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C’è un metodo più preciso di altri per calcolare quante persone partecipano a un corteo, e si basa sulla cosiddetta “portata”. Identificare con la massima precisione possibile quante persone attraversano lo stesso spazio in un secondo, per quanti secondi. Lo si può fare se si rimane fermi nello stesso posto per ore, e si guarda passare l’intero corteo. È quello che abbiamo fatto ieri, rimanendo fermi per 3,5 ore almeno nello stesso punto, e vedendolo passare pressoché tutto davanti a noi. Lo avevamo fatto anche in precedenti cortei. Sulla base di questi calcoli, possiamo considerare che il corteo per la Palestina di ieri, 4 ottobre 2025, ha visto partecipare non meno di 700mila persone vere. Alle quali vanno aggiunte le tantissime persone che sono arrivate direttamente a San Giovanni, e le tantissime persone che, fermate già in viaggio dai controlli, o scoraggiate dalle metro chiuse, non sono mai riuscite ad arrivare e le persone che, anche ieri, hanno manifestato in altre città.
Per una volta, insomma, la polizia non ha troppo esagerato in difetto né gli organizzatori hanno esagerato affatto in eccesso dicendo “siamo un milione”. Avevano invece esagerato, e senza pudore, quelli del 7 giugno scorso, quando dalle piazze di San Giovanni durante la demonstration unitaria proclamarono che avevano partecipato in 300mila. Dai nostri calcoli si trattava di circa 30mila persone.
Da 30mila a un milione, anzi a più milioni, considerando le moltitudinare manifestazioni del 3 ottobre, giornata di sciopero nazionale generale, in tutt’Italia. Cos’è cambiato, in questi quattro mesi? Il genocidio in Palestina è proseguito e si è anzi aggravato, la carestia e la fame hanno fatto migliaia di vittime a Gaza, la crudeltà e il sadismo del regime israeliano si sono mostrati senza più filtri. Le spedizioni delle flottiglie, prima la Madleen, poi la Global Sumud Flotilla che ha fatto le cose in grande, hanno catalizzato l’attenzione e specialmente l’ultima missione, qui in Italia, è riuscita ad accendere gli animi delle persone e ad alzare il livello di conflitto, grazie soprattutto all’alleanza tattica con alcuni settori del sindacalismo di base: i portuali e l’Unione sindacale di base in primis.
In queste ore, gli attivisti della Global Sumud Flotilla stanno tornando a casa, via via, dopo essere stati illegalmente sequestrati nei giorni scorsi, portati in Israel e lì rinchiusi nel carcere di Ketziot. In tanti abbiamo visto le immagini della visita minacciosa del ministro della sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir. Una volta a casa, gli attivisti stanno raccontando dei trattamenti umilianti subiti nei carceri. Specialmente Greta Thunberg, secondo quanto hanno riferito alcuni, sarebbe stata fatta bersaglio di atti degradanti e prossimi alla tortura vera e propria.
Come Greta Thunberg stessa – che fa parte delle centinaia di persone non ancora rilasciate dal regime israeliano – direbbe se potesse, se queste che ci stanno raccontando sono le violenze subite dagli attivisti della Flotilla, immaginiamoci quelle che subiscono i palestinesi. Immaginiamoci cosa sia subire da quasi un secolo l’occupazione israeliana. E non c’è bisogno di immaginarlo, in verità: i palestinesi ce lo raccontano da sempre, anche ora, con i libri e con i film, alcuni al cinema proprio adesso. Eppure il sentimento che suscitano in noi queste sofferenze non è lo stesso che si produce quando sentiamo che a essere colpite sono persone a noi vicine. Ci umilia sentire come è stata trattata Greta Thunberg, perché è una giovane donna a cui abbiamo imparato a voler bene, per il suo indomito coraggio e la sua limpidezza. Ci umilia che a essere trattati in un certo modo siano i nostri simili, “i nostri compagni” come da parole dei portuali. Alla partenza della flotilla dissero che se fosse stata bloccata avrebbero “bloccato tutto”, perché a imbarcarsi erano anche alcuni di loro. E lo hanno fatto, hanno davvero bloccato tutto.
Abbiamo scritto dall’inizio che l’iscrizione profonda della Global Sumud Flotilla nel quadro culturale occidentale era, a nostro avviso, parte degli elementi problematici di quella missione. Di tale quadro ha fatto pienamente parte la carica emotiva selettiva, tale per cui a milioni ci si è sollevati empatizzando con i volontari delle imbarcazioni molto di più di quanto, per due anni, non si sia riusciti a empatizzare con il popolo palestinese. C’è stato evidentemente bisogno di un filtro che venisse dal proprio mondo, per far montare la partecipazione emotiva.
Proprio questo dice “dei nostri limiti e le nostre migliori intenzioni” trasportati dalla spedizione, come scrivevamo: lo dice il fatto stesso che essa, con queste caratteristiche, sia stata necessaria. Che assistere a un genocidio in live streaming per due anni non sia bastato. Che gli appelli che ci sono stati fatti da Gaza e dalla Palestina per due anni di fila non siano bastati. Che sia servita una iniziativa capace di adoperare le tecniche più rodate del marketing virale per richiamare a sé le masse creando “engagement”.
Questo tipo di dinamiche afferiscono ben più alla produzione spoliticizzata del consensus, che non alla crescita politica delle coscienze. Affinché si dia crescita politica delle coscienze è necessaria, infatti, una visione del mondo che ci unisce, dalla quale possiamo trarre ispirazione per formulare programmi, individuando mezzi efficaci che non contraddicano i fini, e che assegni a ciascuna persona un ruolo, come cittadina, come lavoratrice, per i suoi mestieri, le sue competenze, capacità umane e passioni. In una società profondamente spoliticizzata come quella italiana, è stata necessaria la Global Sumud Flotilla per portarci tutti in piazza sulla base di un sentimento profondamente condiviso, anche oltre le divisioni e le differenze – il sentimento di contrarietà e indignazione per il genocidio perpetrato da Israele con la complicità del nostro stesso governo e non solo –; ma non sarà sufficiente la flottiglia perché da questo sentimento si produca una crescita politica delle coscienze.
Tutto questo non significa affatto che la Global Sumud Flotilla non abbia ottenuto risultati sul terreno politico. Ne ha ottenuto uno, in particolare, che vale per dieci: ha costretto il nostro governo a muoversi diplomaticamente nei confronti di Israele. Ha costretto a fare telefonate che altrimenti non sarebbero state fatte. Ha costretto a muovere i rapporti fra due Stati alleati a difesa anche solo parziale dei cittadini di uno. Ha costretto in qualche misura un governo di estrema destra a fare i conti con il fatto che in uno Stato sovrano democratico chi governa ha l’incarico di difendere tutti i suoi cittadini, non soltanto quelli che ti hanno votato.
La sostanziale disapplicazione del Decreto Sicurezza in questi giorni è l’evidente segnale di difficoltà di un governo che si rende conto benissimo di non poter far ricorso alla forza per fermare la società, quando questa si manifesta in massa. Puoi cercare di criminalizzare alcuni settori sociali, ma non puoi criminalizzare tutto il popolo, specialmente se a portare in piazza quel popolo è un sentimento che, come dimostrano persino i sondaggi per quel che valgono, è condiviso dagli stessi elettori del governo. Se Giorgia Meloni è nervosa lo è, a nostro avviso, soprattutto per questo motivo. Milioni di avversari in piazza non hanno di per sé il potere di fermarla, ma le fratture nel suo fronte sì.
Con le piazze per la Palestina ha fatto irruzione la verità condivisa, quella che porta a riconoscere nel popolo palestinese inequivocabilmente l’oppresso, e nello Stato di Israele inequivocabilmente l’oppressore. Ci sono tanti temi sui quali quelle stesse persone che erano in piazza non possiedono una verità condivisa. Uno fra tutti: la caratterizzazione e la conseguente condanna del regime di Putin. Ma la Palestina ci unisce innanzitutto sul piano della verità, e questo è un grande risultato di due anni indefessi di impegno dedicati da tante e tante persone, a cominciare dai giornalisti palestinesi, proprio per far emergere “la verità dei fatti su quella del potere”, come recita il nostro motto di nascita. Un risultato tutt’altro che scontato: la grande macchina della propaganda sionista è ricca, è potente, non rimane mai a corto di mezzi, ha a disposizione tanti volenterosi soldatin innanzitutto all’interno dei media mainstream e del corpo intellettuale liberale. Eppure l’abbiamo sconfitta, senza per questo riuscire a fermare il genocidio.
Le nostre manifestazioni di questi giorni hanno scosso gli animi dei palestinesi, ben più di quanto non abbia fatto la grande flotilla in quanto tale. Lo ha raccontato Luisa Morgantini durante l’iniziativa #24orexGaza alla quale abbiamo partecipato anche noi di Kritica. Lo ha detto anche Omar Barghouti, durante i giorni in cui si trovava in Italia: nella spedizione della Global Sumud Flotilla i palestinesi non si sono emozionati più di tanto; anzi, le associazioni politiche palestinesi si sono anche risentite, perché era un atto che li scavalcava. Una delle differenze con la Freedom Flotilla storica, che in questi giorni ha ripreso il mare insieme alle Thousand Matleens to Gaza ed è già molto vicina alle coste di Gaza, è stata proprio nel coinvolgimento diretto dei palestinesi, sia della diaspora sia in Palestina, nella preparazione e direzione della missione; nel riconoscerli come soggetti che non chiedono di essere aiutati, chiedono di essere ascoltati e di dirigere la loro stessa resistenza.
Proprio per queste ragioni, però, immaginiamoci che impatto deve aver avuto per persone che stanno subendo un genocidio al solo scopo di cancellare per sempre dalla Storia quella bandiera, vederne sventolare in piazza centinaia di migliaia, vederla issata da milioni di persone.
Se per arrivare a questo era necessaria la Global Sumud Flotilla, ben venga la Global Sumud Flotilla, senza glorificarla ma tenendola sempre presente come uno specchio dei nostri limiti e delle nostre buone intenzioni. Ben vengano le flotillas in navigazione ora, ben vengano quelle future. Ben vengano le reverse Dunkirk.
A chi sta a terra, tuttavia, spetta il compito di capire, ora che questa scorciatoia emotiva ha sortito il suo effetto, come organizzare politicamente la spinta di verità condivisa, cioè etica, che ci ha portato a unirci, e che non è già politica. Nei comunicati dei sindacati che chiamavano allo sciopero del 3 ottobre, con l’unica eccezione di Si.Cobas che chiedeva “la fine immediata del genocidio sionista a Gaza e in Cisgiordania, la sospensione di ogni fornitura di armamenti e di merci, nonché di ogni collaborazione e partnership commerciale, culturale, accademica e tecnologica con lo stato di “Israele”, non erano elencate motivazioni in grado di tradursi in istanze concrete di lotta e conflitto nei confronti del governo e dei centri di potere filo-israeliani.
Se vogliamo che questo movimento impressionante di energie sia qualcosa di più di una fiammata destinata a spegnersi così come si è alzata, serve organizzare una piattaforma di rivendicazioni precisa e puntuale, che esiga azioni concrete e misurabili sulla base delle quali calibrare le prossime iniziative di lotta e aggregare gli accordi, misurando gli eventuali disaccordi. Perché per quanto gli animi si possano riscaldare al fuoco della piazza per testimoniare un sentimento, un posizionamento umano o una rabbia, c’è innanzitutto un genocidio da fermare. E c’è una battaglia politica che deve ottenere dei risultati concreti. Quelli che non siamo stati in grado di ottenere nel 2001-2003 – quando pure mantenemmo tutte le richieste sul piano sostanzialmente morale – nonostante le mobilitazioni moltitudinarie e un afflato etico che era persino superiore a quello visto in questi giorni.
CREDITI FOTO E VIDEO: © Kritica


























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