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Il Nuovo Patto Migrazione e Asilo, adottato dall’Unione Europea nel 2024 e destinato ad entrare in vigore nel 2026, può essere definito come una delle trasformazioni legislative più profonde mai introdotte nel sistema europeo di gestione delle migrations. Presentato come un compromesso tra controllo, efficienza e solidarietà, il Patto di fatto inaugura un modello in cui la gestione delle frontiere prevale sulla tutela della dignità delle persone in transito. Le informazioni tecniche confermano che si tratta di un insieme di strumenti legislativi che funzionano come un unico blocco normativo, un meccanismo che dallo screening iniziale fino al rimpatrio, passando per la raccolta dati e la definizione dei diritti, riorganizza radicalmente ogni passaggio per accelerare le procedure e concentrare il potere amministrativo nelle mani degli Stati di primo ingresso.
Il controllo biometrico è il primo step della disumanizzazione
La prima innovazione riguarda lo screening obbligatorio da completare entro sette giorni per tutte le persone che entrano irregolarmente sul territorio dell’UE. Lo screening ha lo scopo di raccogliere dati biometrici (impronte digitali e immagini del volto), condurre controlli di identità, salute e security, e valutare preliminarmente la vulnerabilità delle persone. Alla fine dello screening si decide se avviare una richiesta di asilo o procedere al rimpatrio.
Le procedure che seguono sono altrettanto drastiche: la revisione del sistema comune di asilo prevede la possibilità di esaminare rapidamente, e respingere altrettanto rapidamente, le domande ritenute “manifestamente infondate”, soprattutto se provenienti da Paesi considerati sicuri. Durante questa fase, che può durare fino a dodici settimane e arrivare a sedici in circostanze definite “eccezionali”, le persone possono essere trattenute in centri situati lungo le frontiere esterne, senza alcuna garanzia di ingresso sul territorio.
Rimangono del tutto scoperte le tutele per i lavoratori migranti e le persone in situazioni di vulnerabilità socio-economica, poiché il Patto non affronta il nodo cruciale della regolarizzazione dei migranti privi di documenti. Questa omissione condanna milioni di persone a una condizione di invisibilità giuridica, esponendole a un elevato rischio di sfruttamento lavorativo senza vie di uscita legali.
Particolarmente invasivo è il potenziamento del sistema Eurodac, che oltrepassa la sua originaria funzione di registro dei richiedenti asilo per estendere il suo raggio d’azione a chiunque attraversi irregolarmente le frontiere o sia destinatario di un provvedimento di rimpatrio. L’aggiunta di nuove categorie di soggetti, unitamente all’introduzione dei dati biometrici facciali, trasforma radicalmente questo strumento in un apparato di sorveglianza di massa, elevandolo a mezzo di controllo generalizzato sulla mobilità delle persone migranti.
Il diritto non è più tale
Le procedure di asilo accelerate rischiano di rendere la valutazione delle vulnerabilità un atto puramente burocratico. Il tempo estremamente ridotto per identificare traumi, rischi specifici o condizioni sanitarie delicate rischia infatti di condannare molte persone a esiti ingiusti senza che la loro situazione sia considerata in modo appropriato. Anche i minori non accompagnati e le famiglie, secondo le nuove procedure, possono essere trattenuti alle frontiere, una possibilità che genera forte allarme poiché trasforma l’eccezione in prassi e avvicina il modello europeo ai campi di detenzione delle isole dell’Egeo, già associati a gravi violazioni documentate. Inoltre, particolare preoccupazione suscita l’impatto sulle sopravvissute alla violenza di genere, che potrebbero essere costrette a subire procedure accelerate senza un adeguato supporto psicosociale e senza la possibilità di accedere a percorsi di protezione specializzati.
La pressione per accelerare i rimpatri, che il Patto definisce come “priorità”, rischia oltremodo di acutizzare episodi di respingimento indiretto verso Paesi dove le persone potrebbero affrontare persecuzioni o violenze. L’intera concezione della procedura di frontiera si presta infatti a un rischio sistemico di violazioni del principio di non-refoulement, già ampiamente documentate negli ultimi anni.
Il sistema di solidarietà tra Stati membri, presentato come una delle innovazioni centrali, appare in realtà profondamente sbilanciato. Gli Stati dell’Europe centrale possono evitare la ricollocazione dei richiedenti asilo attraverso un contributo finanziario, mentre i Paesi di primo arrivo continuano a sobbarcarsi gran parte della responsabilità operativa. Si tratta di una solidarietà obbligatoria solo sulla carta, che nella pratica consolida la posizione di vulnerabilità strutturale dei Paesi di frontiera, aggravando sistemi di accoglienza già prossimi al collasso e gestiti con il rispetto dei human rights relegato in fondo alle priorità.
Il Patto introduce anche strumenti pensati per gestire le “crisi”, categoria che ora comprende non solo afflussi eccezionali, ma anche situazioni del tutto ordinarie interpretate come minacce alla sicurezza o alla capacità amministrativa. La soglia per dichiarare una crisi è così bassa da rendere possibile l’attivazione di deroghe straordinarie anche senza un reale aumento degli arrivi, normalizzando prassi eccezionali come la detenzione prolungata e la sospensione di garanzie essenziali.
La cooperazione con Paesi terzi costituisce uno degli aspetti più criticati del nuovo modello. Attraverso accordi esterni, partnership operative e finanziamenti, l’Unione prova a trasferire porzioni crescenti del processo di controllo migratorio fuori dai propri confini. Si tratta di uno spostamento della frontiera verso Paesi con sistemi giudiziari traballanti o con livelli di tutela dei diritti umani insufficienti che aumenta esponenzialmente il rischio che la protezione International venga progressivamente “esternalizzata”, lasciando le persone in aree dove la loro sicurezza non è garantita. Mancano inoltre meccanismi di monitoraggio indipendente per valutare l’impatto dei rimpatri forzati e delle partnership con paesi terzi, creando un vuoto di accountability che potrebbe portare a violazioni su larga scala dei diritti umani senza adeguato scrutinio pubblico.
Il Patto trascura peraltro una delle cause strutturali dell’“irregolarità”, ovvero l’assenza di canali legali e sicuri per raggiungere l’Europa. La gran parte delle persone che fugge da guerre, persecuzioni o crisi economiche gravissime continua a non avere vie d’accesso regolari e, non sorprendentemente, ricorre alle rotte irregolari. La nuova normativa interviene dunque solo sugli effetti di questa assenza di alternative, producendo irregolarità e allo stesso tempo punendola, senza offrire soluzioni reali.
Il securitarismo distrugge la libertà di movimento
La risultante complessiva è quella di una ristrutturazione che, pur presentata come modernizzazione e armonizzazione, rischia di consolidare un’Europa che non accoglie ma seleziona, trattiene e respinge. A ciò si aggiunge il rischio che le strutture di frontiera, concepite come temporanee, diventino spazi di confinamento di lunga durata, che le procedure accelerate comprimano i margini di protezione, e che gli Stati, incentivati più a “gestire” che a garantire, vedano assottigliarsi ulteriormente i diritti già fragili in nome dell’efficienza.
La retorica dell’ordine nasconde un equilibrio che si è inclinato drasticamente verso il controllo, a discapito della tutela, come evidenziano le analisi più critiche. Se gli Stati membri continuano a presentare le nuove norme come strumenti di razionalizzazione, il rischio più pericoloso è quello di una normalizzazione della detenzione, della compressione delle garanzie e della marginalizzazione delle persone migranti. All’interno di una stagione politica in cui la libertà di movimento e il diritto d’asilo sono messi radicalmente in discussione, il Patto consacra giuridicamente questa deriva, non un correttivo.
Mentre nei discorsi ufficiali si continua a parlare di “valori”, l’Unione Europea disegna un sistema che riduce gli spazi di protezione e aumenta quelli di confinamento. E il prezzo di questo equilibrio rovesciato ricade su chi fugge, chi cerca sicurezza, su chi non possiede altro che il proprio corpo come prova della propria esistenza. Una riforma che si diceva nata per stabilizzare l’accoglienza diventa così una riforma che stabilizza l’ingiustizia.
PHOTO CREDITS: Chiara Bellamoli – Ufficio Stampa Sea-Watch – Mediterraneo centrale, 28 settembre 2025. Persone in preda al panico salgono a bordo della nave mercantile Maridive 704 per sfuggire alla cosiddetta guardia costiera libica. La cosiddetta guardia costiera libica si trovava sul luogo di un’imbarcazione in difficoltà, a rischio di capovolgimento a causa delle condizioni meteorologiche. Invece di recuperare le persone in acqua, hanno inseguito l’imbarcazione in difficoltà. Nel frattempo, diverse persone sono state recuperate a bordo della nave mercantile Maridive 704. Di fronte alle difficoltà del trasbordo, la cosiddetta guardia costiera libica ha infine intercettato i sopravvissuti e li ha riportati in Libia. Almeno una persona è annegata. Foto scattata dall’aereo di monitoraggio Sea-Watch Seabird 2.
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