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Cos’è la rotta balcanica? È quell’asse politico con cui l’Europa mette in scena la gestione della mobilità delle persone. È una delle principali vie di accesso all’Unione Europea per chi fugge da War, violenza e persecuzioni. Si estende dalla Turchia, passando per Bulgaria, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia e Slovenia, fino all’Italia e ad altri Paesi europei.
Lungo il percorso si concentrano bombardamenti mediatici, accordi politici, finanziamenti e operazioni di polizia che costringono chi tenta la strada a schivare la morte in condizioni di estrema incertezza tra respingimenti, violenze e condizioni ambientali estreme.
Bosnia ed Erzegovina, in particolare, è uno dei Paesi che le persone giunte a destinazione raccontano come tra i più duri e violenti. Già afflitto da guerra, instabilità politica e debolezza economica, viene usato per tentare di bloccare movimenti che però, spinti dalla disperazione, continuano a fluire ininterrottamente.
Ci facciamo raccontare cosa significa percorrerla da Nihad Suljić, attivista bosniaco e fondatore dell’associazione Djeluj.ba!, che da anni opera lungo la rotta e si è fatto carico di un cimitero nella zona di Tuzla, dedicato a chi non ce l’ha fatta.

Nihad dice che la rotta è sempre più attiva, ma anche più pericolosa, invisibile e complessa. “Le persone che la percorrono non sanno mai cosa le aspetta e si muovono per foreste, fiumi e confini, spesso senza beni essenziali come cibo, acqua o assistenza medica”. Molti vengono respinti più volte alle frontiere, perdendo i propri effetti personali, il denaro e, in molti casi, anche la dignità. “Lo vedo ogni giorno. I trafficanti si organizzano sempre di più, e i rifugiati svaniscono alla vista, costretti a consegnarsi a reti pericolose perché non ci sono vie sicure e legali”. I confini, spiega, sono i punti più difficili, in particolare quelli dell’Unione Europea. “Lì violenze, respingimenti e violazioni dei diritti umani sono ormai all’ordine del giorno”.
Chi sono le persone che incontri lungo la rotta?
Provengono da diverse parti del mondo, ma in questo momento molte arrivano dal Sudan, Afghanistan, Siria, Pakistan e altri. Ci sono giovani uomini, famiglie e talvolta bambini molto piccoli. Ognuno ha la propria storia, ma la maggior parte fugge da guerra e persecuzioni. Molti di loro subiscono respingimenti alle frontiere, spesso picchiati e lasciati in foreste o zone isolate, senza cibo, acqua o alcuna forma di assistenza.
Recentemente ho incontrato un ragazzo egiziano di 18 anni. Secondo il suo racconto, la polizia di frontiera croata lo ha riportato in Bosnia ed Erzegovina e gli ha confiscato il telefono. Quando ha chiesto di riaverlo è stato picchiato, poi ha trascorso giorni e notti vagando nella foresta cercando di ritrovare una zona abitata e in quel periodo, mi ha detto, ha visto un corpo senza vita. Lo scorso inverno tre giovani sudanesi hanno riportato gravi congelamenti e hanno perso le gambe sotto il ginocchio, e due di loro hanno perso anche le mani. Nello stesso periodo un giovane del Mali ha perso le dita dei piedi e un altro, proveniente dal Pakistan, ha subito lesioni simili. Nel campo di Lipa, intanto, si sono registrati anche due decessi durante l’inverno.
Negli ultimi anni molte cose sono cambiate, ma non in meglio. I confini sono più controllati, la violenza è diventata ordinaria e le persone vengono spinte verso percorsi sempre più nascosti e rischiosi. Anche per chi cerca di aiutare, la situazione è diventata più complicata. Aumentano le restrizioni, la pressione e la burocrazia, e da più di dieci anni ogni giorno sembra la ripetizione della stessa sequenza di persone che provano, vengono respinte, soffrono e poi riprovano.
Come nasce il cimitero dei migranti?
Il cimitero in sé non è nato da me, le persone venivano già sepolte dalle comunità locali e quello che ho cercato di fare è stato restituire dignità a quelle sepolture. Molti venivano sepolti senza nome, senza un segno della loro esistenza e per me era inaccettabile. In Bosnia ed Erzegovina sappiamo bene cosa significa perdere qualcuno e cercarlo per anni. Ho voluto fare in modo che non venissero dimenticati, che avessero un nome e che lasciassero una traccia. Per me questo è una prova che queste persone sono esistite, che avevano una vita e che la loro unica colpa è stata quella di avere il passaporto sbagliato, e tra cento anni queste tombe resteranno come testimoni silenziosi di questo tempo.
Per le famiglie, il cimitero rappresenta la fine dell’incertezza. La cosa più difficile è non sapere cosa sia accaduto ai propri cari e non sapere se siano vivi o morti, e il tempo trascorso con le madri di Srebrenica mi porta a pensare che in Europa sia difficile comprendere fino in fondo una madre che arriva a dire che sarebbe felice anche solo di poter seppellire un osso di suo figlio.
Insieme alla Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, lavorate anche sulle identificazioni.
Molti corpi vengono sepolti come ignoti e alcuni vengono ritrovati mesi dopo, spesso vicino ai fiumi, e possono essere identificati solo attraverso il DNA. Per le famiglie avere un nome e una tomba significa poter iniziare a elaborare il lutto e, per l’Europa, questi cimiteri restano come parte di una memoria collettiva che un giorno racconterà che cosa ha scelto di essere.
Se potessi parlare con una sola persona che hai sepolto, guardarla negli occhi per un istante, chi sceglieresti?
Sceglierei Muhamed. Aveva 15 anni e veniva dalla Siria, non l’ho mai conosciuto quando era in vita ma ho la sensazione di averlo conosciuto. Ricordo quanto sia stato difficile organizzare la sua sepoltura e in quel periodo, una notte, lo sognai. In quel sogno mi disse di sbrigarmi, che voleva andare. Sono una persona religiosa e credo che l’anima trovi pace solo quando il corpo viene sepolto, e quel sogno è rimasto con me. Ha perso la vita nel fiume Drina, tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, insieme ad altre dodici persone. Tra loro c’era una bambina di nove mesi, Lana, e i suoi genitori. Se oggi potessi guardarlo negli occhi gli direi che mi dispiace se non siamo riusciti a proteggerlo e spero che ora sia in un luogo senza confini, senza filo spinato, senza ingiustizia, senza guerra, senza violenza e senza morte.
Qual è la difficoltà più grande che incontri nel fare quello che fai?
La difficoltà più grande è la sensazione di lavorare contro un sistema che non vuole una soluzione reale. Dimostrare che quello che faccio nasce esclusivamente da un impulso umano, confrontarmi con organizzazioni che vedono tutto in termini di numeri, progetti o lavoro mentre per noi è vita quotidiana, e vedere molte persone arrivare in Bosnia ed Erzegovina da spettatori, quasi come in un safari, senza una reale comprensione o un aiuto effettivo. C’è poi la dimensione personale, la stanchezza, sento di perdere forza. La guerra, per quanto terribile, ha un inizio e una fine, questo invece va avanti da dieci anni, ripetendosi ogni giorno.

Hai mai pensato di fermarti?
Sì. A volte, semplicemente, mi spengo. Cammino e lavoro ma dentro mi sento vuoto, so come sono le mie notti e cosa porto nel cuore, eppure so che non mi fermerò finché avrò anche solo un frammento di forza perché sento che non possiamo permetterci di arrenderci. Basta pensare a come le persone osservano sofferenza e ingiustizia sui loro telefoni mentre bevono un caffè come se niente fosse. Forse proprio ora più che mai bisogna prendere posizione perché lottare per i rifugiati significa lottare per una società più giusta, è uno scontro tra ricchi e poveri, tra privilegiati e oppressi, ed è per questo che vado avanti.
Con me c’è anche un’intera rete solidale, spesso invisibile ma incredibilmente importante. Ci affidiamo spesso a relazioni personali, alla fiducia e a uno scambio rapido di informazioni, in una rete informale che forse proprio per questa natura continua a funzionare. Gli italiani sono una delle forze più importanti in questa storia e una parte significativa del sostegno che ricevo arriva dall’Italia, da organizzazioni, attivisti e giornalisti. Quello che voglio dire con chiarezza è che queste persone sono parte della mia famiglia e mi danno la forza di andare avanti, anche nei momenti più difficili. Per me l’Italia è una seconda casa.
Qual è la cosa che nessun europeo vuole vedere di questa rotta?
Molti rifiutano di vedere che questa è una crisi umanitaria che si svolge davanti ai loro occhi e che li riguarda direttamente. Scelgono di non vedere la violenza, i respingimenti, l’umiliazione e le morti e di non riconoscere che le persone perdono la vita a causa di confini, politiche e sistemi che le respingono, così come rifiutano di vedere che non si tratta di “altri” ma di persone come noi.
Questi sono appunti, parole scritte a mano da persone incontrate in Bosnia ed Erzegovina.

Un giovane ha scritto di aver perso i genitori da bambino, di essere diventato medico e di essere stato costretto a fuggire perché non voleva partecipare alla guerra e uccidere. Un altro (nell’immagine più in basso, ndr) ricorda che in Afghanistan alle ragazze non è permesso andare a scuola. Queste sono vite reali. Le persone non arrivano qui per comodità o per qualcosa di semplice come una pizza italiana. Arrivano perché cercano un futuro, sicurezza e dignità.
Hai notato un cambiamento di atteggiamento da parte degli europei nel corso del tempo?
Ci sono ancora molte persone che mostrano solidarietà, che si prendono cura e che aiutano, lo so perché lavoro a stretto contatto con loro. Contemporaneamente, però, vedo crescere una distanza, i rifugiati diventano invisibili e le persone si sono abituate alla loro sofferenza, tanto che quello che un tempo suscitava shock oggi viene spesso ignorato. Col passare del tempo è cambiato anche il racconto e i migranti vengono ormai visits esclusivamente come numeri, minacce o strumenti politici.

Quale responsabilità hanno le politiche europee in ciò che accade lungo la rotta?
Dalla presenza di Frontex alle frontiere, agli accordi con i Paesi balcanici, fino al modo in cui vengono finanziate le politiche migratorie, tutto questo si ripercuote sulle persone in carne e ossa. Sono politiche orientate a fermare le persone a qualsiasi costo, indipendentemente dalle conseguenze, cercando di scaricare le responsabilità su paesi che si trovano già in condizioni politiche ed economiche difficili.
La violenza dei confini è il risultato di scelte politiche consapevoli. Forse nessuno dice apertamente di volere la sofferenza, ma le conseguenze di queste decisioni sono molto chiare. Chiudere le frontiere, sostenere una deterrenza violenta e finanziare sistemi che non proteggono le persone significa scegliere esiti che molte volte sfociano nel sangue, dentro un sistema che si ripete ogni giorno da più di dieci anni.
Davanti a questo sistema, il silenzio è comunque una scelta. Capisco che sia più facile voltarsi dall’altra parte. Sono storie difficili. Ma ciò che accade lungo questa rotta avviene anche in nome dell’Europa. Parlare espone, lo so, ma chiudere gli occhi è qualcosa che avrebbe un prezzo più alto. Dobbiamo capire che difendere i rifugiati equivale a difendere una società più giusta per tutti e riguarda il tipo di persone che scegliamo di essere, rifiutando che la violenza diventi una notizia come le altre.
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CREDITI FOTO: © Andrea Umbrello

