Sunday 08/11/2026, 18:03
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Nelle ultime settimane, le strade di numerose città iraniane sono tornate a riempirsi di manifestanti. Le proteste, iniziate a dicembre 2025, hanno raggiunto l’apice nei giorni scorsi, nonostante una repressione sempre più brutale da parte delle autorità della Repubblica Islamica. Il bilancio provvisorio è di almeno 600 victims (a figure almost certainly destined to grow; some monitoring bodies are indeed already talking about thousands of deaths) and several thousand arrests.

This is not the first time the Islamic Republic (IRI) has faced widespread and deep discontent, responding with violent and massive repression to legitimate protests by the population. This time, however, the mobilisations catch the regime at a particularly vulnerable stage, not only geopolitically but also internally.

Widespread discontent

È ormai ampiamente riconosciuto che una parte significativa della società iraniana si sia progressivamente alienata dall’IRI. Non si tratta soltanto di giovani o di segmenti “laici”, ma di una porzione molto più ampia e trasversale della popolazione. Come sostiene Vali Nasr in a recent interview for Vox “Even those who in the past were more favourable [to the Islamic Republic] are today deeply indignant at the level of corruption, mismanagement and economic inequalities.

La reintroduzione delle sanzioni statunitensi nel 2018, dopo l’uscita unilaterale dal JCPOA da parte di Donald Trump, ha inflitto un colpo durissimo all’economia iraniana. A pagarne il prezzo più alto è stata soprattutto la classe media, già da anni schiacciata da un’inflazione galoppante e dalla progressiva perdita di potere d’acquisto. A questo si è aggiunta una gestione disastrosa, da parte dell’IRI, delle conseguenze nefaste della “massima pressione” economica statunitense: invece di proteggere la popolazione, il sistema ha favorito una ristretta cerchia di oligarchi che ha concentrato potere e risorse, aggravando ulteriormente le condizioni delle fasce medie e basse e alimentando la polarizzazione socio-economica. A fine dicembre, il Rial (moneta iraniana) è crollato nuovamente, colpendo duramente le attività dei commercianti e triggering the new wave of protests.

Disastrous material conditions

Le condizioni economiche disastrose del Paese rappresentano dunque uno dei motori centrali di questa ondata di proteste, sebbene non l’unico. Maziyar Ghiabi, esperto di Iran e professore all’Università di Exeter, descrive le proteste come una “convergenza multilivello di insoddisfazione”, in primis di natura socio-economica, ma a cui si aggiungono anche dimensioni culturali e rivendicazioni legate ai diritti civili che sono state al centro di molte mobilitazioni negli scorsi anni. Queste istanze, sommandosi e accumulandosi negli anni, hanno contribuito ad alienare segmenti sempre più ampi della società iraniana. Per molti iraniani, infatti, l’IRI non solo non è riuscita a scongiurare il rischio di una guerra ma, soprattutto, ha dimostrato di non saper affrontare le profonde crisi economiche, ambientali e sociali che gravano sul Paese.

Negli scorsi giorni, al picco delle proteste, le autorità iraniane hanno imposto un blackout digitale totale e senza precedenti. Sebbene l’accesso a internet fosse già stato duramente limitato in passato, questa volta il blackout ha reso quasi impossibile persino comunicare telefonicamente con i propri cari nel Paese. Questo ha immediatamente fatto temere una repressione su larga scala e di estrema violenza, timore purtroppo confermato dalle immagini successivamente emerse. Tra queste, va menzionato a particularly heartbreaking video che mostra le famiglie mentre tentano di identificare i corpi dei propri cari. Alcuni, fuori dall’Iran, hanno sollevato dubbi in merito a diverse immagini, ma va notato che even la televisione di Stato iraniana ha trasmesso i servizi dall’obitorio, riconoscendo che, sebbene alcune delle vittime potessero essere state considerate “pericolose” (secondo la Televisione di Stato, ribadiamo), la stragrande maggioranza di queste fossero persone comuni.

A more violent revolt than in the past

Diversamente da altri cicli di protesta, in questo caso si è osservato un maggiore ricorso ad atti violenti anche da parte di quelli che, per ora, sembrano essere dei manifestanti. Pur non escludendo che questi atti possano provenire anche da elementi usati dal governo per “delegittimare” la causa di chi protesta – un’ipotesi che andrebbe valutata sia in Iran che in altre proteste altrove – il ricorso maggiore alla violenza di queste mobilitazioni si presta a molteplici letture.

First of all, as a note Trita Parsi, la rabbia accumulata ha raggiunto un’intensità molto più elevata rispetto al passato e “in certi ambienti si sta diffondendo l’idea che la violenza sia necessaria, visti i fallimenti passati nel rovesciare il regime”. Esfandyar Batmanghelidj, invece, condivide un’interessante prospettiva di un’attivista femminista iraniana: “tre anni fa, le donne iraniane avevano posto le basi di un movimento di liberazione non violento, capace di incanalare una mobilitazione di massa; oggi quel movimento viene escluso. L’escalation della violenza è il risultato di questa esclusione. Se gli uomini avessero continuato a seguire e le donne avessero continuato a guidare, non staremmo assistendo a tante scene terribili”.

Il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti va affrontato con cautela, anche per l’asimmetria tra le autorità (armate) e i manifestanti. Tuttavia, come evidenzia Parsi, in the past, the use of violence has tended to weaken mobilisations. It therefore remains difficult to predict which direction events will take in the coming days.

In queste drammatiche giornate, dove molti di noi non riescono a comunicare con i propri cari in Iran, un ulteriore elemento di profonda angoscia è quello delle ripetute minacce di aggressione militare da parte degli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump – che sta attualmente affrontando diverse proteste negli Stati Uniti per l’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) – ha dichiarato di essere pronta ad agire in “difesa del popolo iraniano”. Il rischio di una nuova escalation militare, dunque, resta purtroppo molto alto.

Do not shift responsibility onto the Iranian people

Tuttavia, attribuire alle proteste in Iran la responsabilità di una possibile nuova guerra è profondamente sbagliato. Le mobilitazioni in Iran riflettono una crescente insoddisfazione verso i ripetuti fallimenti interni della Repubblica Islamica, non possono dunque essere considerate come “causa” delle tensioni internazionali. Se un intervento militare dovesse verificarsi, è probabile che fosse stato pianificato indipendentemente dalle mobilitazioni nel Paese, anche qualora le usasse come “alibi” per giustificare un’altra aggressione militare illegale.  Scaricare questa responsabilità sulla popolazione iraniana, già intrappolata tra repressione interna e minacce esterne, equivale a sollevare da ogni dovere morale e responsabilità chi, in Europa e negli Stati Uniti, ha potere di influenzare le scelte dei their governments and to demand respect for international law and the UN Charter.

At a time of profound crisis, both internal and international, it is frustrating to have to expend energy once again debunking narratives favourable to military interventions and regime-change projects, especially in light of the disastrous consequences of the 12-day war dello scorso giugno. Questo dibattito non dovrebbe nemmeno essere considerato un’ipotesi su cui discutere, se il diritto internazionale venisse preso sul serio. L’accettazione di questa come un’ipotesi legittima e discutibile tende ad “avvelenare”, infatti, il dibattito anche tra gli iraniani della diaspora, finendo per “oscurare” i temi centrali che meritano una profonda riflessione, primo fra cui quello delle disuguaglianze socio-economiche.

On this topic, we recommend reading the brilliant article by Esfandyar Batmanghelidj, dove viene fatto notare come una parte dei critici dell’IRI credano che le profonde difficoltà dell’economia iraniana siano dovuti alla presenza di un “welfare ipertrofico”, una sorta di “socialismo islamico”. Per tale motivo, spesso propongono riforme neoliberali per “ridurre la burocrazia, tutelare la proprietà privata, affidarsi ai meccanismi di mercato e imporre disciplina fiscale”. Ma come fa notare Batmanghelidj, “sono proprio queste le riforme che i policy-makers della Repubblica Islamica tentano di implementare da quasi trent’anni, sotto la guida di economisti formatisi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, cresciuti nel culto di figure come Friedman e Mankiw”. Sono proprio questi interventi, dunque, ad aver aggravato le disparità socio-economiche nel Paese, con i risultati che osserviamo oggi.

In the same article, it is also noted how the theme of economic inequalities is treated with marginality and superficiality even by Reza Pahlavi and by the National Union for Democracy in Iran, the well-known pressure group in its support. Yet, the ongoing protests are not solely a political and civic mobilisation: they are, evidently and overwhelmingly, a social revolt. It is therefore legitimate to ask what the concrete prospects and proposals are for any supposed “alternative” to the Islamic Republic. As Batmanghelidj observes, beyond “political rights, Iranians demand economic opportunities and social dignity. In this context, a democratic transition without economic redistribution would lead to nothing: it would not be able to consolidate.” In a system where wealth and power have progressively concentrated in the hands of a few at the expense of the vast majority of the population, no credible and truly democratic alternative can emerge without concretely addressing the priority issue of the deep economic inequalities that run through the country.

Respect the right to self-determination

Mentre anche il dibattito italiano sull’Iran sembra via via polarizzarsi, una parte della sinistra e ampi settori della destra finiscono invece per muoversi lungo una falsa dicotomia: o minimizzare/giustificare i crimini commessi dell’IRI, o legittimare una nuova aggressione militare per “liberare gli iraniani”. In entrambi i casi, si evita il nodo centrale: nel caso di un’aggressione militare contro l’Iran, a risponderne sono, e devono essere, i governi che compiono e giustificano questo grave crimine internazionale. Non i manifestanti iraniani. Focalizzarsi su ciò che gli iraniani dovrebbero o non dovrebbero fare, mentre sono già schiacciati dalla repressione interna e dalla minaccia esterna, sposta il focus da ciò che riguarda gli europei e statunitensi direttamente: esercitare pressione affinché i propri Paesi non commettano o giustifichino un’ulteriore crimine internazionale, quello dell’aggressione. Va ribadito, infatti, che la sovranità e l’integrità territoriale di uno Stato non sono subordinate alla sua natura democratica o autoritaria. Violarle, quindi, è e resta un crimine. Rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano, per coloro che vogliono essere “solidali”, significa non giustificare tanto la repressione interna quanto le aggressioni esterne, una lezione che la storia dell’Iran, segnata da ingerenze e colpi di Stato per mano di Stati terzi, dovrebbe aver reso ormai inequivocabile.  Non a caso, la stessa Repubblica Islamica è also the product of such nefarious interferences, particularly the Anglo-American coup d'état of 1953.


PHOTO CREDITS: EPA/MOHAMMED BADRA – A demonstrator holding a sign reading “Neither Shah nor Mullah” takes part in a protest in support of the ongoing protest movement in Iran, near the Iranian embassy in Paris, France, on January 12, 2026.

Author

  • Tara Riva

    An analyst specialising in international relations and geopolitics, with a focus on the Middle East and Iran. After a Master's degree in Global Security Studies in Sheffield, she worked for the United Nations, the European Parliament, and an NGO in Brussels. She has published analyses and insights in journals such as Global Trendometer, Micromega, and AREL. She is currently working as a freelancer in Switzerland.

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