Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
Durante l’intervista che abbiamo condotto il 22 settembre scorso al fondatore del movimento BDS Omar Barghouti, a un certo punto, a latere della conversazione, gli abbiamo fatto una domanda più delicata: poiché aveva raccontato quanto il movimento favorevole alle sanzioni, al boycott e al disinvestimento fosse cresciuto e quali risultati insperati aveva raggiunto in soli due anni, a fronte di tanto precedente impegno in cui si era ottenuto molto meno, ci siamo sentiti, non provocatoriamente, ma con pensoso dolore, di chiedergli: “Ma allora avevano ragione coloro che, dall’interno di Hamas e fra i settori che sostengono Hamas, hanno sempre ritenuto che il 7 ottobre fosse l’atto necessario per riportare in auge la lotta del popolo palestinese, e a fianco del popolo palestinese?”
La sua risposta è stata chiarissima: “Avrei preferito mille volte che i nostri progressi avvenissero con la stessa lentezza di sempre, che non vedere sacrificati esseri umani”.
Sacrificio. Il 7 ottobre è stato un atto di sacrificio criminale, una giornata sacrificale all’insegna di un crimine contro l’umanità. Non può bastare invocare il diritto alla resistenza armata e il fatto che sia riconosciuto dal diritto internazionale, non può bastare perché, se non siamo Tajani, non possiamo applicarlo solo “fino a un certo punto” e non possiamo dimenticare che nessun diritto alla resistenza armata assolve dal crimine di uccidere e rapire civili. Lasciando da parte la quantità di fake news che hanno circondato la giornata, tutte volte alla mostrificazione cioè alla disumanizzazione dei palestinesi, lasciando da parte anche tutti i dubbi e le domande che ancora riguardano il comportamento israeliano nel frangente, rispetto alle quali Netanyahu in persona da due anni impedisce che vengano svolte le doverose indagini e inchieste, rimane almeno una doppia evidenza inequivocabile: sono stati uccisi civili, sono stati rapiti civili. Nessun diritto alla resistenza legittima questi atti.
Non si è trattato di un atto di legittima resistenza, infatti. È stato un cosciente sacrificio, delle vittime di quel giorno, e delle vittime di tutti i giorni a seguire, fino ad arrivare a oggi, due anni dopo. Un sacrificio di bambini; un sacrificio di donne, di uomini, di madri, padri, nonni, nonne, fratelli, sorelle, giornalisti, medici, paramedici, cuochi, insegnanti, artisti, students, sognatori, persone. Un interminabile sacrificio umano, che ci ha fatto precipitare, da quel giorno, in una nuova epoca storica contrassegnata dal regresso, violento e improvviso, a un regime neo-arcaico, in cui l’appartenenza tribale prevale sui diritti di cittadinanza, in cui la democrazia lascia spazio alla tecnocrazia autoritaria, in cui per tutti, da Oriente a Occidente, il perimetro della libertà si è ristretto spaventosamente, da quella di circolazione a quella di parola.
A pagare il prezzo più alto è stato il popolo palestinese, ma le vittime israeliane, così come quelle thailandesi o di altre nazionalità colpite il 7 ottobre non valgono di meno. Ogni vittima ha pagato il prezzo, ogni vittima è stata sacrificata per erigere un mondo nuovo che in realtà è un balzo indietro nella civiltà umana, un regresso a principii sociali premoderni. Qualcuno la chiama “legge del più forte”, “legge della giungla”, “era neoimperiale”: Hamas e le fazioni che hanno condotto l’assalto il 7 ottobre 2023 hanno fornito l’assist a Israele e i suoi alleati per affondare con la macchina militare e tecnologica che possiedono tutto il peso dei loro stivali sulla schiena di chi difende semplicemente la sua dignità di persona, imprescindibile dalla dignità collettiva del proprio popolo. Lo hanno fatto per scuotere il mondo, probabilmente. Lo hanno fatto per produrre un terremoto politico, anche a costo del loro stesso sacrificio, oltre che di quello del loro popolo. Lo hanno fatto perché il martirio è inscritto nella loro stessa visione del mondo, speculare a quella israeliana, in fondo: anche per Israele il popolo è sacrificabile. Lo hanno sacrificato quel loro stessso giorno, applicando la direttiva Hannibal che ha amplificato incalcolabilmente il numero di vittime, ma di fatto lo Stato di Israele esige il suo tributo di sangue da giovani donne e giovani uomini da sempre. L’esercito israeliano è costruito sulla leva obbligatoria pluriennale più i riservisti, con un rango professionistico ben ridotto.
In questi due anni siamo stati tutti trascinati nelle conseguenze di una visione tribalistica del mondo che si dà, concretamente, nei termini di una israelizzazione forzata anche nelle nostre società in Europa e nel cosiddetto occidente, come abbiamo scritto non più tardi di ieri. Possiamo legittimamente domandarci se il ritorno a una visione settaria e arcaica della collettività non si darebbe altrettanto, in modo non così diverso, se fosse quella di Hamas la tribù in grado di proiettare il suo raggio d’influenza sul mondo. Tuttavia, stando alla verità del reale e a quella dei fatti, non stiamo in alcun modo parlando di due centri di potere equivalenti.
Hamas nasce come conseguenza; lo Stato di Israele è la causa. Anche se Hamas scomparisse definitivamente dalla faccia della Terra, la Nakba dei palestinesi andrebbe avanti, come va avanti da ben prima che Hamas nascesse, come sta andando avanti in Cisgiordania dove non soltanto Hamas non agisce ma l’Autorità Nazionale Palestinese di fatto è un asset israeliano. Neanche la sottomissione salva i palestinesi dall’odio suprematista dei sionisti.
La nuova Nakba dei palestinesi, l’operazione di genocidio e pulizia etnica condotta in questi due anni dallo Stato di Israele con il concorso di un ampio spettro di potenze, non solo occidentali, si sarebbe data con o senza il 7 ottobre. Era già in preparazione, e gli osservatori più avvertiti avevano lanciato già molti mesi prima l’allarme, denunciando il rischio di un genocidio, come racconta Rula Jebreal nel suo libro Genocidio. Con l’operazione Al Aqsa Flood Hamas ha rimarcato che tutto quanto era previsto che Israele facesse non sarebbe avvenuto senza il sacrificio di umani israeliani. Ha reclamato il suo tributo preventivo.
Ecco allora che, senza pretese di tracciare soluzioni per il futuro che verrà, la cosa più giusta da fare oggi forse è provare a ricordare, almeno nei numeri, che portata ha raggiunto il tributo umano richiesto da allora; senza che con ciò si siano placate le ire di un solo dio, né sollecitato alcun suo intervento. Ci soffermiamo volutamente con dovizia di particolari sul Gaza genocide (in entrambi i casi abbiamo tratto i dati dalle fonti ufficiali delle due parti) perché rappresentano la fotografia di una devastazione che non è mai avvenuta nella Storia umana in questa portata, in così poco tempo.
Vittime del 7 ottobre: 859 civili, circa 300 soldati, 57 membri delle forze dell’ordine, 250 persone rapite, di cui almeno 30 bambini.
Vittime del genocidio di Gaza dal 7 ottobre 2023 al 5 ottobre 2025: 76.639 persone di cui circa 9.500 ancora disperse, circa 20mila bambini uccisi.
Impatto del genocidio su Gaza dal 7 ottobre 2023 al 7 ottobre 2025:
Oltre 2,4 milioni di civili nella Striscia di Gaza colpiti da genocidio, fame e pulizia etnica. Circa il 90% di Gaza è stato distrutto. L’occupazione ha preso il controllo di oltre l’80% della superficie totale di Gaza attraverso invasioni, incendi e sfollamenti forzati. L’occupazione ha bombardato l’area di Al-Mawasi 136 volte, nonostante affermasse che fosse una “zona umanitaria sicura”. Più di 200.000 tonnellate di esplosivi sono state sganciate sulla Striscia di Gaza.
1.015 neonati di età inferiore a un anno sono stati uccisi. Oltre 450 bambini sono nati e sono stati uccisi durante il genocidio. 1.670 membri del personale medico, 140 membri della protezione civile e 254 giornalisti sono stati uccisi.894 atleti di varie discipline sportive sono stati uccisi. Oltre 39.022 famiglie sono state massacrate; 2.700 famiglie sono state completamente annientate e 6.020 famiglie sono state quasi completamente sterminate con un solo sopravvissuto. Oltre il 55% delle vittime sono bambini, donne e anziani. 460 persone sono morte per fame e malnutrizione, tra cui 154 bambini. 23 sono state uccise da lanci aerei di aiuti falliti.
169.583 feriti e feriti ricoverati in ospedale. Oltre 19.000 necessitano di riabilitazione a lungo termine. Sono state effettuate oltre 4.800 amputazioni, il 18% delle quali su bambini.
38 hospitals e 96 centri di assistenza primaria bombardati o distrutti. 197 ambulanze prese di mira. 788 attacchi ai servizi sanitari, comprese strutture, veicoli, personale e catene di approvvigionamento. 61 veicoli della protezione civile e dei vigili del fuoco presi di mira. Il 95% delle scuole è stato danneggiato. 668 edifici scolastici sono stati direttamente bombardati (circa l’80% di tutte le scuole). Oltre 13.500 studenti uccisi. Oltre 785.000 studenti privati dell’istruzione. Oltre 830 insegnanti ed educatori uccisi. 193 accademici, studiosi e ricercatori uccisi. Oltre 835 moschee completamente distrutte e 180 parzialmente distrutte. 3 chiese ripetutamente prese di mira. 40 cimiteri distrutti su un totale di 60. Oltre 2.450 cadaveri rubati dai cimiteri. 7 fosse comuni create dall’occupazione all’interno degli ospedali.
Circa 268.000 unità abitative completamente distrutte. Oltre 288.000 famiglie sono rimaste senza casa. Oltre 125.000 tende su un totale di 135.000 sono deteriorate e inagibili. Circa 2 milioni di persone sfollate con la forza. 293 centri di accoglienza e rifugio presi di mira. 220 giorni di chiusura totale di tutti i valichi di Gaza.
A oltre 120.000 camion che trasportavano aiuti e carburante è stato negato l’ingresso. 47 mense comunitarie e 61 centri di distribuzione alimentare presi di mira. 540 operatori umanitari e di soccorso uccisi. 128 attacchi contro convogli umanitari e missioni umanitarie. 2.605 vittime, 19.124 feriti e oltre 200 dispersi nelle cosiddette “zone di aiuto umanitario”.
650.000 bambini a rischio di morte per fame e malnutrizione. 40.000 neonati di età inferiore a un anno a rischio a causa della mancanza di latte artificiale. 250.000 lattine di latte in polvere necessarie ogni mese, ma vietate da Israele.
Oltre 22.000 pazienti hanno bisogno di cure all’estero, ma viene loro negata l’uscita dal Paese. Oltre 5.200 bambini necessitano di evacuazione medica urgente. Oltre 17.000 pazienti hanno completato le procedure di rinvio, ma non possono viaggiare. 12.500 malati di cancro rischiano la morte per mancanza di cure. 350.000 pazienti cronici sono in pericolo a causa del blocco dei farmaci. Circa 107.000 donne in gravidanza e in allattamento rischiano la vita a causa della mancanza di cure. 725 pozzi d’acqua centrali distrutti. 134 progetti idrici colpiti, causando 9.400 morti, per lo più bambini.
Oltre 3 milioni di metri di strade e vie danneggiati. 247 edifici governativi distrutti. 292 impianti sportivi e 208 siti archeologici distrutti. Oltre il 94% dei terreni agricoli (su 178.000 dunum) distrutti. 1.223 pozzi agricoli distrutti. 665 allevamenti di bestiame e pollame distrutti. I terreni coltivati a ortaggi sono stati ridotti da 93.000 dunum a 4.000. Oltre l’85% delle serre distrutte. La produzione annuale di ortaggi è scesa da 405.000 tonnellate a 28.000 tonnellate. Il 100% del settore ittico è stato devastato.
CREDITI FOTO: © Kritica, Manifestazione del 4 aprile 2025


4 Comments
Pingback: Il calcio davanti alle sue responsabilità verso il genocidio a Gaza
Pingback: Gaza, Ahmed e il suo amico asino - Kritica.it
Pingback: La Palestina è al centro dell’attenzione mondiale. Per quanto?
Pingback: Al Najjar, Alberizia, Centrone e una Farnesina assente - Kritica