Thursday 02/07/2026, 18:39
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La Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno sarà ricordata, ancora per anni a venire, per . Prima della proiezione del pomeriggio nella Sala Grande con la troupe del film, già al mattino c’era stato un lunghissimo, inusuale applauso durante la proiezione riservata ai giornalisti. Un applauso carico di , e, forse, della consapevolezza di quanta responsabilità ci portiamo dentro, collettivamente, come umanità tutta, per ciò che oggi a Gaza e in tutta la Palestina sta arrivando alla sua soluzione finale: il sacrificio di un intero popolo, a cominciare dai suoi bambini, affinché possa realizzarsi il progetto coloniale, espansionistico e nazionalista del movimento sionista internazionale, che trova in Israel la sua  bandiera.

Gli interminabili minuti di applausi della proiezione ufficiale, la platea che ha gridato “Free Palestine” e l’attore Motaz Malhees, palestinese originario di Jenin, che ha mostrato la bandiera palestinese offertagli da alcuni spettatori, hanno dunque impresso il segno a un Festival che non poteva, non doveva svolgersi nel segno del business as usual. Gli di Venice4Palestine hanno provato, con la loro lettera aperta e le loro iniziative di boicottaggio, a portare il conflitto all’interno della kermesse, grazie al coinvolgimento di personalità schierate appartenenti al mondo del cinema. Ma di una cosa va dato merito all’organizzazione stessa della Mostra: di aver selezionato questo film e di averlo inserito nel concorso principale.

E potrebbe vincerlo. Perché The Voice of Hind Rajab è un grande film. , la sapiente regista tunisina già candidata all’Oscar per Four Daughters, dà corpo al neorealismo del Ventunesimo secolo, facendo quello che solo il cinema neorealista nella sua più alta espressione riuscì a fare: portare, in arte, la verità della condizione umana in un preciso momento storico. Lo fa attraverso un innesto quanto mai sapiente fra le reali registrazioni della voce della bambina – uccisa il 29 gennaio 2024 dopo ore trascorse dentro un’auto, unica superstite della sua trucidata da un attacco dell’esercito durante un’evacuazione – mentre chiedere aiuto durante una telefonata alla ; e la recitazione superba, disarmante degli attori, che impersonificano il personale dell’organizzazione umanitaria. “It was not acting, it was reacting”, ha spiegato in conferenza stampa l’attrice Clara Khoury, spiegando che gli attori hanno impersonato i loro ruoli ascoltando le vere registrazioni della voce della bambina, trasportati dalle loro reali emozioni. “Tutte le lacrime che vedete, erano vere. Durante il film abbiamo vissuto pienamente tutto il sentire che vedete rappresentato”, ha raccontato Saja Kilani. “Per me questo film non è mai stato recitare; come palestinese, è stato rivivere la mia stessa vita. E in alcuni momenti non sono riuscito ad andare avanti: per due volte ho avuto un attacco di panico, e devo ringraziare il resto del cast per l’aiuto che mi ha offerto”, ha spiegato nuovamente Malhees.

Il film si svolge interamente dentro gli uffici della Mezzaluna rossa, in Cisgiordania, che prendono in carico anche le richieste provenienti da Gaza dopo la distruzione di quelli sul posto. Vediamo, in costante primo e primissimo piano, i volti degli operatori che prendono la chiamata, inizialmente al telefono c’è la cugina di Hind Rajab, che dopo poco sarà uccisa anche lei; poi lo zio, contattato nella disperazione dalla Germania, poi la bambina. Con la quale parleranno per ore, mentre provano ad avviare i soccorsi che potrebbero salvarla. E, nell’assistere a come funziona la grande macchina che consente i soccorsi per Gaza, noi spettatori capiamo a un livello forse mai così d’impatto fino a che punto i vivono e resistono all’interno di una gigantesca trappola per topi, costruita dall’ con un sadismo e una ferocia tutt’altro che spontanee, al contrario freddamente, scientificamente organizzate.

Sarebbero bastati otto minuti, infatti, per far arrivare l’ambulanza più vicina a salvare Hind Rajab, Hanood, come lei stessa si presenta agli operatori. Otto minuti che diventeranno ore, nella crescente disperazione e tensione degli operatori, perché i soccorsi vanno coordinati, attraverso l’intercessione degli organismi internazionali e dell’esercito israeliano. Al quale fa capo, infine, il diritto di aprire e chiudere i canali garantiti per far passare le ambulanze. Ovvero di decidere chi vive e chi muore.

All’interno degli uffici della Mezzaluna – che osserviamo come una vera e propria situation room simile, paradossalmente, a quella presidenziale messa in scena da un film puramente adrenalinico come The House of Dynamite di Katherine Bigelow pure mostrato in questa edizione del concorso –  la tensione sale, e si arriva presto anche agli scontri verbali e fisici fra chi, come Omar, vorrebbe saltare tutti i passaggi burocratici e far arrivare subito l’ambulanza, e chi invece, come il capo del coordinamento Mahdi, sa quanto i paramedici stessi rischino la vita, e quanto coordinarsi con le diverse autorità sia essenziale per non mandarli al sacrificio. Sull’ambulanza ci sono Yousef Zaïno e Ahmed Madhoun. Mahdi in ufficio tiene un poster con tutti i ritratti dei colleghi morti mentre prestavano soccorso. Non può e non vuole sacrificarne neanche uno di più, dice.

E così i minuti diventano ore. Ore durante le quali tutti loro parlano, parlano e parlano con Hind, dall’altro capo del telefono, che racconta cosa vede, racconta che ha paura, ha paura degli spari ma ha paura anche del buio che si avvicina. Salvatemi, dice di tanto in tanto. Venite a prendermi. Una bambina sola, in un’auto già crivellata di colpi, con i cadaveri di altre quattro persone dentro. L’esercito israeliano la vede. Sanno benissimo che è lì, e che è ancora viva. Potrebbero salvarla loro stessi. Invece aspettano. Aspettano il momento giusto per ammazzarla.

E quel momento arriva, in tarda serata, proprio quando la lunga catena del coordinamento sembra essersi chiusa, e infine è arrivata – da stesso – la luce verde. Il canale di passaggio è garantito, si può partire per andare a recuperarla.

A pochissimi metri dall’auto di Hind Rajab, l’esercito colpisce l’ambulanza e nuovamente l’auto. Muoiono Hind, Zaïno e Mahdoun. La bambina era già stata sacrificata. Ma il momento giusto per eseguirne la condanna a morte sarebbe stato quando si provava a soccorrerla. Solo dodici giorni dopo l’attacco, una volta ritirato l’esercito israeliano dalla zona di Tel al-Hawa, la madre di Hind, che non si trovava con lei nell’auto, riceverà le spoglie della figlia e il mondo intero potrà vedere cosa è stato fatto all’auto: 355 colpi. Completamente crivellata, come i corpi di chi, al suo interno, non stava facendo altro che evacuare la zona, obbedendo agli ordini dell’esercito israeliano stesso.

Alla fine del film ascoltiamo le parole della madre, vediamo le fotografie della bambina, quelle che già conosciamo tutti, perché fecero immediatamente il giro del mondo non appena la sua storia divenne nota. All’interno della Mezzaluna palestinese, quando si resero conto che i soccorsi di Hind Rajab venivano attivamente ostacolati, utilizzarono in tempo reale i social media per far sapere al mondo che cosa stava succedendo. Questo è l’unico mezzo che i palestinesi hanno a disposizione perché il mondo condivida quanto stanno vivendo. È un mezzo profondamente ambivalente: ci svela la verità nella sua brutalità, ma non ci dota di strumenti per cambiare la realtà.

Questa ambivalenza l’ha descritta, con tristezza, la regista stessa durante la conferenza stampa, quando ha detto che più che un dovere, realizzare questo film le sembrava l’unica cosa da fare per una urgenza di giustizia, in un tempo e in un momento storico in cui tuttavia trovare un senso a ciò che si sta facendo è sempre più difficile, perché ciò che si sta facendo non servirà a fermare il genocidio. Allora rimane soltanto, almeno, comunicare. Tramite l’arte, comunicare il vero. E umanizzare. Umanizzare un popolo costantemente disumanizzato, costantemente privato della sua e diritto di vivere. A partire dai bambini. “La madre ha raccontato che Hind amava il mare. Ho pensato di mostrare la sua umanità, oltre la sua morte, attraverso le sue immagini di gioia, di gioco, con la sabbia, davanti al mare. Perché quando penso a Hind Rajab che amava il mare, poi penso al progetto della Gaza Riviera, mi chiedo in che mondo viviamo”.

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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