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I corpi sono arrivati spinti dalla risacca fino al limite della battigia, dove l’onda si dissolve sulla sabbia. Le spiagge sono tra quelle che nei dépliant turistici vengono fotografate al tramonto, con il mare calmo e le barche dei pescatori sullo sfondo. A febbraio, invece, il vento sferza il viso e le mareggiate hanno trasformato la costa, lasciando rifiuti, alghe e, negli ultimi giorni, una serie di cadaveri che non hanno più un nome. In Sicilia e in Calabria la stessa scena si è ripetuta per giorni: corpi gonfi, abiti scuri incollati alla pelle, a volte ancora le scarpe ai piedi, trascinati sulla riva dalle correnti dopo una traversata inghiottita dal mare.
Le cronache parlano di una quindicina di cadaveri recuperati, uomini e donne, forse anche minori, affiorati lungo le coste tirreniche calabresi e sulle spiagge della Sicilia occidentale in poco più di dieci giorni, quelli del violento ciclone Harry. Il mare li ha restituiti uno alla volta, in luoghi diversi, partiti su imbarcazioni scomparse tra le onde, mai ufficialmente segnalate in una operazione di ricerca e soccorso, che riaffiorano solo incarnate nei corpi che risalgono in superficie.
Il ciclone Harry non ha scosso l’indifferenza
Nelle due regioni i racconti si assomigliano, anche quando cambiano i toponimi. In Calabria, lungo la fascia tirrenica tra Scalea, Amantea, Paola e Tropea, pescatori, residenti e perfino studenti affacciati alle finestre delle aule hanno visto galleggiare in mare sagome immobili, trascinate dalle onde verso la riva. Uno dei casi più citati riguarda una classe che ha assistito impotente all’avvicinarsi del corpo, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine chiamate dagli insegnanti.
In Sicilia occidentale il bilancio è ancora più alto. A Trapani, Pantelleria, Marsala, Petrosino, San Vito Lo Capo e perfino intorno all’isolotto della Colombaia sono stati ritrovati dieci corpi lungo il bagnasciuga o poco al largo, trascinati sotto costa dalle correnti dopo i giorni di mare agitato. Negli ultimissimi giorni un ulteriore ritrovamento è stato segnalato più a sud, nel territorio di Pachino, in provincia di Siracusa, nella zona di Punta delle Formiche.
Il totale fa quindici cadaveri recuperati tra Sicilia e Calabria in poco più di una settimana, ma la consapevolezza è che la cifra ufficiale potrebbe restare approssimativa. Alcuni corpi non vengono subito individuati, altri restano incastrati tra gli scogli, altri ancora vengono trascinati verso zone non presidiate, e la possibilità di collegare tutti i ritrovamenti a uno o più naufragi resta affidata a indagini difficili, basate su correnti marine, testimonianze lacunose e segnalazioni delle organizzazioni che monitorano le traversate.
Molte delle imbarcazioni a cui appartengono questi morti non sono state segnalate in tempo reale. Le autorità non hanno aperto in tutti i casi inchieste su specifici eventi Sar, proprio perché non sempre è stato ricevuto un mayday o un allarme formale da parte dei migranti o di chi li seguiva da terra. Il termine “naufragio fantasma”, ripreso più volte nelle cronache di questi giorni, indica esattamente questa omissione, quella di barche partite da Tunisia o Libia che affondano senza che nessun centro di coordinamento dei soccorsi avvii un’operazione dedicata, e che vengono ricostruite solo a posteriori attraverso il lavoro di Ong, reti di allerta e pochi superstiti.
Sulla sponda sud del Mediterraneo le cifre sono ancora più drammatiche. Le notizie che arrivano da Tobruk e da altri punti della costa libica danno conto di decine di cadaveri recuperati dopo l’ennesimo ribaltamento di imbarcazioni di fortuna, in mare aperto o a poche miglia da porti in cui la detenzione degli stranieri avviene in condizioni già documentate da anni come gravemente lesive dei diritti umani. In Tunisia, soprattutto nell’area di Sfax, famiglie attraverso le associazioni locali raccontano di parenti saliti su barche di cui si sono perse le tracce nelle stesse giornate in cui i corpi affioravano sulle spiagge italiane.
Il ciclone “Harry” ha generato venti forti e mare molto mosso sulla rotta tra Nordafrica e Italia proprio nelle settimane in cui dalle coste tunisine e libiche continuavano a partire barche sovraccariche, spesso affidate a scafisti improvvisati o agli stessi migranti costretti a mettersi al timone. In alcune inchieste sono state raccolte stime secondo cui tra naufragi segnalati e imbarcazioni sparite nel nulla, l’ondata legata a Harry avrebbe provocato attorno a mille tra morti e dispersi tra le due sponde del Mediterraneo centrale.
Arrivano meno persone, ne muoiono molte di più
Nelle analisi condotte, il paradosso più drammatico è quello tra il calo degli arrivi registrati ufficialmente in Italia e l’aumento delle persone che perdono la vita lungo le rotte. Dall’inizio del 2026 gli sbarchi sulle coste italiane risultano in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma il numero delle vittime e dei dispersi resta molto alto. Si parla di oltre 500 persone morte o scomparse nei primi quaranta giorni dell’anno nella sola area del Mediterraneo centrale; i numeri dimostrano che la crisi di soccorso riguarda un intero assetto di gestione della frontiera.
L’arrivo dei corpi sulle spiagge italiane non è che la manifestazione più chiara e sconvolgente di un processo già noto da anni e che riguarda la smobilitazione progressiva delle attività di soccorso coordinate dagli stati, la sostituzione della tutela con la deterrenza e l’idea che il mare stesso possa svolgere la funzione di barriera contro i movimenti dei migranti. Il sistema basato su memorandum con paesi terzi, restrizioni alle navi civili, limiti agli sbarchi e riduzione degli spazi di intervento delle unità di soccorso statali genera una selezione feroce tra chi riesce ad arrivare a terra e chi scompare lungo la rotta senza avere avuto alcuna possibilità di essere salvato.
Una nuova legge ancora più disumanizzante
In quegli stessi giorni a Roma il governo ha approvato un disegno di legge che riscrive un intero capitolo della politica migratoria italiana, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il contrasto all’immigrazione irregolare e adeguare l’ordinamento nazionale alle nuove regole europee sulla migrazione e l’asilo. L’11 febbraio il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un testo che porta la firma del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il comunicato ufficiale parla di “disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024”. Nella lettura della presidente del Consiglio Giorgia Meloni si tratta di un “provvedimento molto significativo per rafforzare il contrasto all’immigrazione illegale di massa e ai trafficanti di esseri umani”, una tappa che si aggiunge ai decreti varati negli ultimi due anni e che annuncia una ulteriore stretta su ingressi, trattenimento, rimpatri e ricongiungimenti familiari.
La struttura del disegno di legge è composta da due grandi blocchi. Il primo contiene le norme destinate a entrare in vigore subito dopo l’approvazione parlamentare, che intervengono direttamente sul Testo unico sull’immigrazione, sulle procedure per il riconoscimento e la revoca della protezione, sull’uso dei centri di permanenza per il rimpatrio e sui requisiti per i ricongiungimenti familiari. Il secondo consiste in una delega ampia al governo, che avrà alcuni mesi di tempo per adottare uno o più decreti legislativi con cui adeguare in modo puntuale l’ordinamento italiano ai nuovi regolamenti e alle direttive europee che compongono il Patto su migrazione e asilo. Questa seconda parte riguarda in particolare la riscrittura delle procedure comuni di esame delle domande, la disciplina delle condizioni di accoglienza e l’inserimento nel diritto interno dei nuovi strumenti europei per la gestione dei rimpatri e dei trasferimenti tra stati membri.
Braccare e perseguitare
Il disegno di legge consolida i poteri di controllo nelle acque territoriali italiane ampliando le norme sull’interdizione e attribuendo al ministro dell’Interno un raggio d’azione più esteso per limitare o vietare l’ingresso alle navi considerate vettori di immigrazione irregolare. La formulazione riguarda le imbarcazioni commerciali e lascia intendere anche le unità civili impegnate nelle operazioni di soccorso in mare. Il testo riprende indirizzi già presenti nei provvedimenti precedenti, che prevedono multe, fermi amministrativi e divieti di ingresso per le organizzazioni impegnate nei salvataggi quando effettuano più interventi senza dirigersi subito verso il porto indicato dalle autorità. L’espressione “blocco navale” non compare nel provvedimento, ma l’insieme di interdizioni, poteri ministeriali e strumenti sanzionatori ostacola in modo sempre più sensibile l’accesso alle acque italiane per le navi che trasportano migranti soccorsi in mare.
Le procedure di frontiera che il disegno di legge introduce in modo organico rappresentano la cinghia più tirata di questo sistema. L’idea portante è che chi proviene da un Paese classificato come sicuro, o presenta una domanda ritenuta manifestamente infondata o strumentale, venga incanalato in una procedura accelerata da svolgersi direttamente al valico o nelle zone prossime allo sbarco, in tempi compressi, con la possibilità di trattenere la persona in strutture chiuse per tutta la durata dell’iter. Il testo introduce la cosiddetta decisione unificata, un atto unico che accorpa il rigetto della domanda di protezione e l’ordine di rimpatrio incidendo direttamente sulla procedura di asilo. Ciò ha effetti sul diritto di restare nel paese e limita fortemente la capacità di un’opposizione effettiva, soprattutto quando non è prevista la sospensiva automatica e i termini per il ricorso vengono resi più brevi. In altre parole, riscrive il rapporto di forza tra chi chiede protezione e chi decide della sua sorte.
Più tempo nei CPR (Centri di permanenza per i rimpatri)
Il disegno di legge estende i tempi di trattenimento nelle strutture chiuse destinate alla detenzione amministrativa. Chi viene fermato rischia di restare nei CPR per periodi più lunghi e di vedere rinnovato il trattenimento con procedure più semplici, anche quando il rimpatrio incontra ostacoli. Le nuove disposizioni consentono alle autorità di mantenere in custodia le persone finché non si chiariscono le condizioni per il loro ritorno nel paese di origine.
Allo stesso tempo, si potenziano identificazione e accordi con i paesi d’origine per accelerare il riconoscimento e l’accettazione, ma in molti casi i migranti restano nei centri per settimane o mesi in attesa di un rimpatrio che dipende dalla disponibilità politica degli Stati di partenza e che spesso resta incerto.
All’interno dei CPR la nuova normativa limita anche l’uso dei telefoni cellulari e vieta riprese audio o video senza autorizzazione. Per chi è trattenuto, quindi, diminuisce ulteriormente la possibilità di comunicare con l’esterno e di raccontare ciò che accade dentro queste strutture, che numerose associazioni descrivono alla stregua di posti disumani e umilianti.
Sempre meno protetti
Chi arriva in Italia e chiede protezione deve fare i conti con norme più severe, poiché il disegno di legge modifica i criteri per ottenere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria allineandoli alle nuove norme europee, con il rischio che per molte persone la domanda di asilo venga respinta con maggiore frequenza. Anche chi prova a ottenere un permesso per protezione speciale o per ragioni umanitarie il percorso si fa più accidentato, poiché i giudici dispongono di uno spazio più ridotto per riconoscere situazioni di vulnerabilità personale o percorsi di integrazione già avviati nel paese, con la conseguenza che più migranti restano senza un titolo di soggiorno valido e possono ricevere un ordine di espulsione.
Le nuove norme sul ricongiungimento familiare rendono più difficile per molti lavoratori stranieri portare in Italia i propri familiari. Chi presenta la domanda deve dimostrare un reddito più elevato, fornire prove più dettagliate sull’idoneità dell’alloggio e possedere una maggiore conoscenza della lingua italiana, contribuendo in modo determinante alla valutazione complessiva. Le autorità possono verificare nel tempo che le condizioni restino invariate e la perdita di uno dei requisiti può portare alla revoca del permesso di soggiorno. Molti lavoratori con salari bassi o contratti instabili rimangono così separati dalla famiglia per anni.
Esemplare è il caso della famiglia rimasta divisa per ventidue mesi causa del ritardo nel rilascio del visto di ricongiungimento, per cui il Tribunale di Roma ha condannato l’amministrazione statale al risarcimento nel 2025.
Il provvedimento affida inoltre al governo la revisione della normativa nazionale per allinearla al Patto europeo sull’asilo e la migrazione. Entra in vigore una procedura di frontiera accompagnata da uno screening biometrico generalizzato che prevede l’identificazione, i controlli sanitari, le verifiche di sicurezza e la registrazione nelle banks dati europee per chi arriva senza documenti alle frontiere esterne dell’Unione. Durante questa fase, in cui la persona si trova già sul territorio dell’Unione ma resta in una condizione giuridica provvisoria in attesa dell’avvio della procedura formale, i dati raccolti confluiscono nel sistema EURODAC. Il meccanismo di solidarietà tra gli Stati membri consente ai governi di contribuire con fondi o assistenza ai rimpatri invece di accogliere richiedenti asilo trasferiti da altri paesi, mantenendo così la gestione concentrata sui paesi di frontiera, tra cui Italia e Grecia.
A ciò si è innestato il meccanismo di esternalizzazione, che negli anni ha spostato sempre più la gestione delle partenze e dei controlli verso l’esterno del territorio europeo e il Memorandum firmato tra Italia e Libia il 2 febbraio 2017 ne è tra le più evidenti espressioni. Con l’obiettivo di fermare le partenze dalle coste del paese nordafricano, l’intesa prevede sostegno economico, motovedette e addestramento alla Guardia costiera. Secondo l’organizzazione Refugees in Libya, oltre centomila persone sono state intercettate in mare a partire dal 2017 e riportate nei centri di detenzione libici, strutture in cui la missione d’inchiesta indipendente delle United Nations ha documentato torture, violenze sessuali, lavori forzati e detenzioni senza limiti di tempo, e in cui solo nel 2024 oltre 21.700 persone hanno denunciato abusi. A ottobre 2025, nonostante le mozioni contrarie presentate da quasi tutto lo schieramento di opposizione, la Camera ha approvato con 153 voti a favore la mozione di maggioranza che confermava la necessità del rinnovo automatico, avvenuto il 2 febbraio 2026, quattro giorni prima dell’ultimo ciclo di naufragi collegato al ciclone Harry.
C’è poi un altro capitolo, aperto dal protocollo firmato il 6 novembre 2023 tra il governo italiano e quello albanese, in base al quale all’Italia sono state concesse due aree sul territorio albanese per cinque anni, il porto di Shengjin e la zona militare dismessa di Gjadër. Qui sono state costruite strutture destinate agli uomini adulti intercettati in mare e provenienti da paesi classificati come sicuri. Dopo la prima identificazione nel porto sotto controllo della polizia italiana, i migranti vengono trasferiti a Gjadër, dove sorge il centro di trattenimento vero e proprio. Le udienze si tengono in videoconferenza con gli avvocati che restano in Italia, e le prime applicazioni del sistema hanno già prodotto ricorsi, come quando nel gennaio 2025 un tribunale di Roma ha disposto il trasferimento in Italia di quarantatré migranti provenienti da Egitto e Bangladesh che erano stati portati nei centri gestiti dall’Italia in Albania. Il governo italiano ha risposto con un decreto-legge che ha riconvertito i centri in CPR veri e propri, tamponando il problema giuridico senza risolverlo.
La legge italiana approvata dal governo incorpora il Patto europeo su migrazione e asilo e in alcuni punti lo spinge al limite, soprattutto su frontiera marittima e procedure accelerate. Il messaggio indirizzato a chi valuta la partenza dal Nordafrica annuncia con chiarezza che le probabilità di ingresso e di regolarizzazione si riducono, al contrario del il rischio di essere respinti o rimpatriati che invece aumenta.
La logica della deterrenza
Il silenzio istituzionale che accompagna le immagini dei corpi sulle nostre spiagge contrasta con la precisione dei comunicati che annunciano nuove norme e nuovi strumenti di controllo. Nelle note di accompagnamento delle leggi e nei discorsi pubblici dei membri del governo la parola “vita” compare, ma sempre riferita alla presunta protezione che deriverebbe dal dissuadere le partenze. Il governo sostiene che impedire ai migranti di mettersi in viaggio significa evitare nuovi naufragi, ma le statistiche sulle morti e sui dispersi nel mare e le ricostruzioni delle stragi confermano che le partenze continuano. La logica della deterrenza si basa sul rendere il viaggio così rischioso e costoso in termini di vite umane da scoraggiare almeno una parte delle partenze, ed erigere la mortalità stessa a strumento di gestione dei flussi. Le testimonianze dei sopravvissuti ai naufragi e dei familiari che restano in Nordafrica chiariscono che la percezione del rischio è ben presente in chi decide di partire, ma che la combinazione di condizioni di vita insostenibili nei paesi di origine o di transito, conta più della paura del mare.
Chi arriva in Italia e chiede protezione deve fare i conti con norme più severe, poiché il disegno di legge modifica i criteri per ottenere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria allineandoli alle nuove norme europee, con il rischio che per molte persone la domanda di asilo venga respinta con maggiore frequenza. Anche chi prova a ottenere un permesso per protezione speciale o per ragioni umanitarie il percorso si fa più accidentato, poiché i giudici dispongono di uno spazio più ridotto per riconoscere situazioni di vulnerabilità personale o percorsi di integrazione già avviati nel paese, con la conseguenza che più migranti restano senza un titolo di soggiorno valido e possono ricevere un ordine di espulsione.
CREDITI FOTO – ANSA/Francesco Ceraudo. Spiaggia di Steccato di Cutro, Calabria, 16 marzo 2023. Dopo 19 giorni, il mare continua a restituire effetti personali dei migranti e oggetti legati alla tragedia avvenuta il 26 febbraio.


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