sabato 30/05/2026, 8:43

Nella nostra rubrica delle Lettere a Kritica, pubblichiamo la lettera di Pietro Corazza, un ricercatore universitario bolognese con il quale abbiamo intrattenuto una “Corrispondenza di penna”. La corrispondenza di penna è un modo che Kritica ha ideato per farsi finanziare dai suoi lettori: in cambio, iniziamo una corrispondenza in carta e penna, con tempi lunghi e rilassati, che diventa un modo per trovare il tempo e l’agio di conoscersi, raccontarsi, scambiarsi informazioni e conoscenze, fuori dalla frenesia digitale. Come ha fatto Pietro Corazza, condividendo con la direttrice Federica D’Alessio informazioni e riflessioni così interessanti sui suoi studi relativi al collasso eco-climatico che a nostra volta, con il suo permesso, abbiamo deciso di condividerle con voi.


Scopri anche tu la nostra corrispondenza di penna


Cara Federica,

(…) Sono molto coinvolto nella lotta ecologista con Extinction Rebellion: al suo interno sento di aver imparato tanto (soprattutto sui modi in cui si può organizzare un movimento cercando di coniugare decentralizzazione ed efficacia, cura delle persone e cura dei processi) e di aver provato una forte alternanza di entusiasmo e frustrazione.

Nell’ultimo anno ho scoperto i testi che parlano di “collasso”, non so se li conosci (purtroppo in Italia mi sembrano praticamente sconosciuti, mentre in altri Paesi hanno suscitato un certo dibattito, soprattutto in Francia):

Leggerli ha cambiato profondamente la mia visione della nostra epoca e del modo di lottare al suo interno: in estrema sintesi, la loro tesi è che le società industriali sono destinate a collassare nel prossimo futuro, perché quattro pilastri su cui si fondano (clima, biodiversità, energia ed economia) sono in condizioni di crisi interconnesse e irreversibili: parlare di “collasso” eco-climatico, e non di “crisi” o “cambiamento”, significa cambiare sguardo. Riconoscere che non ci troviamo più di fronte a un problema che possiamo risolvere, ma ad una condizione con cui imparare a convivere, all’interno della quale imparare a vivere e lottare. Il che non significa assumere una postura rasesgnata o fatalista, niente affatto, ma significa avere il coraggio di guardare in faccia la realtà in cui ci troviamo e a partire da questo provare a costruire, cercando di liberarci di illusi0ni consolatorie e di presunte soluzioni che non fanno altro che reiterare le logiche distruttive che ci hanno condotto fin qui.

Di questi tre libri abbiamo proposto una sintesi anche in tre puntate di un podcast, “Tra le pale dei mulini“, episodi 21, 22 e 23, intitolati “Un’altra fine del mondo è possibile“. […] Ho appena finito di scrivere un libro su questo argomento, si trova gratis online [è intitolato “Coltivare speranza su un pianeta al collasso ed è uscito in open access per Franco Angeli, ndr], e periodicamente organizziamo con alcune compagne e amiche incontri e laboratori che oltre a una introduzione teorica, offrono spazi per fare condivisione emotiva delle “emozioni difficili” legate al collasso, e pratiche per riconnetterci alla rete della vita e alle generazioni passate e future, umane e non umane. Il percorso che portiamo avanti è “Il lavoro che si riconnette” di Joanna Macy, studiosa e attivista che stimo moltissimo (ne abbiamo parlato nell’episodio 22 del podcast).

Alla base di tutto, credo che il cambiamento fondamentale da fare sia sul piano della consapevolezza, della percezione del mondo e di noi stesse. Sentire (non solo pensare) che non siamo individui a sé stanti, ma parti interconnesse e interdipendenti della rete della vita.

Ci sarebbero tante questioni di cui vorrei parlare, tanti interrogativi che mi piacerebbe esplorare, in questo dialogo. Per ora vorrei limitarmi a proporti alcune domande che ho trovato in un testo di Bayo Akomolafe, “Queste terre selvagge oltre lo steccato“, pp. 319-320.

“Questa particolare domanda su ‘Come rispondere alla crisi’ ha un suo modo di agire che ci impedisce di vedere che spesso ‘stiamo già rispondendo’. Un altro modo per dirlo potrebbe essere che ci stiamo facendo la domanda sbagliata quando ci chiediamo cosa fare, come tornare a casa, come lasciare un bel mondo ai nostri figli. Ma con questo pennello si dipinge male. […] Non osserviamo i fatti e solo dopo decidiamo di fare qualcosa. […] Chiedere ‘come rispondiamo alle crisi?’ può dare l’idea che le azioni siano questioni umane e che esista un posto esterno al mondo dove contemplare il modo migliore e più appropriato per rispondere. Ma non è così. Non possiamo rispondere al mondo se siamo il mondo. Chinua Achebe guarda con stupore alla dichiarazione di Archimede: “Datemi una leva e un posto dove stare e smuoverò la Terra”. Ma questo posto non esiste. Tutti quanti dobbiamo stare sulla Terra stessa e muoverci al suo ritmo. […] Se si finisce in un torrente di fango che scorre rapidamente, non c’è modo di restare puliti.

Quando penso ai problemi del mondo e a cosa fare per risolverli, cerco di pormi domande diverse, più generative… Domande esilaranti, ospitali e umili: quali risposte stiamo già dando collettivamente alle nostre specifiche crisi? In che modo contiamo… o come stiamo ‘entrando in scena’ di fronte a queste sfide particolari? Come ci diamo conto di queste realtà emergenti in relazione a ciò che manca, a ciò che troviamo incomprensibile o a ciò che viene escluso?”.

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