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“Dal decreto antirave al decreto antimaranza”. La parabola del governo Meloni potrebbe essere riassunta in questo misero slogan. Quasi quattro anni di legislatura segnati dalla ricerca di nuovi nemici pubblici e dalla risposta penale come strumento privilegiato per affrontarli.
Era il 31 ottobre 2022 quando, a pochi giorni dal suo insediamento, il governo approvava, come uno dei suoi primissimi ed emergenziali provvedimenti, il decreto anti-rave. Già nel nome, veniva individuato un primo, preciso bersaglio. Da allora, la lista si è allungata: dai rave ai migranti, dai manifestanti alle cosiddette baby gang, fino ai cosiddetti «maranza», nuova categoria personologica che trasuda, più di ogni altra, islamofobia e razzismo.
Poco prima della pausa estiva, il governo Meloni ha messo sul tavolo un disegno di legge sull’imputabilità che interviene sulla disciplina applicabile ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Il testo propone di presumere la capacità di intendere e di volere del minore, salvo prova contraria, stravolgendo un sistema – quello penale minorile – che si reggeva (fino a questo governo) sulla necessità di tutelare il minore, anche se responsabile, o presunto tale, di un crimine.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva già parlato nei mesi precedenti di «baby gang» e «maranza» come fenomeni sui quali intervenire. In un’intervista del febbraio 2026 riconduceva la violenza giovanile a marginalità sociale, solitudine, disagio post-pandemico ed emulazione, ma aggiungeva che in alcuni contesti si sono affermate «sottoculture violente», citando esplicitamente il fenomeno dei cosiddetti maranza. Giorgia Meloni, intanto, aveva promesso nuovi interventi già a gennaio 2026, definendo la situazione delle baby gang «fuori controllo». «Sicuramente sul tema della sicurezza bisogna fare di più. Ci sono altri provvedimenti che stiamo studiando: uno riguarda proprio il tema delle baby gang, altra situazione fuori controllo», aveva detto durante la conferenza stampa di inizio anno.
La legge, se approvata, rappresenterebbe l’ultimo tassello di una trasformazione che, secondo i dati dell’associazione Antigone, è già in corso. Alla fine del 2022 negli istituti penali per minorenni si trovavano 381 persone. Alla fine del 2025 erano 572: un aumento del 50 per cento. Gli ingressi negli IPM sono passati da 1.051 a 1.197 nello stesso periodo, dopo aver raggiunto quota 1.258 nel 2024. E la crescita non riguarda soltanto il carcere: al 31 dicembre 2025 erano 17.027 i minori e giovani adulti in carico al sistema della giustizia minorile, il 25 per cento in più rispetto al 2022.
«Non c’è stata in questi anni un’emergenza legata alla criminalità minorile, eppure nel dibattito pubblico, nella retorica governativa, c’è sempre stata un’attenzione enorme alle baby gang, e via dicendo», dichiara a Kritica.it Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’Osservatorio sulla giustizia minorile. Marietti ricorda in particolare quanto accaduto nel gennaio 2026, quando, «in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, la relazione governativa diceva che il fenomeno delle baby gang e della criminalità minorile non è in crescita», mentre «esattamente negli stessi giorni la premier Meloni faceva la conferenza di inizio anno dicendo che stiamo pensando a nuove misure perché questo fenomeno delle baby gang è oramai fuori controllo».
Un percorso di criminalizzazione intenzionale
La prima grande cesura è il decreto Caivano, approvato dal Consiglio dei ministri il 7 settembre 2023 e convertito nella legge 159 del 13 novembre dello stesso anno. Il provvedimento non si limitava agli interventi di riqualificazione del comune campano ma interveniva direttamente sulla sicurezza e sulla prevenzione della criminalità minorile. Tra le novità c’era l’estensione del Daspo urbano ai minori di età superiore ai 14 anni, nuove misure contro le cosiddette baby gang e soprattutto una modifica dei presupposti per l’applicazione delle misure cautelari ai minorenni.
La stretta riguardava in particolare la custodia cautelare in carcere: per alcuni reati la soglia della pena che consentiva di applicarla scendeva da nove a sei anni. Il governo presentò il provvedimento come una risposta al disagio giovanile, alla dispersione scolastica e alla criminalità minorile. Nel comunicato di Palazzo Chigi si parlava esplicitamente della necessità di intervenire sulle misure cautelari «con l’obiettivo di sanzionare e dissuadere dal tenere comportamenti contrari alla legge», accanto a percorsi di reinserimento e rieducazione.
Il decreto Caivano come pietra miliare di uno stravolgimento antidemocratico
Per Antigone, tuttavia, quello è stato il momento della svolta. «Il decreto Caivano è stato il più grande stravolgimento del sistema di giustizia minorile per come si era configurato dopo il 1988 con l’approvazione del codice di procedura penale minorile», sostiene Marietti. «Quindi è stato da lì che sono schizzati in alto i numeri: in carcere sono aumentati di una volta e mezzo, passerebbero molti di più se considerassimo quelli che sono andati agli adulti, il controllo penale in generale è passato da meno di 14.000 a 18.000 oggi.».
I risultati diretti del decreto sono ben visibili. Tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera negli IPM è passata da 425,1 a 556,3 ragazzi, con un aumento del 30,9 per cento. Gli ingressi negli istituti sono cresciuti di oltre il 10 per cento e quelli nelle comunità del 21 per cento; nei Centri di prima accoglienza l’incremento degli ingressi è stato del 34,3 per cento. Ma è soprattutto sulle misure cautelari che si registrano gli aumenti più significativi. Alla fine del 2025, il 64,9 per cento delle persone detenute negli IPM – 370 in tutto – si trovava in carcere esclusivamente in custodia cautelare. Considerando soltanto i minorenni, la percentuale saliva all’83,1 per cento; il 39,5 per cento era ancora in attesa del primo giudizio.
La deumanizzazione dei minori stranieri
Un’altra emergenza è quella dei minori stranieri non accompagnati. Alla fine del 2025 erano 17.011 quelli censiti sul territorio nazionale, contro i 23.226 del 2023. Antigone osserva che il taglio delle risorse per l’accoglienza ha accompagnato l’aumento degli ingressi dei MSNA negli IPM e segnala il rischio di un percorso che dalla strada conduca ai servizi penali anziché a quelli educativi e sociali.
«Abbiamo visto ragazzini chiusi in cella dalla mattina alla sera senza attività, senza la scuola, senza quelle cose che sono fondamentali a quell’età», racconta Marietti. «Li abbiamo visti imbottiti di psicofarmaci, intere sezioni di minorenni che dormivano alle 11 di mattina e cose di questo tipo».
Per Marietti, il problema non è soltanto quello che c’è scritto nel disegno di legge, ma ciò che quella modifica comunica al sistema. «Questo ultimo DDL non è che l’ultima puntata di questa guerra, una puntata piuttosto tragica, soprattutto dal punto di vista del messaggio culturale che lancia». E aggiunge: «Il messaggio culturale che si dà avrà senz’altro una ricaduta su tutti gli operatori del sistema di usare di più il pugno di ferro».
La questione, alla fine, non è soltanto quanti ragazzi entrino in carcere. È quale idea di adolescenza stia prendendo forma dentro il sistema penale. Nel suo rapporto, Antigone parla di un modello che ha progressivamente perso centralità educativa; Marietti lo sintetizza in una frase: «Rispetto ai minorenni io non parlerei di funzione rieducativa della pena, ma di funzione educativa, perché stiamo parlando di personalità in evoluzione che per la prima volta fanno ingresso in società».
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