Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
Tra i vicoli di Gaza, trasformati in sentieri per fantasmi, e sotto un cielo che non pioveva altro che fuoco, viveva una classe di esseri umani che aveva scelto di essere l’ultima barriera tra la vita e la morte. Non sto parlando di combattenti, ma di coloro che indossavano giubbotti fluorescenti laceri, trasportavano kit medici vuoti tranne che per brandelli di garze e bende e guidavano camion dei pompieri fatiscenti che sfidavano le leggi della fisica per raggiungere la loro destinazione. Oggi, ora che i cannoni tacciono e Gaza rimane a ricucire le sue ferite, i paramedici e gli operatori della protezione civile si trovano ad affrontare un nuovo nemico, un nemico che nessuno vede tranne loro, che risiede nelle pieghe dei loro ricordi, nel tremore delle loro mani e in quel lungo silenzio che precede improvvisi scatti di pianto.
Il mito della vita “normale”
Quando parliamo di loro, non possiamo affidarci al linguaggio arido delle statistiche, perché ognuna di queste persone è un romanzo ancora da scrivere. A Gaza, un paramedico non era semplicemente un dipendente che svolgeva un compito, era un Fedayee (combattente per la libertà) di un tipo unico. Lasciava la sua casa a Jabalia o nel quartiere di Zeitoun, salutando i suoi figli con la certezza di chi non tornerà, ben sapendo che l’ambulanza che guidava era un bersaglio mobile. Questi uomini hanno vissuto la guerra con tutti i loro sensi; hanno sentito l’odore della morte in ogni vicolo di Shuja’iyya, hanno toccato con le loro mani corpi che pochi secondi prima pulsavano di progetti e sogni, e hanno visto con i loro occhi ciò che le montagne non potevano sopportare di portare. Ora ci si chiede: come possono queste persone tornare ad essere “normali”? Come può un uomo che ha tirato fuori decine di bambini dalle macerie di Tal al-Hawa tornare a sedersi a tavola con i propri figli come se nulla fosse successo?
L’emorragia interna dell’anima
L’amara Truth è che per loro la guerra non è finita. Continua nei loro sogni e in ogni rumore improvviso che assomiglia a un’esplosione. Il paramedico a Gaza oggi soffre di quella che potremmo chiamare “emorragia interna dell’anima”. Ha visto il suo collega ucciso davanti ai suoi occhi mentre cercava di soccorrere un ferito; ha visto intere famiglie cancellate dal registro civile in pochi secondi. Queste scene non svaniscono con la partenza dell’aereo, ma si trasformano in cicatrici profonde e frastagliate. Vivono in uno stato di “continuo torpore”, in cui si vede un paramedico fissare il vuoto per lunghi intervalli, ricordando i volti che lo supplicavano di non lasciarli sotto le macerie a Khan Younis e altri volti che hanno esalato l’ultimo respiro stringendo il bordo del suo giubbotto. Questo peso emotivo non può essere descritto con semplici parole; è un senso di impotenza che si è trasformato in una montagna che grava pesantemente sul loro petto.
L’agonia della scelta impossibile
A Rafah, la città che era l’ultimo rifugio, i paramedici hanno lavorato sotto una pressione che va oltre la comprensione umana. Non si trattava solo del numero elevato di vittime, ma anche della loro natura. Come può un essere umano mantenere l’equilibrio psicologico mentre assiste agli effetti di armi letali su corpi giovani e delicati? Questi eroi a volte erano costretti a prendere decisioni strazianti di triage; decidevano chi aveva una possibilità di sopravvivere e chi doveva essere lasciato morire in pace perché le risorse erano insufficienti. Questa decisione, che alcuni definiscono amaramente “decisione divina”, è il coltello che ogni notte lacera le loro anime. Soffrono del senso di colpa del sopravvissuto, del senso di colpa dell’impotenza e del senso di colpa di essere ancora vivi mentre tanti di quelli che hanno cercato di salvare ora riposano sotto terra.
La sofferenza della Protezione Civile a Gaza va oltre la stanchezza fisica; è il trauma della “perdita ripetuta”. Mentre un pompiere cercava di spegnere un incendio a Rimal, gli giungeva la notizia che la sua casa a Nuseirat era stata colpita. Finisce il suo lavoro, si lava le mani dal sangue di estranei, solo per tornare e trovare il sangue dei suoi cari ad attenderlo. Questo tipo di trauma complesso rende il recupero quasi impossibile senza un intervento profondo. Oggi li vediamo per le strade: i loro volti sono pallidi, gli occhi infossati, portano con sé una stanchezza che il sonno non può cancellare. Mancano di “sicurezza psicologica”; per loro il mondo è un luogo insidioso e la morte può cadere dal cielo in qualsiasi momento, anche durante la “calma”.
Ciò che molti trascurano è che questi paramedici sono esseri umani, con le loro paure e una capacità di resistance limitata. Hanno superato questa capacità migliaia di volte durante la guerra. Si sono trasformati in macchine alimentate dall’adrenalina e dal dovere, ma quando la macchina si è fermata, è emerso il disastro psicologico. Il trauma post-bellico appare nei piccoli dettagli: nella paura del buio, nell’odio per l’odore della polvere, nell’incapacità di sopportare le urla dei bambini anche quando giocano. Vivono come estranei nella loro stessa società, sentendo che nessuno comprende veramente la portata dell’inferno a cui hanno assistito.
In ogni angolo di Gaza c’è la storia di un paramedico che è crollato lontano dalle telecamere. C’è un operatore della protezione civile che ha resistito per mesi, ma ora non riesce a smettere di piangere quando vede una bambola rotta per strada, perché gli ricorda un bambino che ha cercato di tirare fuori dalle macerie di Beit Lahia e non ci è riuscito. Questo sconvolgimento emotivo è il prezzo pesante che hanno pagato. Hanno dato tutto ciò che avevano; hanno esaurito i loro nervi e i loro cuori, e ora si ritrovano in un vuoto desolato. Il mondo applaude il loro coraggio, ma chi ripara le loro anime? Chi restituisce loro la capacità di dormire senza incubi?
Anche la loro fede nell’umanità globale è stata distrutta. Hanno visto il mondo stare a guardare mentre le squadre mediche venivano prese di mira e si sono sentiti traditi da ogni legge International che avrebbe dovuto proteggerli. Questo senso di isolamento e abbandono genera un profondo risentimento e una grave depressione. Sentono di aver combattuto contro i mulini a vento e che i loro sacrifici, nonostante la loro grandezza, non hanno cambiato nulla della crudeltà della situazione.
Oggi dobbiamo guardare a questi uomini non come rigide icone di pietra, ma come anime fragili che hanno bisogno di cure. Il paramedico che ha medicato le ferite di migliaia di persone ora ha bisogno di qualcuno che medichi le ferite del suo spirito. Il soccorritore civile che ha tirato fuori le persone dalle macerie ha bisogno di qualcuno che lo tiri fuori dalle macerie dei suoi ricordi. Soffrono di quello che è noto come disturbo da stress traumatico continuo, perché i fattori scatenanti a Gaza non sono completamente scomparsi; il blocco rimane, la distruzione è ancora davanti ai loro occhi e la minaccia incombe ancora all’orizzonte.
In definitiva, la storia dei paramedici e della protezione civile a Gaza è la più vera espressione della tragedia umana. Sono testimoni oculari che non possono parlare e vittime che rifiutano di recitare il ruolo di vittime. Vivono ora in uno spazio liminale tra ciò che era e ciò che è, cercando con tutte le loro forze di ricordare com’era la vita prima che la morte diventasse la loro professione quotidiana. I loro ricordi di Khan Younis, Bureij e Jabalia non sono solo nomi di città, ma una mappa dei loro dolori: per ogni bambino che non hanno avuto il tempo di salvare e ogni collega che li ha lasciati a metà strada. Hanno bisogno di una pace vera, una pace che inizi dall’interno e guarisca quelle profonde crepe nei muri delle loro anime, affinché un giorno possano dormire senza essere perseguitati dalle grida di aiuto che ancora echeggiano nelle loro orecchie.
PHOTO CREDITS: Palestine Red Crescent Society

