giovedì 04/06/2026, 10:40

    Il primo giugno, un nuovo gruppo di studenti e studiosi palestinesi dopo le decine di alcune tornate precedenti stava lasciando Gaza grazie a un programma di borse di studio. Lo stesso corridoio umanitario attivo dall’ottobre 2025. 25 studenti avrebbero dovuto arrivare sani e salvi in Italia. 24 ce l’hanno fatta. L’ultimo — un ricercatore — è stato arrestato da Israele prima di completare il viaggio.

    Il dottor Mahmoud Al Najjar avrebbe dovuto festeggiare un nuovo inizio. Invece, proprio nel giorno del suo compleanno, secondo quanto riferito è stato arrestato mentre insieme al resto del gruppo si apprestava a lasciare Gaza attraverso il valico di Karam Abu Salem/Kerem Shalom. Originario del campo di Jabalia, nel nord di Gaza, Al Najar ha dedicato la sua vita all’istruzione e alla ricerca. Ha conseguito una laurea in ingegneria industriale, un master in gestione delle catastrofi e ha completato un dottorato in Amministrazione Aziendale con specializzazione in intelligenza artificiale durante la guerra. Era stato ammesso a proseguire il suo percorso accademico presso l’Università di Roma Tor Vergata.

    La storia di Al Najar è segnata da una profonda perdita personale. A seguito di un attacco israeliano alla sua casa di famiglia nell’ottobre 2024, ha perso sua moglie, i suoi quattro figli – Yazan, Renad, Mohammad e Amro – nonché suo padre e i suoi fratelli, diventando l’unico membro sopravvissuto della sua famiglia diretta. Dopo aver sopportato una devastazione che avrebbe spezzato la maggior parte delle persone, ha cercato di ricostruire la sua vita attraverso l’istruzione e una borsa di studio. Eppure, mentre si preparava a lasciare Gaza e a iniziare un nuovo capitolo, quel percorso è stato interrotto.

    Il viaggio di Mahmoud si è così concluso prima ancora di poter iniziare. Dopo aver trascorso i due anni di guerra, sopportando il dolore della perdita e il dolore di essere sopravvissuto alla guerra, gli era stata finalmente concessa una borsa di studio in Italia; l’Italia lo ha accolto per offrirgli un nuovo inizio, una rivincita su ciò che aveva passato. Eppure, Israele lo ha intrappolato al confine di Karam Abu Salam e lo ha condotto in un luogo misterioso.

    Oltre all’arresto di Mahmoud, Israele ha fermato una ragazza per alcune ore, poi è stata rilasciata. Secondo quanto ha potuto ricostruire Kritica, la giovane, una musicista, era stata fermata dalle autorità israeliane perché vestiva “troppo all’Occidentale”, non portava l’hijab e indossava una minigonna. “Sono una donna libera e mi vesto come mi pare”, ha risposto.

    Lo shock non è la detenzione in sé. Per molti palestinesi, gli incontri con immense restrizioni, ritardi e detenzioni sono una realtà familiare. Ciò che rende il caso di Mahmoud Al Najar sorprendente è che si è verificato nonostante, secondo quanto riferito, avesse ricevuto le necessarie approvazioni e l’autorizzazione di sicurezza solo pochi giorni prima. Faceva parte di un programma di evacuazione coordinato dalle autorità italiane, che ha comportato mesi di preparazione e cooperazione tra diverse istituzioni. Tali operazioni sono complesse e pianificate con cura.

    Eppure, tutti questi accordi si sono rivelati fragili di fronte a una singola decisione presa a un valico. Il caso di Al Najar illustra come, per i palestinesi, anche le opportunità che sembrano sicure possano rimanere vulnerabili fino all’ultimo momento. Solleva inquietanti interrogativi sull’affidabilità degli accordi e delle procedure quando la possibilità di una persona di viaggiare, studiare e ricostruirsi una vita può essere sospesa senza spiegazioni.

    L’accusa di terrorismo senza alcuna prova

    L’esercito israeliano ha dichiarato ad alcuni media italiani che Najjar sarebbe un terrorista. “Per l’esercito israeliano Mahmoud al Najjar non è un brillante ingegnere, è «un terrorista operativo di Hamas» dichiara l’Idf a Repubblica. «Ha partecipato all’invasione di Israele il 7 ottobre 2023 e ha preso parte al barbaro massacro gestito da Hamas nel sud di Israele in cui 1.200 persone, la maggior parte civili, sono state barbaramente uccise». Le autorità italiane seguono il caso”.

    Kritica ha avuto modo di raggiungere i familiari di Mahmoud al Najjar. Secondo quanto hanno riferito, Mahmoud al Najjar in questo momento è detenuto nel carcere di Ashkelon, in Israele. La famiglia respinge con la massima fermezza l’accusa che si tratti di un terrorista: al Najjar si è sempre opposto con forza ad Hamas, e ha spesso espresso critiche nei confronti del gruppo anche sui social media. In più Mahmoud non è fisicamente idoneo a svolgere alcuna attività militare. La sua scelta nella vita era stata quella di fare il ricercatore, l’accademico. Era uno stimato professore dell’Università islamica di Gaza.

    Dopo aver perso i suoi familiari, Mahmoud si è risposato e sua moglie è attualmente incinta. La famiglia afferma di non aver ricevuto alcuna informazione dal governo italiano o dall’ambasciata italiana riguardo alla sua situazione. Sono profondamente preoccupati, specialmente sua moglie, che sperava di raggiungerlo e lasciare Gaza dopo la sua partenza.

    Al Najjar ha lasciato Gaza con la piena convinzione di essere un normale studioso che avrebbe collaborato, da domani, con una prestigiosa università italiana. Intanto, uno dei suoi fratelli si trova detenuto in Israele da fine dicembre 2024, è un infermiere e lavorava con il dottor Hussam Abu Safiya; è stato arrestato insieme a lui, in seguito all’assedio dell’ospedale Kamal Adwan avvenuto in quello stesso periodo.

    Le difficoltà per chi riesce ad arrivare

    Al Najjar non è riuscito ad arrivare in Italia; altri studenti invece, ce l’hanno fatta, nonostante tutte le difficoltà che hanno dovuto affrontare. 

    Gli studenti arrivati a Roma portavano con sé pochi effetti personali. Tutti avevano lasciato Gaza con nient’altro che i loro telefoni, i passaporti e i documenti necessari per il viaggio. I pochi effetti personali che portavano con sé all’arrivo erano stati raccolti durante una breve sosta ad Amman, in Giordania, dove hanno trascorso un solo giorno prima di proseguire il loro viaggio verso l’Italia.

    Per qualsiasi normale studente internazionale, ottenere una borsa di studio all’estero sarebbe motivo di grande gioia, accompagnata da valigie piene di libri, vestiti, ricordi e oggetti che ricordano casa. Eppure questi studenti sono arrivati senza nulla di tutto ciò; la maggior parte di loro ha perso la propria casa e la propria famiglia e ha sofferto a causa degli sfollamenti senza fine durante la guerra e del fragile cessate il fuoco.

    Tra gli studiosi giunti in Italia c’erano giornalisti, fotografi e professionisti dei media il cui lavoro era stato dedicato a documentare la vita e la guerra a Gaza. Eppure, quando hanno raggiunto Roma, sono arrivati senza proprio quegli strumenti che avevano definito le loro professioni. Neanche ai musicisti è stato consentito portare con sé il proprio strumento.

    Molti sono stati costretti a lasciare indietro macchine fotografiche, hard disk, attrezzature di ripresa, computer portatili e archivi di lavoro accumulati nel corso degli anni. Alcuni avevano trascorso mesi a documentare sfollamenti, distruzione e sopravvivenza attraverso i loro obiettivi, preservando momenti che altrimenti sarebbero potuti passare inosservati. Quelle testimonianze, insieme alle attrezzature utilizzate per realizzarle, sono rimaste a Gaza.

    La perdita è ben più che materiale. Quei giornalisti e fotografi stavano rischiando la vita per trasmettere la verità dal campo. Le macchine fotografiche sono diventate per loro come un figlio, l’unica arma che hanno avuto durante tutta la guerra. Le loro macchine fotografiche rappresentano carriere, rischi e il lavoro creativo nato dalla guerra. Il collaboratore di Kritica Hamed Sbeata è uno di quei coraggiosi giornalisti e registi a cui la Fondazione Milano assegna una borsa di studio, per iniziare un nuovo futuro in Italia e lavorare in un ambiente pacifico, come ogni essere umano merita.

    Scrivo per esperienza diretta, ero anche io una di quegli studenti. 

    Sei mesi fa, ho lasciato la città di Gaza e sono arrivata in Italia grazie al corridoio delle borse di studio. In un solo giorno, la mia vita è cambiata in modi che non avrei mai potuto immaginare. Un giorno ero circondata da tutto ciò che avevo conosciuto per più di vent’anni: la mia famiglia, la mia casa, il mio lavoro, i miei ricordi. Poco dopo, avevo con me solo un telefono e pochi documenti.

    Le persone e le università che ci hanno aperto le porte spesso descrivono questa evacuazione come un nuovo inizio e un’opportunità miracolosa, ed è così. Siamo più che grati per questa opportunità. Tuttavia, abbiamo molti segreti inespressi e un dolore invisibile dentro di noi che nessuno al mondo potrebbe percepire. Nessuna opportunità potrà restituirci ciò che abbiamo perso.

    L’esperienza di Al Najar e degli altri studenti evacuati solleva domande difficili. Perché Israele non permette ai sopravvissuti di portare con sé alcun effetto personale? Perché qualcuno potrebbe ricevere l’autorizzazione di sicurezza e poi essere trattenuto al confine? E, naturalmente, fino a quando durerà questo devastante controllo del confine?

    Quest’ultimo gruppo di studenti ha portato a 250 circa il numero di studenti palestinesi in Italia. Tuttavia, molti studenti e studiosi rimangono a Gaza. Stanno cercando sostegno attraverso un fondo di donatori privati che permetta loro di partire e continuare i propri studi, come altri hanno potuto fare.

    Da lontano, ottenere l’opportunità di studiare in Italia può sembrare semplice. Molte persone vedono che gli studenti palestinesi sono stati ammessi alle università italiane e danno per scontato che questa opportunità sia facile da ottenere. Tuttavia, per me e per gli altri 270 studenti, il percorso è stato costellato di difficoltà, sacrifici e lotta per la sopravvivenza.

    Abbiamo affrontato innumerevoli sfide per raggiungere questa opportunità: partire, imparare e ricostruire un futuro che era stato distrutto dalla guerra e dalla devastazione.

    Forse questa opportunità non ci è costata denaro, ma ci è costata molto di più. Ci è costata anni della nostra vita, il nostro benessere mentale e il peso delle responsabilità che ci portavamo sulle spalle ben prima di arrivare qui. La maggior parte di noi ha vent’anni e sta cercando di cavarsela da sola in un paese straniero, circondata da una nuova lingua, volti sconosciuti e una cultura diversa.

    L’evacuazione da Gaza non è stata la fine della nostra lotta. È stato solo l’inizio di una nuova battaglia, che si aggiunge a una lunga storia di battaglie che abbiamo già affrontato.

    Attraverso questo articolo, chiedo all’Ambasciata italiana e a tutte le parti coinvolte in questa missione di non dimenticare il dottor Mahmoud Al Najjar. Li esorto a non permettere che la sua ultima speranza per un futuro venga distrutta.


    © Kritica – Riproduzione parziale consentita per non più di metà articolo, riportando la fonte e il link all’inizio.

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