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Robert Suberi guarda il mare dalla prua della Handala, simbolo dei simboli della resistenza dei bambini palestinesi – oggi nave della Freedom Flotilla Coalition in rotta verso Gaza. Indossa una maglietta nera con una scritta bianca: “veterani del Vietnam contro la guerra”, la stessa che aveva un anno fa a Masafer Yatta – nella Cisgiordania occupata – dove lo incontrammo per la prima volta.

Ebreo palestinese di prima generazione, nato a Los Angeles nel 1948, da madre palestinese e padre yemenita, si definisce oggi un “ex sionista guarito”. Insieme ad altri 19 volontari, Robert è oggi venerdì 25 luglio al suo sesto giorno di navigazione verso Gaza per forzare il blocco navale imposto da Israele nell’enclave e portare aiuti umanitari a due milioni di persone, costrette a bere sale e acqua per sopravvivere. Sono decine, infatti, i palestinesi morti di a Gaza negli scorsi giorni a causa del divieto da parte di Israele di far entrare nella Striscia gli aiuti umanitari.

Perchè si trova oggi a bordo della Handala?

“Sono un ebreo palestinese nato a Los Angeles nel 1948. I miei genitori emigrarono nel 1938/39. Ho parenti in Israele e sono andato a trovarli molte volte a partire dal 1969. Solo nel 2019 ho visitato la Cisgiordania e ho visto come venivano trattati i palestinesi. Da allora sono stato coinvolto nella presenza protettiva a Masafer Yatta e nel 2023 ero a bordo della Handala, quando è salpata dal Nord della Norvegia in direzione di Oslo. Adesso stiamo per affrontare l’ultima tappa di questo viaggio e sento, come mai nella vita prima d’ora, di essere  nel posto giusto. Lavorare con altri attivisti che amo e ammiro per mostrare al mondo l’ingiustizia del nostro tempo, è più di quanto mi aspettassi in questa vita.

Qual è la Sua storia?
Sono nato a Los Angeles. Cresciuto nel sud della California, mi sono trasferito nel Midwest per frequentare la scuola di specializzazione.  Sono un veterano della guerra in  Vietnam  e circa dieci anni fa mi sono unito ai Veterans for Peace . Sono ebreo, vivo negli Stati Uniti, e ho la israeliana. Vengo da una di ebrei Mizrahi. Veniamo dallo Yemen, lo stile di vita in è culturalmente molto più vicino a me di quello con cui sono cresciuto. Mio padre veniva dallo Yemen, mia madre era nata a Gerusalemme nel 1910. E questo fa di me anche un palestinese. Mio padre è arrivato in Palestina a cinque anni, nel 1919, credo. Come i marocchini, anche gli yemeniti avevano sentito dire che la Palestina era la “terra del latte e del miele”.

Ma gli ebrei arabi volevano tornare indietro subito dopo il loro arrivo, perché li sistemarono nel deserto, in tende. Non avevano nulla. Li misero nelle aree di confine, non dentro le città ma intorno ad esse, per proteggerle.  La loro vita era dura. Così i miei genitori si sono trasferiti negli Stati Uniti nel 1938. Dieci anni prima della fondazione dello Stato di Israele, durante la rivolta araba, tra il 1936 e il 1939. Sul mio certificato di nascita c’è scritto: “Luogo di nascita della madre: Palestina”.

Quando è andato per la prima volta in Israele?
Ho visitato Israele molte volte nella mia vita. La prima volta avevo 22 anni ed ero in licenza dall’esercito: ero di stanza in Vietnam, e ci davano alcune settimane di riposo, le cosiddette R&R (Rest and Recuperation). Così, durante quel periodo, nel 1969 o 1970, sono venuto qui per la prima volta. Non avevo mai pensato ai palestinesi. Mai.

Ricordo che, durante quel primo viaggio, tornando negli Stati Uniti in aereo, mi sedetti accanto a una donna inglese. A un certo punto le dissi che stavo tornando da Israele. E lei rispose: “Sì, è un peccato quello che sta succedendo ai palestinesi”. In quel momento, il mio primo pensiero fu: “È un’antisemita. Perché si preoccupa dei palestinesi e non degli ebrei?” Quella fu la mia reazione. Ed è un esempio chiaro di quanto fossimo stati condizionati, quasi sottoposti a lavaggio del cervello, su come pensare a Israele e al rapporto tra ebrei e palestinesi.

Si definisce un “ex sionista guarito”, qual è stata la sua educazione?
Nella mia famiglia, il libro Exodus era una lettura obbligatoria. E considera che io non leggevo molti libri. Ammiravo chi lo faceva, ma io non riuscivo. Però quel libro l’ho letto. È stato l’unico libro che ho letto al liceo. Exodus, di Leon Uriun, è un racconto romanzato della storia di Israele. Quella era la mia idea di Israele. E poi c’era il campo estivo per bambini ebrei. Io adoravo il campo estivo. I ragazzi erano fantastici. Era un’organizzazione socialista-laborista, molto orientata a sinistra. Mi sembrava un posto dove imparare a vedere il mondo nel modo giusto, con una visione umanitaria. Tranne quando si parlava di Palestina. All’epoca non lo vedevo, ma oggi mi è chiarissimo.

A un certo punto ha fatto parte anche dell’esercito israeliano, giusto?
Sì, nel 2006. Poco dopo l’attacco di nel nord di Israele. Ero ancora molto pro-Israele, e ho pensato che fosse mio dovere dare una mano [una storia simile a quella che ci ha raccontato J.P.K.R., ndr]. Così sono andato in una base dell’ a sud di Haifa per tre settimane. Non facevamo granché. Vivevamo nella base, indossavamo le uniformi militari, era più una questione simbolica.

A ripensarci oggi, mi ricorda molto il programma Birthright — quello dove portano i giovani in Israele per “innamorarsi” del Paese. Solo che questo era per adulti. Il programma si chiamava Sar-El, volontari per Israele. Vivevamo in camerata e avevamo l’impressione di “servire” il Paese. Le persone erano per la maggior parte di destra, molto nazionaliste, e – sì – molto razziste. Non tutte, ma la maggior parte sì. Non avevo nulla in comune con loro. Alla sera, nelle camerate, finivamo spesso a discutere di politica: , Centro America, Medio Oriente… E verso la fine di quel periodo, mi sono chiesto: “Che ci faccio qui?”.

Non avevo nulla in comune con quella gente, mi sentivo fuori posto. Nonostante abbia famiglia in Israele, politicamente ho davvero poco in comune con loro. Così ho iniziato a leggere libri critici. Noam Chomsky, Norman Finkelstein, Ilan Pappé, Shlomo Sand e mi sono informato  su cosa sia accaduto davvero nella storia. Uno dei libri che più mi ha cambiato è: The Land of Two Peoples. È una raccolta di scritti di Martin Buber, curata da un amico accademico di mia sorella che insegna all’Università Ebraica. È stato il primo libro che ho letto su questo tema. Parla del interno al sionismo. Buber visse quell’epoca, i primi del Novecento, e non era d’accordo con la direzione coloniale del sionismo. C’erano sionisti liberali che si opponevano a chi voleva colonizzare la terra, usando le risorse degli USA e soprattutto del Regno Unito. Questo movimento cominciò molto prima dell’Olocausto.

L’Olocausto è stato quasi un dono di Dio per il colonialismo israeliano. Insomma, odio metterla su questo piano, ma è stato molto simile a quello che è successo il 7 ottobre. Per questo governo di destra, il 7 ottobre è stato un dono, perché gli ha permesso di fare quello che volevano.

Cosa è successo dopo quella fase di letture e riflessioni?
Non ho aderito subito a gruppi antisionisti. Non ero neanche particolarmente attivo politicamente. Ma ho iniziato a politicizzarmi vedendo cosa succedeva in Centro e Sud America: Nicaragua, Venezuela, Guatemala, Cile, Argentina. Poi ho partecipato a una delegazione sulla sovranità alimentare in Venezuela, e a un progetto di costruzione di case in Nicaragua. A un certo punto ho pensato: “Cavolo, tutto questo succede anche in Medio Oriente, dove ho famiglia. È ora di capire davvero”. Nel 2019 ho scoperto il Center for Jewish Nonviolence. Mi ha colpito perché le loro missioni in Cisgiordania ruotano attorno a un’azione concreta. Così ho partecipato. Quell’esperienza ha avuto un impatto profondissimo su di me.

Qual è stata la Sua prima volta in Cisgiordania?
Fu con il programma pilota Hinenu, che in ebraico significa “Siamo qui”. Abbiamo vissuto in un villaggio per tre mesi. Lì ho iniziato a capire i meccanismi concreti del furto di terra: rendere la vita impossibile ai palestinesi finché non se ne vanno. E se non se ne vanno, li cacciano, li uccidono, chiudono l’acqua, strangolano l’economia.

Soprattutto dopo il 7 ottobre, questa strategia si è intensificata. In Area C, ad esempio, chi vive lì dipende dalle città per cibo e attrezzi. Ma gli israeliani hanno chiuso tutte le strade d’accesso alle città, tranne una. E quella la chiudono quando vogliono. Dal 2019 vengo qui ogni anno per uno, due, anche tre mesi. Vivo con le persone. E poi torno negli Stati Uniti. I palestinesi però non possono andare via e resistono da anni per rivendicare il loro diritto su quella terra nonostante le minacce, le botte, le aggressioni dei coloni e dell’esercito. Io torno a casa. Loro restano.

Com’è cambiata la situazione in Cisgiordania dal ?
La gente mi chiede com’è cambiata la situazione, ma non è cambiata: è solo peggiorata. Ho parlato della chiusura delle città, e non mi riferisco solo a Yatta, ma anche a Hebron, a Ramallah. Ho amici a Ramallah, e entrare e uscire da lì è un’odissea. La difficoltà  maggiore che ho riscontrato è lo strangolamento economico da parte di Israele.

Poi ci sono i problemi dei pastori. Quando ho iniziato a venire qui, il pascolo era difficile per via della dei coloni, ma era comunque una fonte di reddito. Ora non lo è più. I prezzi sono aumentati tantissimo. Molti hanno venduto le pecore, altri comprano mangime, ma se devi comprare il mangime non riesci più a guadagnare nulla. Al massimo ottieni carne, latte o formaggio per uso familiare. Non è più sostenibile allevare bestiame nella zona C.

Ovviamente l’intento è rendere la vita così difficile che la gente è costretta a tornare in città, a dipendere da Israele per lavorare. Così si crea una forza lavoro di fatto schiava, confinata in cantoni o bantustan. E poi c’è il costante monito della situazione di Gaza: “guardate cosa può succedere”. È difficile non pensare a quello che è successo nel 1948, a Deir Yassin. Anche lì l’obiettivo era terrorizzare i palestinesi per farli andare via. È lo stesso meccanismo, ma portato a un livello più brutale. A gennaio 2024 è stata la prima volta che, lasciando questo posto, ho pensato: “non so se quando tornerò, questo villaggio esisterà ancora”. Non l’avevo mai pensato prima, nemmeno durante la mia ultima visita. Ma adesso sì. Ora penso: “Non ci saranno più”. Li stanno cancellando, e non c’è niente che si possa fare, data l’impunità totale di cui godono gli israeliani.

Cosa rappresenta per Lei oggi questa missione?
Ho una voce come veterano per parlare contro le guerre o lo sfruttamento. E ho una voce come ebreo. E quindi, negli anni che mi restano, voglio usarla per urlare che Israele non rappresenta l’ebraismo, non lo rappresentava nel secolo scorso e non lo rappresenta oggi. Per questo sono a bordo di Handala per dire: Non nel mio nome!

Author

  • Lidia Ginestra Giuffrida

    Giornalista freelance, si occupa di guerre e delle conseguenze delle guerre: dalle migrazioni alle diaspore contemporanee. Ha lavorato sul campo in diverse zone di conflitto dalla Palestina a Israele, alla Siria fino all'Ucraina. Lavora per testate italiane ed estere tra cui Al Jazeera English, New Lines Magazine, L'Espresso, Fanpage.it, il manifesto e altre.

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