Thursday 02/07/2026, 17:19
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Dell’“israelizzazione” delle democrazie occidentali di cui da tempo si parla su Kritica è certamente parte la vera e propria deriva di stampo autoritario che caratterizza il proclamato Stato ebraico – specie dopo il 7 ottobre 2023 – e i cui strumenti sono stati mutuati da molti Paesi occidentali in risposta alle mobilitazioni degli ultimi due anni contro il genocidio a Gaza e il progetto sionista di occupazione dei territori palestinesi. La stretta repressiva scatenatasi contro attivisti e attiviste che lottano per l’autodeterminazione e la libertà del popolo palestinese ne è una delle manifestazioni più evidenti.
Dopo il caso di Mahmoud Khalil – il cittadino palestinese arrestato negli USA nel marzo 2025 dall’ICE su ordine dell’amministrazione Trump per il suo attivismo a favore della Palestina alla Columbia University –, una delle espressioni più clamorose di questo giro di vite è quanto accaduto a Palestine Action – rete nata nel 2020 con l’obiettivo di denunciare e fermare la vendita di armi da parte del Regno Unito a Israele – definita dal governo britannico “organizzazione terroristica” ai sensi del Terrorism Act del 2000, misura che rende illegale l’appartenenza o il sostegno all’organizzazione, punibile fino a 14 anni di carcere.

Nonostante una mozione presentata da otto membri del Parlamento – tra i quali Jeremy Corbin –  che aveva definito la decisione del governo una pericolosa stretta sulle libertà civili e sul diritto di protesta, ribadendo la distinzione tra attivismo non violento e terrorismo e denunciando l’abuso delle leggi antiterrorismo contro gli attivisti, la messa al bando dell’organizzazione è stata comunque approvata dal di Sua Maestà lo scorso luglio, causando l’arresto di centinaia e centinaia di attivisti. Otto di loro, prevalentemente di nazionalità britannica ma in alcuni casi con background migratorio, hanno iniziato uno , la più grande azione di protesta di questo tipo messa in atto nelle carceri britanniche dal 1981, anno in cui il digiuno volontario venne organizzato dai prigionieri dell’ (IRA).

Le misure repressive in Italia

Nel nostro Paese analoghe azioni di stampo repressivo sono state adottate nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, arrestato lo scorso novembre – dopo che il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione a suo carico, a causa di alcune frasi sul 7 ottobre – e poi liberato su decisione della Corte d’appello di .

Si trova invece ancora in carcere – in attesa di sentenza (prevista per il 16 gennaio prossimo, ndr) – Anan Yaeesh, un palestinese residente in Italia dal 2019, arrestato su richiesta di estradizione israeliana per accuse di terrorismo legate alla resistenza palestinese. Yaeesh è detenuto nel carcere di Melfi. La Procura dell’Aquila ha chiesto per lui 12 anni. L’udienza finale si è tenuta lo scorso 18 dicembre, con tesi difensive che contestano l’accusa di terrorismo. I coimputati Ali Irar e Mansour Dogmoush sono stati liberati, rafforzando le tesi difensive sulla plausibilità di detenzione arbitraria.

Mentre scriviamo si attendono poi gli sviluppi della vicenda giudiziaria che vede imputati Mohammad Hannoun –  presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e figura storica della comunità palestinese nel nostro Paese – e altri otto palestinesi, accusati di aver finanziato tramite associazioni benefiche. Un’indagine, quella della Procura di Genova, viziata da una visione fortemente influenzata da Israele. Come ha scritto Rita Rapisardi su Kritica.it, infatti, dall’ordinanza «Hamas emerge come un’organizzazione unitaria, un corpo unico, e ogni risorsa che entra nella Striscia attraverso strutture a essa riconducibili è destinata, direttamente o indirettamente, a rafforzarne anche l’ala militare e quindi il terrorismo».

Vicende che sono solo la punta dell’iceberg rispetto a una serie di azioni volte a limitare le libertà di chi protesta contro il genocidio e i crimini israeliani e che contemplano perquisizioni, notifiche di reati, multe per migliaia di euro, misure cautelari, manifestazioni represse con manganelli e lacrimogeni.

Le condizioni dei prigionieri palestinesi

Queste dinamiche, tuttavia, sono solo l’eco di pratiche ben più gravi subite dal popolo palestinese ormai da decenni. Attualmente sono almeno 9.300 i palestinesi – tra cui 350 bambini e 51 donne – detenuti nelle , secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato lo scorso 16 dicembre da Addamer – in arabo “coscienza”, un’istituzione civile non governativa che opera a sostegno dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane –, che documenta un “aumento pericoloso” del numero di persone – sarebbero circa 4750 – in stato di detenzione amministrativa, strumento utilizzato sistematicamente da Israele per incarcerare attivisti, giornalisti, accademici, medici per diversi mesi o anche anni, senza produrre alcuna accusa o prova e senza un giusto processo.

Secondo Addamer «il sistema di detenzione dell’occupazione israeliana rimane un meccanismo centrale utilizzato per consolidare il proprio controllo sulla popolazione palestinese. Questo sistema è caratterizzato da arresti di massa, uso diffuso della detenzione amministrativa senza accusa né processo, e aggressioni sessuali, condizioni carcerarie disumane, restrizioni arbitrarie e la presa di mira di gruppi vulnerabili».

Violazioni che «riflettono una politica deliberata volta a mettere a tacere la partecipazione politica, reprimere l’impegno civico e ostacolare gli sforzi dei palestinesi per rivendicare i propri diritti fondamentali» e che si verificano nel contesto più ampio dell’occupazione messa in atto da Israele, definita illegale nel parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del 2024. A questo si aggiungono altri dati agghiaccianti, come quello riportato su +972magazine dal giornalista e regista Premio Oscar Yuval Abraham, il quale scrive che dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi – un numero probabilmente inferiore a quello reale – sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militare, in molti casi come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Si tratta di persone che erano state arrestate perché – secondo un portavoce dell’ – «ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche».

La Commission of Detainees’ Affairs e la Palestinian Prisoner’s Society, che hanno condotto decine di visite ai prigionieri palestinesi nel dicembre 2025 – in particolare nelle prigioni di Ofer, Naqab (Negev), Megiddo, Ramla Clinic, Rakevet Underground Section, Shatta, Gilboa e Janot, in diversi campi militari, tra cui Sde Teiman e Gilad, e infine nella prigione di Damon, dove sono incarcerate le detenute donne –,  hanno poi pubblicato un rapporto che certifica «un continuo e grave peggioramento delle condizioni di detenzione e un’escalation di brutali aggressioni da parte delle unità speciali delle forze carcerarie. A ciò si aggiungono la fame sistematica, la negazione di cure mediche e assistenza sanitaria, il perdurare di politiche di privazione dei beni di prima necessità».

Stupri e torture sessuali contro detenuti palestinesi

Lo scorso novembre il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) ha documentato, tramite le testimonianze di diversi detenuti palestinesi della Striscia di Gaza recentemente rilasciati dalle prigioni e dai campi di detenzione israeliani, «una pratica organizzata e sistematica di tortura sessuale, tra cui stupri, spogliarelli forzati, riprese imposte, aggressioni sessuali con oggetti e cani, oltre a deliberate umiliazioni psicologiche volte a schiacciare la dignità umana e cancellare completamente l’identità individuale». Non si tratta – sottolinea il PCHR – di episodi isolati, ma di «una politica strutturale praticata nel contesto del crimine di genocidio». Le testimonianze raccolte dagli avvocati e dai ricercatori sul campo contengono testimonianze raccapriccianti relative a casi di stupro perpetrati dall’esercito israeliano contro civili palestinesi, comprese donne, arrestati in diverse aree della Striscia di Gaza negli ultimi due anni.

A maggio 2025 il PCHR aveva pubblicato un rapporto dettagliato, basato su 100 testimonianze dirette di ex detenuti – arrestati tra ottobre 2023 e il 2024 – e su visite legali a 53 palestinesi ancora detenuti in carceri e campi militari israeliani. Il documento delinea un sistema di detenzione caratterizzato da tortura sistematica, isolamento totale e condizioni di vita disumane, praticato in modo coerente in tutte le strutture israeliane. Il rapporto conclude che il trattamento riservato ai palestinesi di Gaza equivale al reato di tortura e quest’ultima si configura come atto costitutuvo del genocidio in corso contro il popolo palestinese, secondo due delle fattispecie descritte dalla Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, ovvero il causare gravi danni fisici e mentali ai membri di un gruppo e l’imposizione deliberata di condizioni di vita atte a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale.

e il continuum carcerario: dalla Palestina alle metropoli occidentali

Il carcere è, dunque, una componente centrale dell’espansione coloniale israeliana e l’esperienza carceraria plasma le biografie dei palestinesi fin dalla più tenera età. Su un piano analitico, esiste un elemento unificante nel controllo coercitivo imposto al popolo palestinese da Israele e ad attivisti e attiviste che agiscono a sostegno della Palestina in altre parti del mondo, ovvero un uso sempre più accentuato dello strumento dell’incarcerazione. In merito a quest’ultima Angela Davis, storica attivista del movimento americano per i diritti civili, ha spesso legato la battaglia abolizionista negli USA alle lotte contro il e l’apartheid, con riferimenti espliciti alla Palestina e ai rapporti tra movimenti neri e palestinesi. L’idea è che strumenti di sorveglianza, contro‑insurrezione e incarcerazione “preventiva” accomunino scenari coloniali e metropoli occidentali, contribuendo allo sviluppo di una vera e propria “internazionale della sicurezza”.

La retorica fondata sulla “guerra al terrore” permette di giustificare e legittimare nuove forme di detenzione e allo stesso tempo rafforza apparati di polizia e intelligence domestica, razzializzando soggetti e intere comunità. Nella prospettiva di Davis muri, centri di detenzione per migranti, prigioni e checkpoint rientrano in un unico continuum di infrastrutture di segregazione e controllo che è proprio del sistema capitalista. L’israelizzazione delle nostre società, in fondo, non è che una delle sembianze assunte da quest’ultimo.


PHOTO CREDITS: Addameer

Author

  • Marianna Lentini

    She was born in Lecce, where she lives. She graduated in Sociology from the University of Milan-Bicocca and attended the Alessandro Leogrande School of Narrative Reporting. She is the author of *Capitalismo feroce*, published by People, and writes a weekly column of the same name on Ossigeno.net. She is a contributor to *The Post Internazionale*.

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