sabato 30/05/2026, 2:19

Mentre la popolazione di Gaza continua a essere intrappolata sotto assedio e bombardamenti, un’altra rete, meno visibile ma altrettanto letale, contribuisce a sostenere la macchina del genocidio: quella del petrolio. Dietro le forniture energetiche che alimentano le operazioni militari israeliane si muove un sistema complesso di interessi economici, alleanze geopolitiche e infrastrutture civili trasformate in snodi bellici. E, in questo sistema, l’Italia gioca un ruolo tutt’altro che marginale.

Il filo nero che lega energia e guerra

Diversi rapporti internazionali e inchieste indipendenti, tra cui quelli di AltreconomiaQualenergia ed ECOR Network, hanno documentato come le principali compagnie energetiche europee e statunitensi — tra cui ENI — abbiano continuato a fornire petrolio, gas e carburanti a Israele anche dopo il 7 ottobre 2023, in piena fase di escalation militare. Queste forniture non servono solo ai consumi civili, ma alimentano direttamente la logistica e le infrastrutture dell’esercito israeliano, contribuendo al mantenimento di un’occupazione illegale e di un regime di apartheid condannato da numerose agenzie ONU.

In sostanza, ogni barile che raggiunge Israele diventa parte di una catena energetica che sostiene il bombardamento di ospedali, scuole e abitazioni civili. Il petrolio, in questo contesto, non è una merce neutrale: è carburante del genocidio.

L’Italia e il nodo di Taranto: dove l’energia incontra la complicità

A rendere il quadro ancora più inquietante è il coinvolgimento diretto del porto di Taranto, diventato negli ultimi mesi un simbolo della resistenza civile contro i traffici di greggio destinati a Israele. Taranto non è un porto qualsiasi: dispone di impianti avanzati di movimentazione petrolifera, collegati tramite condotte sottomarine alle raffinerie e in grado di accogliere navi cisterna fino a 300.000 tonnellate di stazza lorda. Queste infrastrutture, ufficialmente destinate al commercio energetico, sono state utilizzate anche per operazioni di rifornimento collegate a compagnie che figurano tra i fornitori del combustibile israeliano.

Secondo fonti sindacali e ambientaliste, la raffineria Eni di Taranto ha movimentato negli ultimi mesi oltre 5 milioni di tonnellate di greggio l’anno, parte del quale risulta collegato — direttamente o tramite intermediari — alle filiere di esportazione verso Israele. Da qui passano le navi cisterna che, una volta caricate, proseguono verso i porti del Mediterraneo orientale, compresi quelli israeliani o egiziani utilizzati come piattaforme di transito per le basi militari.

Il caso Seasalvia: una petroliera, un simbolo

Il caso più eclatante è quello della petroliera Seasalvia, appartenente alla compagnia greca Thenamaris. Secondo documentazioni portuali e inchieste di Pressenza e Giornale di Taranto, la nave avrebbe trasportato circa 30.000 tonnellate di greggio destinate all’aviazione militare israeliana. A settembre 2025 il suo arrivo a Taranto ha scatenato un’ondata di proteste e blocchi portuali organizzati da USB, Cobas e movimenti pacifisti locali, che hanno fisicamente impedito per ore il completamento delle operazioni di carico. Il presidio è riuscito a sospendere il rifornimento, costringendo la compagnia a deviare la rotta della nave verso Porto Said, in Egitto. Un successo momentaneo, ma emblematico: la città ha detto no alla logica bellica che la rende complice del genocidio.

Taranto, città sacrificata due volte

Per molti tarantini, questa battaglia ha un significato che va oltre la solidarietà con la Palestina.
Taranto è già da decenni una “zona di sacrificio” — devastata dalle emissioni dell’Ilva, dallo sfruttamento fossile e da una politica industriale che antepone il profitto alla vita.
Oggi scopre di essere anche un crocevia energetico per le guerre del Mediterraneo, una base logistica per traffici che intrecciano devastazione ambientale e distruzione umana.

Le mobilitazioni al porto hanno così assunto un valore duplice: difendere la dignità della città e denunciare la filiera italiana del genocidio. Slogan come Pace, non petrolio o “Taranto non è complice” sintetizzano la consapevolezza crescente che le guerre si combattono non solo con le armi, ma anche con i contratti energetici.

Gli interessi dietro il massacro

Dietro queste operazioni si nasconde un intreccio di poteri economici e politici che sfugge quasi sempre al dibattito pubblico. Israele importa circa il 70% del suo fabbisogno petrolifero, da Stati Uniti, Grecia, Italia e altri paesi alleati. Le società coinvolte — tra cui EniThenamarisChevron e Vitol — traggono profitti enormi dal mantenimento di rotte energetiche stabili anche in zone di guerra, sfruttando la deregulation e l’opacità delle filiere.

In Italia, la situazione è aggravata da un governo che continua a promuovere il fossile come pilastro strategico della sicurezza nazionale, nonostante la sua evidente connessione con i conflitti e la crisi climatica. L’energia diventa così il volto economico della guerra: mentre si parla di “tregua”, i porti italiani restano aperti ai commerci che alimentano i bombardamenti.

Dal silenzio alla responsabilità

Il genocidio non si compie solo con le bombe. Si compie anche con i contratti, le navi, i barili, le pipeline. L’Italia, con i suoi porti e le sue aziende di Stato, non può fingere neutralità.
Ogni litro di carburante che parte da Taranto o da un’altra raffineria italiana e raggiunge Israele rappresenta un atto di complicità diretta in crimini di guerra.

Taranto – dove le mobilitazioni sono riprese, nelle stesse ore in cui scriviamo, per bloccare l’ennesimo passaggio previsto della Seasalvia con il suo carico di 30mila tonnellate di greggio destinate “con ogni probabilità”, scrive l’Unione Sindacale di Base in un comunicato, all’offensiva israeliana – oggi si trova al crocevia di due destini: restare un hub del sacrificio o diventare un simbolo di riscatto, una città che rifiuta di essere complice e che, dal suo mare, rilancia al mondo un messaggio limpido: la pace non si costruisce col petrolio che alimenta il genocidio.

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CREDITI FOTO: Wikimedia Commons


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