Sunday 01/11/2026, 21:04
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Dopo l’importante successo dello sciopero generale del 30 ottobre indetto dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme agli altri sindacati di base e agli studenti in tutta Italia, con decine e decine di città coinvolte e moltitudini di persone in piazza, abbiamo chiesto un commento a Guido Lutrario, dell’Esecutivo nazionale USB.

Intanto, l’assemblea nazionale di oggi 1° novembre al Colosseo ha lanciato una campagna che culminerà con una grande manifestazione nazionale il 12 dicembre, passando per altri appuntamenti: la manifestazione per il diritto all’abitare del 9 novembre in connessione con lo sciopero generale indetto sullo stesso tema in Spagna, lo sciopero internazionale degli studenti il 20 novembre e la manifestazione  per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere del 25 novembre.


Che valutazione date del risultato di questa giornata di sciopero? Vi ha colto di sorpresa?

Il risultato è stato sicuramente straordinario, però non completamente inatteso; avevamo ampio sentore che sarebbero state manifestazioni più grandi rispetto all’ultimo sciopero generale. Tutti ricorderanno gli scioperi generali del 22 settembre e 3 ottobre dell’anno scorso; erano tuttavia molto centrati sul tema della Palestina, e la differenza, molto importante, è che quest’anno sono entrate in campo questioni sociali, e anche di natura sindacale; la partecipazione si è data anche a partire dai problemi strettamente materiali delle persone. Ed è stata evidente la partecipazione dei lavoratori adulti, oltre che di settori giovanili e di studenti, che erano i grandi protagonisti anche l’anno scorso. Quest’anno registriamo una presenza più visibile dei lavoratori, compreso di lavoratori dei settori che hanno protestato nel corso dell’ultimo mese, quindi gli agricoltori, in alcune città anche gli autotrasportatori che abbiamo visto scendere in piazza nelle manifestazioni in Calabria, per esempio. A Roma sono stati gli agricoltori con i trattori ad aprire la manifestazione. Abbiamo assistito a una convergenza di categorie, fra cui anche alcune di quelle, come le ultime citate, che tendenzialmente simpatizzano per il governo Meloni, e che invece ora sono entrate in conflitto con il governo, di fronte all’assenza di risposte.

Il messaggio che il successo di questo sciopero manda alla CGIL e alla politica di opposizione istituzionale è piuttosto chiaro dal punto di vista politico: le persone non possono più rimanere in loro attesa, sono disposte a lottare in prima persona ed esigono azione sul terreno del conflitto. È così?

Lasciando da parte CISL e UIL il cui profilo è ormai sempre più smaccatamente filogovernativo, il principale problema della CGIL è che ha cambiato pelle, ed è diventato un sindacato di esclusiva concertazione. Da luglio a oggi, hanno tenuto almeno una quindicina di incontri con le associazioni datoriali. Sembrava addirittura si apprestassero a firmare uno storico patto con Confindustria e gli altri datori di lavoro, adesso pare che questo accordo stia saltando, in base agli ultimi articoli usciti. Se così sarà, tanto meglio, sta di fatto che il clima di questi ultimi tre mesi è stato interamente preparatorio a un accordo con le associazioni imprenditoriali. Già questo è indicativo di una posizione che sta da tutt’altra parte rispetto al vissuto dei lavoratori in questi stessi mesi.

Il 20 novembre ci sarà un altro sciopero generale indetto dalla CGIL, che valutazione ne date?

Lo sciopero annunciato per il 20 novembre non sta trovando per ora corrispondenza in una spinta conflittuale effettiva sui luoghi di lavoro e nelle diverse categorie. Sembra più uno sciopero elettorale; una sorta di mano tesa al cosiddetto campo largo per creare condizioni di protesta nei confronti del governo. Ma non lo si sta costruendo attraverso una tensione al conflitto fra i vari settori lavorativi, neanche fra le categorie che più hanno protestato di recente; anzi proprio queste ultime non hanno trovato nella CGIL un interlocutore, hanno trovato nella CGIL quasi un avversario. I loro funzionari hanno chiesto uno sgombero dei blocchi statali, e di sospendere tutte le iniziative di protesta. Per cui la nostra valutazione è che la CGIL abbia rinunciato da tempo a essere un interlocutore della protesta, e abbia scelto di assumere un ruolo di controllo. Intervengono per frenare. Quando vedono che l’onda si muove, allora corrono per non perdere il treno e rimanere in campo. L’anno scorso, con lo sciopero sulla Palestina, sono stati obbligati a farlo, perché ormai avevano tutta la loro base in rivolta, lo dovevano fare a tutti i costi e l’hanno fatto. Mi sembra che questo sciopero del 20 novembre abbia un po’ le stesse caratteristiche. Spinti da una situazione in cui rischiano di essere completamente abbandonati dalla loro base, lo hanno indetto, ma è una iniziativa di facciata, non è l’inizio né la prosecuzione di una battaglia sui salari o sul carovita.

Lo spirito di battaglia non si rinviene neanche nel cosiddetto campo largo d’altra parte, che a parte singole presenze non si è mobilitato per partecipare al vostro sciopero di venerdì.

I temi al centro dell’attenzione nelle piazze riguardano il carovita ma anche il nesso con l’aumento delle spese militari. Emerge la consapevolezza che mentre la vita peggiora, l’orientamento è quello di investire soldi pubblici nell’acquisto e nella produzione di nuovi armamenti. Ma questo argomento per l’opposizione è come minimo ostico da affrontare. Fa parte della loro difficoltà anche nello scrivere il programma comune, perché sono gli stessi che un anno e mezzo fa erano in piazza del Popolo a sostenere il riarmo, purché sotto l’egida europea. E la CGIL stessa vi partecipò, senza dare troppo nell’occhio.

Sono posizioni di promozione della guerra: per loro è necessario proseguire la guerra in Ucraina a tutti i costi, continuare a spendere miliardi per sostenere l’Ucraina e per costruire nuovi armamenti, anzi giovarci tutti dell’avanzamento tecnologico che la guerra ha consentito agli ucraini e utilizzarlo anche per i nostri sistemi difensivi, sostenendo le richieste NATO di aumentare al 5% la spesa nazionale per gli armamenti.

I partiti di opposizione si sono dichiarati sempre contrari all’aumento delle spese per l’armamento.

Sono contrari all’aumento delle spese per il riarmo nazionale, ma non sotto l’egida dell’Unione Europea. Per noi non cambierebbe nulla, invece.

Anche riguardo al sostegno alla resistenza ucraina potrebbero essere più aperte al confronto di quanto attualmente non sia? Esiste un sostegno da sinistra alla resistenza ucraina che non necessariamente sostiene le politiche di riarmo. C’è lo spazio per un confronto fra idee diverse su questo piano? Un docente in sciopero che ha provato a venire in piazza con la bandiera ucraina insieme a quella palestinese è stato aggredito venerdì, senza che nessuno nel servizio d’ordine lo difendesse, solo alcuni suoi colleghi lo hanno protetto.

Sostenere la resistenza ucraina di fatto oggi significa sostenere la NATO, e noi siamo perché l’Italia esca dalla NATO. Il fatto che continuiamo a essere parte della NATO comporta non solo essere obbligati all’aumento delle spese militari ma anche un aumentato rischio che il nostro Paese venga coinvolto nella guerra. Di questa aggressione non avevo idea e ne sono rammaricato. Nelle nostre manifestazioni subiamo continue provocazioni da parte di influencer di destra che utilizzano la bandiera ucraina per attaccare tutte le nostre istanze, temo che per riflesso condizionato sia stato scambiato per uno di loro. Che sia stato aggredito è ingiustificabile, anche se forse si trovava in una piazza che non era la più giusta per lui. Se lo avessi visto di persona sarei intervenuto.


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CREDITI FOTO: KRITICA – Riproduzione consentita citando la fonte e inserendo il link.

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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