Thursday 02/07/2026, 17:20
Logo Criticism

Follow Kritica on Google

Add Kritica to your favourite sources.

Follow

(Articolo in corso di aggiornamento). La scorsa settimana, sui affiliati alla magistratura iraniana è apparso un breve articolo: “Un noto attore cinematografico è stato arrestato con l’accusa di stupro”. Nessun nome, nessun dettaglio, solo la notizia che il caso era “sotto indagine”. Poche ore dopo, i social media iraniani erano pieni di ipotesi; praticamente tutti sapevano di chi si trattasse, ma i media nazionali non erano ancora autorizzati a pubblicare il nome: quello di Pejman Jamshidi, 48 anni, ex calciatore e uno degli attori più noti in . Quel lasso di tempo di poche ore tra la nota ufficiale e l’esplosione delle voci online ha dimostrato, ancora una volta, in che modo lo Stato iraniano gestisce i casi di sessuale: prima copre, poi restringe il controllo e, se necessario, chiude i media esercitando la di Stato.

Pochi giorni dopo l’articolo, un giornale riformista di ha pubblicato una lunga intervista alla vittima, una giovane donna che ha dichiarato di essere interessata alla recitazione e che, per questo motivo, aveva accettato l’invito dell’attore a parlare di lavoro. Ma, ha detto, lui l’ha messa in condizione di non potersi difendere e l’ha violentata. Ha aggiunto che l’ufficio medico-legale dello Stato aveva confermato l’aggressione quella stessa notte. Nel giro di poche ore, il sito web del giornale è stato bloccato per ordine delle autorità giudiziarie. Le quali non hanno fornito alcuna spiegazione formale, ma i media vicini alle istituzioni di sicurezza hanno iniziato ad attaccare: perché era stata pubblicata questa intervista? Perché era stata pubblicata contemporaneamente a un altro caso, un caso di “sicurezza” che riguardava il velo obbligatorio? Il sottotesto era molto chiaro: qualsiasi testata che dia voce a una vittima sarà punita.

L’informazione punita

Molto rapidamente, hanno motivato il blocco del giornale non “perché aveva pubblicato l’intervista”, ma perché aveva utilizzato la foto di una donna con l’hijab nell’articolo. In questo modo, hanno riportato la questione dell’hijab al centro dell’attenzione, insinuando: la colpa è della vittima. Con una reazione molto dura, un noto conduttore della TV di Stato ha scritto sui social media un post cui attaccava il giornale per aver utilizzato l’immagine di una donna con l’hijab, insinuando che la violenza sessuale possa colpire solo donne che non lo indossano o lo indossano in un modo scorretto: “Sporchi bastardi! Le donne che indossano l’hijab non sono a vostra disposizione, per usarne l’immagine come volete. Proprio come il #MeToo era una roba vostra, anche questa è una roba vostra. Risolvete la questione tra di voi!”. Il suo intento era chiaro: insinuare che la vittima fosse una poco di buono, perché una donna che rispetta i costumi non si sarebbe mai potuta trovare in una simile situazione.

La copertina del giornale bloccato dalla censura di Stato per aver intervistato una vittima di violenza sessuale (non si tratta della donna in copertina)

Nel frattempo, la magistratura continuava a dire che il sospettato era in custodia, ma ben presto sono circolate voci secondo cui era stato rilasciato su cauzione e aveva persino lasciato temporaneamente il Paese, laddove a decine di manifestanti, sopravvissuti alla tortura e soprattutto a tante donne protagoniste delle proteste “Donna, Vita, Libertà” è stato finora vietato di lasciare il Paese: alcune di loro, anche con gravi lesioni agli occhi causate da fucili a pallini, sono riuscite a malapena a ottenere il permesso di viaggiare per curarsi. Questa discrepanza non ha fatto altro che alimentare rabbia e sospetti: se si tratta di un’indagine vera e propria, perché il sospettato è stato rilasciato così in fretta? E se l’accusa è infondata, perché un giornale viene punito? Questo tipo di contraddizioni si ripetono ogni volta in Iran e ogni volta la donna finisce per essere ancora più isolata.

Il meccanismo della censura e del controllo

Questo episodio è un buon esempio di come viene trattata la violenza sessuale in Iran: non seguendo la logica dell'”informare per proteggere le donne”, ma quella del “contenere il danno “. La struttura è solitamente questa:

Primo, la notizia proviene sempre da fonti non ufficiali. I tribunali, la polizia e i pubblici ministeri, a differenza dei casi di droga o di “hijab scorretto”, in cui nomi e foto vengono pubblicati immediatamente, nel momento in cui un caso di violenza sessuale coinvolge un uomo famoso o popolare diventano cauti. Dal loro punto di vista, si tratta di “proteggere la reputazione”, ma in pratica la prima cosa che scompare è il diritto delle donne di sapere. Se non si fa il nome e non si forniscono dettagli, le donne che lavorano con quella persona – o che potrebbero lavorare con lui – non hanno modo di proteggersi. Ecco perché la comunità online interviene e rivela il nome. In questo caso, la censura costringe sostanzialmente le donne a diventare informatrici.

Secondo, i media professionali rimangono intrappolati in un doppio vincolo. Il giornale riformista che ha intervistato la denunciante ha fatto esattamente ciò che una redazione seria dovrebbe fare: ha messo al centro la parte più debole, ha citato la perizia forense e ha descritto la pressione a cui erano sottoposte lei e sua madre (il rapporto diceva che i funzionari giudiziari avevano ripetutamente chiesto perché una giovane donna rispondesse alle chiamate di un uomo). Ma nel momento in cui lo ha fatto, il sito è stato chiuso. In Iran, nel momento in cui la violenza sessuale tocca un personaggio famoso, viene strappata al “ sociale” e spinta nella zona della “sicurezza e dell’ordine pubblico”. In quella zona non si applicano le normali regole del giornalismo, ma quelle del silenzio.

Terzo, lo scopo dell’intervento è quello di calmare l’opinione pubblica, non di chiarire la verità. Un breve arresto, poi la modifica delle condizioni di libertà provvisoria, poi il permesso di viaggiare: nulla di tutto ciò ci dice se lo stupro sia avvenuto o meno; ci dice solo che le autorità vogliono che l’ondata di indignazione si plachi. Per le donne, però, l’evento principale è stata l’intervista stessa: il momento in cui una donna si è seduta davanti a una telecamera e ha detto: “Questo è successo a me e stanno cercando di zittirmi”. Chiudere il canale di informazione in quel momento invia alle donne un segnale esattamente opposto: raccontare la propria storia può costare il posto di lavoro alle persone e mettere a tacere intere redazioni. In altre parole, parlare diventa più costoso che tacere.

Quarto, la versione ufficiale lascia la vittima nel vuoto. Anche nelle brevi dichiarazioni non si faceva menzione di servizi di protezione, consulenza o garanzie di sicurezza per la donna che ha presentato la denuncia. Tutta l’attenzione era concentrata sul fatto che “il caso è sotto indagine” e che “il nome del sospettato non sarà reso noto”. Nessuno ha detto se lei potesse portare avanti la sua denuncia senza pressioni da parte della o delle forze dell’ordine. Questo silenzio non è casuale. In Iran, affrontare lo stupro a livello legale è ancora legato a concetti come “onore”, “castità” e “ordine pubblico”, non a concetti come , sicurezza e diritto delle donne di lavorare e vivere. Ecco perché la vittima deve fornire spiegazioni eccessive per essere creduta, mentre l’imputato può nascondersi dietro il silenzio ufficiale. Questa asimmetria emerge in quasi tutti i rapporti indipendenti sulla violenza sessuale in Iran.

Quinto, la chiusura del giornale diventa la vera notizia. In questo caso, nel momento in cui il sito web del giornale è stato bloccato, tutti hanno capito che la storia della donna era “più pericolosa” dell’accusa contro l’uomo. Il sistema mediatico preferisce nascondere il racconto di una donna sulla violenza sessuale piuttosto che rischiare di esporre la posizione di un personaggio pubblico amato o delle istituzioni che lo sostengono. È proprio questo il motivo per cui molte donne iraniane smettono di sporgere denuncia: vedono che anche se parlano, a essere punita è la redazione, non l’uomo.

Un #MeToo all’orizzonte?

In un Paese in cui lo Stato trasmette ogni giorno immagini di donne senza velo per esporle al pubblico ludibrio e mostrare il proprio di repressione nei loro confronti, lo stesso Stato si ricorda improvvisamente di “proteggere la reputazione” quando si trova di fronte al racconto di uno stupro da parte di una donna e chiude i media. In altre parole, il corpo femminile attiene alla sfera del pubblico finché lo Stato vuole disciplinarlo; lo stesso corpo ritorna fra le mura del privato nel momento in cui vuole parlare di violenza.

Il finale di questa vicenda di cronaca non è ancora stato scritto. Il sospettato è libero e i giornali lo danno al sicuro in Canada; il caso è tecnicamente ancora in corso; la testata messa a tacere potrebbe tornare online, oppure no. Intanto, una seconda donna si è fatta avanti con la stessa accusa nei suoi confronti: sta prendendo vita un iniziale #MeToo anche in Iran. Una cosa è già chiara: la censura è parte integrante del modo in cui vengono gestiti i casi di violenza sessuale in Iran, e non è un caso. La censura impedisce alle donne di imparare le une dalle altre, di sapere come sporgere denuncia, di sostenersi a vicenda e di scoprire quali uomini hanno trasformato il loro status in abuso. E finché questo ciclo continuerà, ogni nuovo caso seguirà lo stesso copione: voci, fughe di notizie, pressioni, silenzio.


PHOTO CREDITS: Wikimedia Commons


Se hai apprezzato questo articolo, partecipa alla nostra campagna di sostegno, aiutaci a far vivere e crescere Kritica!

Author

  • Siyâvash Shahabi

    A writer and freelance journalist, he is a political refugee living in Athens, Greece. He writes regularly about Iran, the Middle East, violence at borders, and the plight of refugees in Greece and Europe.

Stay in touch

Get updates sent directly to your smartphone.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave A Reply