati i prigionieri palestinesi, le migliaia di prigionieri palestinesi illegalmente tenuti in cattività, alcuni di loro da decenni. Di me si occuperà sicuramente qualcuno; di loro, invece, non si occupa nessuno. Non voglio che nessuno mi faccia diventare un eroe, nessuno di noi è un eroe. La figura dell’eroe serve soltanto per distrarre l’attenzione, coprire ancora una volta l’occupazione illegale della Palestina”.

Serve anche a chi assiste da casa, a chi fa il tifo, persino a chi si mobilita, per sentire di avere la coscienza pulita di fronte a un genocidio coloniale che chiama in causa tutte le nostre complicità, specialmente quelle inconsapevoli, in quanto cittadini e abitanti di Paesi alleati organici di Israele. “Sì, quando invece nessuno in questa storia è un eroe. Neanche i palestinesi sono eroi. Stanno difendendo la loro terra, è un istinto, è una reazione naturale. Persino gli animali difendono il loro territorio quando qualcuno invade aggressivamente il loro spazio”.

Dopo questa ondata, ce ne saranno altre

La missione della Concience e delle Thousand Madleens non sarà l’ultima a partire per Gaza. Altre ne seguiranno. Dalla Turchia nei giorni scorsi era arrivata notizia che circa 45 barche fossero partite verso Gaza, e che si sarebbero ricongiunte in qualche punto successivo con le 11 barche partite dall’Italia. Ma si tratta per ora di una informazione non confermata, mentre è certamente in corso un lavoro preparatorio importante, da parte turca, per provare ad approdare sulle coste palestinesi con una terza ondata. Lo ha confermato a Kritica il portavoce di Freedom Flotilla Italia, Michele Borgia. “IHH – Humanitarian Relief Foundation e Mavi Marmara Freedom and Solidarity Association sono le due realtà che hanno ricevuto risarcimenti da Israele per l’assassinio di dieci cittadini turchi nel 2010, sulla nave Mavi Marmara. Sono composte dai loro familiari, che hanno deciso di investire il denaro ricevuto in nuove missioni solidali verso Gaza”. Il risarcimento che le associazioni hanno ottenuto nel 2016 ammonta a 20 milioni di euro circa. Soldi interamente riutilizzati per le missioni. Ecco dunque che la prossima ondata, a leadership turca – anche il capitano attuale della Coscience è turco, ed è un professionista stipendiato proprio dalla Mavi Marmara Association –, promette di essere ancora più grande, e la nave ammiraglia ancora più imponente.

“Dobbiamo solcare il Mediterraneo, è il nostro mare, dobbiamo attraversarlo, rivendicarlo. In Italia, in Sicilia, in Calabria, in , i cristiani sono arrivati proprio attraverso questo mare, e sono arrivati proprio dalla Palestina. Attraverso il mare noi abbiamo incontrato e assorbito la cultura palestinese, non la riconosciamo ma ne portiamo tuttora i segni in noi, nei cibi, nei costumi, nella religione, nella socialità”, ricorda Fullone. Le sue sono le parole di un uomo di fede, che ha dedicato parte importante della sua vita alla Chiesa. Cosa si aspetta e cosa si sarebbe aspettato che facesse la Chiesa oggi, per fermare il genocidio palestinese? “La Chiesa è sempre stata una tartaruga nell’intervento politico, e di tutte le scuole cattoliche, quella degli agostiniani – da cui proviene Leone XIV, ndr – è la più lenta in assoluto. Conosco molto bene il mondo vaticano e per quanto sia brutto dirlo, alla Chiesa interessa, in questo momento, soprattutto la protezione dei luoghi sacri. Se perde i luoghi sacri, la Chiesa perde completamente la sua identità. Roma non è la sede naturale della Chiesa cattolica, è una sede localizzata. Certo, Pietro morì a Roma, ma le orme del suo cammino sono a Gerusalemme. In Vaticano sanno benissimo che il potere cattolico non può perdurare senza Gerusalemme. Ecco perché per loro contano soprattutto i luoghi sacri storici, garanzia di identità e longevità”. Anche Francesco aveva a cuore lo stesso obiettivo, secondo Fullone, “ma era un uomo del popolo, era una figura di grande umanità, oltre che un gesuita, quindi si muoveva in tutt’altro modo. Gli agostiniani, basta leggere i loro testi, hanno sempre aspettato l’ultimo momento possibile per capire dove collocarsi, lo hanno fatto di continuo nella storia, persino con le eresie”. Il Papa, insomma, difficilmente si imbarcherà su una qualche prossima flotilla per fare rotta verso Gaza. E a dirla tutta, anche il cardinale Pizzaballa ha espresso parole non lusinghiere verso le missioni. Intanto però a violare le leggi e ad agire da Stato terrorista, rendendo così eclatanti iniziative che di per sé non dovrebbero catturare l’attenzione, è Israele. L’equipaggio delle Thousand Madleens to Gaza e della Freedom Flotilla ha chiamato a una giornata di mobilitazione per l’8 ottobre prossimo, in previsione dell’arrivo delle navi nella cosiddetta “zona rossa” durante la notte. “La Conscience è una nave, non è una barca. Ci aspettiamo che per abbordarci dispiegheranno una forza militare ben superiore a quella utilizzata con la Global Sumud. Potrebbero agganciarci lanciando ancore dal basso per poi arrampicarsi sulla chiglia, come abbiamo visto fare spesso nei film, come si fa durante gli atti di pirateria internazionale. Ma potrebbero anche usare gli elicotteri. Siamo pronti a non reagire, sappiamo come comportarci. Ma come sempre, è l’attenzione del mondo su di noi la principale arma di difesa per la nostra vita”.


PHOTO CREDITS: IHH – Humanitarian Relief Foundation

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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