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Vuoi scrivere? Ti uccideranno. Vuoi dire la tua? Ti zittiranno. Questa è la politica dell’occupazione per mettere a tacere la verità. Il giubbotto antiproiettile per giornalisti è diventato un bersaglio invece che uno scudo protettivo.

Nour al-Swayirki incarna il vero significato del sacrificio. Nell’aprile del 2024, è stata costretta a prendere la decisione più difficile della sua vita: mettere al sicuro i suoi due figli in Egitto, rimanendo da sola a Gaza. Nonostante il dolore della separazione, Nour ha scelto di restare e di trasmettere la verità al mondo, considerando la sua voce l’ultima arma rimasta contro la falsa narrativa. Anche dopo il cessate il fuoco, Nour e le sue colleghe continuano ad affrontare una realtà amara, priva degli elementi più elementari di sicurezza professionale o personale.
Maryam Abu Daqqa ha salutato suo figlio, Ghaith, con parole che sfidavano l’impossibile, dicendogli la sua famosa frase: “Ghaith, la verità è un fardello sulle nostre spalle, e la patria è più preziosa dell’anima”. Le sue ultime parole a suo figlio sono diventate un’icona della fermezza femminista contro i tentativi di sradicamento e sfollamento forzato che prendono di mira figure palestinesi influenti.

Come affrontano i “testimoni della verità” la minaccia di un omicidio intenzionale?
Anas al-Sharif è un’icona per i giornalisti: ha pagato il prezzo più alto quando l’occupazione ha preso di mira la sua casa e ucciso suo padre, dopo averlo minacciato direttamente affinché smettesse di riferire. Le uccisioni e la distruzione non hanno dissuaso Anas dal compiere il suo dovere; al contrario, la sua voce ha continuato a risuonare dal nord di Gaza, che l’occupazione ha cercato di isolare completamente dal resto del mondo. Nel frattempo, Anas Baba, corrispondente ufficiale della NPR americana, ha scelto di rimanere nella Striscia nonostante tutti i pericoli circostanti e le dure condizioni di vita. I giornalisti indipendenti a Gaza oggi lavorano senza contratti fissi e senza alcun tipo di protezione legale o fisica. Affrontano la morte in ogni momento, eppure insistono nell’essere l’“occhio della verità” in un luogo dove l’assassino cerca di accecare tutti gli occhi.

Esiste un limite alle statistiche sul genocidio sistematico contro i media?
Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) documenta cifre terrificanti che indicano il martirio di oltre 220 giornalisti e operatori dei media a Gaza (altre fonti indicano cifre che si avvicinano ai 300 giornalisti uccisi dal 7 ottobre 2023 a oggi, ndr). È scioccante che le uccisioni non si siano fermate nemmeno dopo l’entrata in vigore degli accordi di cessate il fuoco all’inizio del 2026. Il 21 gennaio 2026, un raid israeliano ha preso di mira il sud della città di Gaza, causando la morte di tre giornalisti: Muhammad Salah Qishta, Anas Ghuneim e Abdul Raouf Shaath. Amal Shamali è stata uccisa da un drone il 9 marzo 2026. L’ultimo giornalista ucciso, Mohammad Washa, è stato assassinato l’8 aprile 2026. I rapporti confermano che almeno 68 giornalisti sono stati presi di mira o uccisi mentre svolgevano il loro chiaro lavoro giornalistico. Ogni numero di questa statistica rappresenta una vita distrutta, una famiglia dispersa e una voce libera che l’occupazione ha cercato di soffocare per sempre.
Qual è il prezzo da pagare per fare giornalismo tra le macerie e la perdita di risorse?
I giornalisti a Gaza devono affrontare una sfida che va oltre le capacità umane, poiché la maggior parte di loro ha perso la propria casa e vive in tende o nei pressi degli ospedali. Sono costretti ad affittare appartamenti a prezzi esorbitanti dopo la distruzione dei loro uffici. Mancano loro le risorse essenziali più elementari, come l’elettricità e il carburante necessario per far funzionare i mezzi di trasmissione. Il costo per ricaricare un telefono o procurarsi un litro di carburante a Gaza ha raggiunto un prezzo dieci volte superiore al normale a causa dell’assedio soffocante. Internet, che è la linfa vitale per i giornalisti, è diventato inaccessibile nella maggior parte delle zone, oppure è disponibile a un costo proibitivo. Questo assedio materiale è parte integrante della politica di “strangolamento” volta a rendere tecnicamente impossibile il lavoro giornalistico.
La cortina di blackout e l’isolamento International dei giornalisti palestinesi
Da due anni le autorità israeliane continuano a imporre un divieto quasi totale all’ingresso di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. Questa misura mira principalmente a isolare i giornalisti palestinesi e a impedire loro di ricevere sostegno professionale. L’assenza dei media internazionali crea un grave vuoto informativo che consente all’occupazione di diffondere la propria narrativa militare senza testimoni internazionali sul campo. La politica di «chiudere le frontiere» alle telecamere internazionali è un’ammissione esplicita del timore che l’occupazione nutre nei confronti di ciò che quegli obiettivi potrebbero documentare.
Da due anni le autorità israeliane continuano a imporre un divieto quasi totale all’ingresso di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. Questa misura mira principalmente a isolare i giornalisti palestinesi e a impedire loro di ricevere sostegno professionale.
Ricorso alle leggi militari per confiscare la verità a Gerusalemme e nell’entroterra
L’occupazione non si è limitata a impedire l’ingresso; ha deliberatamente chiuso gli uffici delle agenzie già presenti e ne ha confiscato le attrezzature. Nei territori occupati del 1948 e a Gerusalemme, le istituzioni sono state chiuse e il personale perseguito con ordini militari arbitrari. La legge sulla «prevenzione delle trasmissioni straniere» è stata utilizzata per chiudere gli uffici di Al Jazeera, e le misure hanno preso di mira anche l’agenzia globale «Associated Press» (AP). Il Comitato per la protezione dei giornalisti descrive queste leggi come un “ambiente fertile per la propaganda” che uccide la responsabilità pubblica.
Nasser Abu Baker e l’importanza del Sindacato dei giornalisti Palestinians

Nasser Abu Baker, presidente del Sindacato dei giornalisti palestinesi e presidente della Federazione dei giornalisti arabi, afferma che quanto sta accadendo a Gaza è «il più grande massacro nella storia del giornalismo mondiale». Abu Baker sottolinea che l’occupazione ha preso la decisione strategica di eliminare i «testimoni» per impedire che la denuncia di genocidio giunga davanti ai tribunali internazionali. Ha guidato campagne internazionali per perseguire i leader dell’occupazione dinanzi alla Corte penale internazionale con l’accusa di attacchi mirati.
Solidarietà sindacale internazionale e perseguimento dei responsabili
Le dichiarazioni di Nasser Abu Baker coincidono con i rapporti di «Reporter senza frontiere» (RSF), che chiedono l’immediata revoca dell’assedio. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) ritiene che la persistente impunità degli assassini sia ciò che incoraggia la continua persecuzione dei giornalisti. Nasser Abu Baker conferma che il sindacato ha documentato centinaia di casi in cui i giornalisti sono stati presi di mira in zone dove non vi era alcuna attività militare. Il giornalismo in Palestina non è solo una professione; è un incarico nazionale per il quale si paga un prezzo di sangue.
Il sindacato dei giornalisti palestinesi ha di recente protestato, con molta forza, per il forum su “Il futuro del giornalismo a Gaza” organizzato dalla European Broadcasting Union senza invitare giornalisti palestinesi nel dibattito.
Nel loro comunicato si legge:
“Questa conferenza dell’EBU ci ricorda il passato coloniale europeo, caratterizzato dalla tendenza a decidere del futuro dei popoli con totale disprezzo dei loro diritti e interessi. È una manifestazione di una mentalità suprematista che considera i palestinesi come sudditi anziché come partner essenziali nel processo decisionale sul loro futuro. Affermiamo inequivocabilmente che qualsiasi discussione riguardante il futuro del settore dei media a Gaza rimane politicamente, eticamente e professionalmente inaccettabile a meno che i rappresentanti dei giornalisti e dei media palestinesi non siano al centro del processo che ne definisce la visione e la direzione futura.
Le prove dimostrano che la decisione dell’EBU di organizzare questa conferenza è tutt’altro che una iniziativa genuina a sostegno dei giornalisti palestinesi e del settore dei media che l’esercito israeliano ha completamente distrutto. Si tratta piuttosto di un tentativo di mascherare la sua decisione di consentire all’emittente pubblica israeliana “KAN” di partecipare all’Eurovision Song Contest, che si terrà circa due settimane dopo questa conferenza. L’EBU sta cercando di proiettare ai propri membri e al pubblico europeo l’immagine di un’organizzazione preoccupata per la difficile situazione dei media palestinesi, ma in realtà li sta bandendo dalla scena.”
La dottrina dei bersagli militari transnazionali
Le prove dimostrano che prendere di mira la stampa è una «dottrina militare» che va oltre i confini di Gaza fino a raggiungere il Libano. Un’indagine di Amnesty International ha rivelato che l’attacco contro Issam Abdallah nel sud del Libano è stato un “attacco diretto contro civili”. I giornalisti si trovavano in una posizione esposta e sotto l’occhio dei drones per più di 40 minuti prima che il crimine fosse compiuto. Questo attacco transnazionale mira a inviare un messaggio intimidatorio: “Nessuno è immune ai nostri proiettili, indipendentemente dalla nazionalità”.
La politica dell’intimidazione psicologica e dell’autocensura
Amnesty International ritiene che l’assenza di obiettivi militari nel luogo colpito dai bombardamenti in Libano confermi l’intenzione di uccidere deliberatamente. Questi ripetuti attacchi mirano a imporre una autocensura ai giornalisti instillando paura nei loro cuori. La minaccia costante e l’uccisione di famiglie fanno parte della guerra psicologica condotta dall’occupazione contro la libertà di parola. La tenacia dei giornalisti rappresenta l’ultima barriera contro la trasformazione della guerra in un crimine silenzioso.
Il destino della verità nell’era della “chiusura assoluta”
Tutte le prove raccolte all’inizio del 2026 indicano che il «triangolo della morte» — sterminio fisico, assedio tecnico e impedimento legale — si è chiuso completamente attorno a Gaza. Mentre le immagini di macerie e tende scorrono sugli schermi dei telefoni di giornalisti esausti, il vuoto lasciato dall’assenza dei media internazionali rimane un testimone silenzioso. Il sangue di Issam Abdallah, l’ultimo desiderio di Maryam Abu Daqqa e la resilienza di Anas al-Sharif sono gli ultimi baluardi che impediscono al racconto di crollare.
Con la chiusura continua degli uffici e la confisca delle attrezzature, il conflitto si è trasformato in una battaglia esistenziale che va oltre i confini della carta e delle lenti. La realtà ha dimostrato che il casco e il giubbotto da giornalista non offrono più protezione in questo mondo contro la malizia e la vendetta del nemico. È la convinzione profonda per la quale i cavalieri della parola pagano il prezzo ogni giorno: «Se decidi di scrivere in questo settore, morirai; se non scrivi, morirai comunque. Di fronte a questo destino inevitabile, il giornalista palestinese sceglie di scrivere e morire, lasciando dietro di sé un obiettivo che rifiuta di nascondersi dietro le mura del silenzio».
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