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Lo scorso 26 aprile è iniziata a Damasco, in Syria, la serie di processi pubblici contro gli ex ufficiali del regime deposto di Bashar al Assad nonché, in absentia, contro lo stesso dittatore e il fratello Maher, ex comandante di una divisione d’élite dell’esercito siriano.
Il primo processato è stato Atef Najeb, cugino di Bashar. Nella seconda udienza si è proclamato innocente e ha scaricato l’accusa di tortura dei bambini di Daraa sull’allora ufficiale Suheil Ramadan, mentre quella di repressione delle proteste popolari sull’ex generale Hisham Ikhtiyar. Intanto, l’accusa gli contesta gli arresti arbitrari, gli ordini di uccidere e torturare civili e i massacri della città di Daraa. Najeb, infatti, era capo delle Forze di Sicurezza politica a Daraa nel 2011, quando i bambini di una scuola vennero arrestati e torturati dopo che sui muri della stessa comparve la scritta “Il tuo turno è arrivato, Dottore”. Tra questi c’era anche Hamza al Khatib, tredicenne prelevato durante una manifestazione pacifica e il cui corpo venne riconsegnato alla famiglia evirato e torturato. Hamza divenne uno dei primissimi volti della rivoluzione siriana (lo racconta bene la giornalista, collaboratrice di Kritica Asmae Dachan nel suo libro “Siria, il giorno dopo, ndr).
Durante un incontro tra Najeb e i rappresentanti delle famiglie dei bambini rapiti, Najeb aveva detto: “Dimenticate i vostri figli. Se volete figli, fatene altri. Se non sapete come si fanno, portateci le vostre donne e ci penseremo noi”.
Nel tentativo di disinnescare le proteste, Najeb e Faisal Kalthoum, l’allora governatore di Daraa, vennero rimossi dall’incarico nella primavera del 2011. La verità è che Najeb veniva tollerato dal regime siriano solo per il fatto che suo zio era Hafez al Assad e che più volte, in passato, era stato allontanato da incarichi importanti a causa del suo comportamento arrogante e scellerato. Come nel 1992, quando fu licenziato dall’apparato segreto del regime o nel 2002, quando venne nuovamente allontanato da Kanaan, l’allora capo della direzione della sicurezza politica siriana. Nel 2008, come ripiego, venne nominato capo della sicurezza politica nel Governatorato di Daraa.
Durante un incontro tra Najeb e i rappresentanti delle famiglie dei bambini rapiti, Najeb aveva detto: “Dimenticate i vostri figli. Se volete figli, fatene altri. Se non sapete come si fanno, portateci le vostre donne e ci penseremo noi”.
Qui, come molti altri personaggi della famiglia degli Assad, Najeb creò il suo piccolo feudo da cui, attraverso estorsioni e repressioni, si arricchì a spese dei cittadini. Controllava infatti l’ingresso e l’uscita delle merci con la Giordania, tutte le infrastrutture, soprattutto quelle idriche fondamentali per un territorio agricolo come Daraa, chiese denaro a piccoli e grandi commercianti compresi uomini d’affari e, in caso di risposta negativa, si vendicava usando la folta rete di spie ed informatori che si era creato in tutto il Governatorato.
Prima del 2011, ovvero della rivoluzione, Najeb era già una figura famigerata, conosciuta per la sua dichiarazione “a Daraa, io sono Dio”. Ed oggi, a stento si crede che quell’uomo dall’aria di cane bastonato con la maglietta a righe e la mano che afferra la sbarra della cella del tribunale, quasi a volere chiedere la grazia, sia stato non solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un regime efferato come quello degli Assad ma anche una delle sue ruote di ingranaggio, in cui pochissimi detenevano il monopolio dell’economia del Paese usando metodi coercitivi e affiancando alla cleptocrazia altre attività illegali come il contrabbando di armi, bevande alcoliche e droghe, tra cui il captagon, per cui Maher al Assad era il re indiscusso.
Secondo l’Ufficiale del Ministro della Giustizia del nuovo Governo siriano, i prossimi ex-ufficiali ad essere processati saranno Wassim al Assad e Amjed Yousef.
Il primo, altro cugino di Bashar al Assad, era una figura prominente negli Shabiha (milizie paramilitari dedite alle criminalità formate negli anni Settanta) che, assieme a Maher, si occupava del commercio illegale del captagon. Amjed Yousef è stato invece sergente della Direzione dell’intelligence militare e responsabile del massacro di Tadamon, un quartiere di Damasco, in cui quasi 300 civili vennero fucilati in fosse comuni, ricoperti poi di pneumatici a cui venne dato fuoco e, dopo qualche giorno, nascosti con quintali di terra, come se nulla fosse mai successo.
Il suo nome è legato anche al rapimento, alla tortura e all’uccisione dei sei figli di Rania al Abbasi, dottoressa e campionessa di scacchi siriana che nel 2013 venne prelevata ed arrestata assieme al marito da un apparato del regime con l’accusa di avere aiutato delle famiglie sfollate di Homs. Per tredici lughi anni le loro sorti sono state incerte, fin quando pochi giorni fa, Hassan al Abbasi, fratello di Rania, ha annunciato che tutti i membri della famiglia sono deceduti sotto tortura nelle carceri del regime. Il figlio più piccolo aveva due anni, il più grande quattordici.
Proprio del primogenito è stato riconosciuto il volto torturato nelle foto riemerse dai Caesar Act, consegnate in Germania nel 2015 dal disertore “Caesar”.
Il caso di Rania al Abbasi sta avendo molta risonanza in Siria ed è tristemente emblematico per la possibile sorte di altri 150.000 civili ancora dispersi, di cui 3.700 casi documentati di bambini, alcuni parlano addirittura di 5000 minori.
I familiari delle persone scomparse chiedono giustizia e, per affrontare il dolore che, dalla caduta del regime, ha finalmente trovato uno spazio di condivisione ed ascolto, movimenti come “The Syrian Campaign” organizzano attività terapeutiche, tra le quali ritrovi, creazioni di origami e l’iniziativa “Fig Gardens”, che lo scorso anno ha visto la piantumazione di alberi da frutto dedicati ai dispersi niente meno che a Deir Mar Musa, il monastero riqualificato dal gesuita Padre Paolo dall’Oglio, scomparso lui stesso a Raqqa nel 2013, dopo essere stato sequestrato da brigate jihadiste vicine ad al Qaeda.
Il protagonismo delle associazioni e della società civile
A proposito di organizzazioni civili, sono molte le organizzazioni non governative per i diritti umani costituitesi per lavorare ad un progetto comune e democratico di giustizia transizionale: il Syria Justice and Accountability Centre, il Syria Center for Media and Freedom of Expression e il Syrian Center for Legal Studies and Research ne sono un esempio. Negli ultimi anni sono emerse anche diverse associazioni fondate dai familiari delle persone scomparse. Questi gruppi svolgono ruoli centrali nella ricerca della verità, nella memoria delle vittime e nell’intermediazione con le istituzioni. Tra esse figurano: Families for Freedom, Caesar Families Association e Association of Detainees and Missing Persons of Sednaya Prison.
Anche il nuovo Governo ha istituito un organo predisposto a curare il processo di giustizia transizionale: il National Commission for Transitional Justice. Quanto al tema delle persone scomparse, ha istituito il National Commission for Missing Persons. Alcune organizzazioni sono critiche su come questi due organismi stiano lavorando, contestano al Governo di al Sharaa il fatto che la giustizia transizionale non debba concentrarsi solo sui crimini commessi dal regime di Assad ma da tutti gli attori armati coinvolti, tra cui brigate di opposizione, gruppi jihadisti, forze curde e anche quelle straniere, come le brigate sciite afghane e pakistane, lo stesso IRCG iraniano ed Hezbollah. Il rischio potrebbe essere quello di incorrere in una “giustizia selettiva”; esperti in materia di giustizia transizionale si chiedono anche se l’epurazione completa e fulminea dei funzionari del regime di Assad non possa, in qualche modo, paralizzare le istituzioni. Sicuramente il caso di giustizia transizionale della Siria è tra i più difficili e complessi, perché non deve affrontare solo i crimini commessi dal regime deposto ma tenere conto anche del problema del terrorismo, delle sparizioni forzate e della ricostruzione dello Stato.
Perciò, in un quadro post-bellico in cui il nuovo Governo di Ahmed al Sharaa sta lavorando per costruire una Siria senza legame alcuno con il potere passato, riequilibrando gli assi diplomatici verso l’Occidente, la priorità della giustizia transizionale governativa è proprio proseguire con i processi e gli arresti, che sono molto frequenti. A fine aprile è stato imprigionato Adnan ‘Abdu Halwa, tra i principali responsabili del massacro di Ghouta in cui, nell’agosto 2013, 1730 civili hanno perso la vita a causa di un attacco chimico perpetrato dal regime di Assad. Da inizio giugno sono stati catturati altri nomi legati a famigerati massacri di civili: Sari Muayyad Makhlouf, tra i responsabili del massacro di al Bayda a Banyas dove il 2 maggio 2013 furono uccisi sommariamente 248 civili prelevati dalle proprie abitazioni, Mohammad Bassam Hassani, affiliato alla milizia filogovernativa al Tarmah, nonché ad Hezbollah, che avrebbe commesso crimini contro l’umanità nel deserto siriano, Suhaib Mahmoud Ibrahim, coinvolto nella mutilazione di civili poi occultati nelle campagne di Hama e Ghassan Asaf, sottoufficiale delle Tiger Forces e responsabile non solo di massacri di civili nel Governatorato di Aleppo ma anche di recenti attentati contro il nuovo governo.
Oltre il territorio siriano
Ma il tema degli arresti non si limita al solo territorio siriano; le autorità siriane, in un’apertura generale verso gli altri Paesi, hanno chiesto collaborazione all’Europa e anche al Libano, sebbene Hezbollah sia stato pieno sostenitore del regime di Assad. Ad inizio giugno il portavoce del Ministro degli interni siriano, Nour ed-Din al Baba, ha annunciato che le autorità siriane stanno preparando una lista di mille nomi di criminali che in questi anni hanno richiesto asilo in Europa, nascondendo il proprio passato criminale ed ottenendo ingiustamente protezione, a partire da quindici figure già individuate in Svezia. Quanto al Libano, lo scorso maggio, per la prima volta, Hezbollah ha concesso l’estradizione in Siria di un comandante di una brigata sciita coordinata dall’IRGC. Si tratta della Abu Dafel al Abbas, guidata da Maher Ajeeb Jazza e tra le principali forze sciite che hanno combattuto al fianco del regime siriano.
In un quadro in cui la giustizia transizionale sembra muoversi per ora in due direzioni parallele, quella governativa e quella civile, quest’ultima si mobilita, quindi, per ricordare alle autorità che il processo non si compie solo tramite gli arresti ma anche tramite le riforme istituzionali, le riparazioni, la giustizia e la verità. Il Governo, intanto, crede fermamente che, per guarire dai traumi passati, sia necessario l’arresto e il processo non solo di tutti gli ex funzionari ma soprattutto di Bashar al Assad e, a tal proposito, il Procuratore generale Hassan al Turba ha emesso a maggio una richiesta ufficiale alla Russia: estradare l’ex dittatore e consegnarlo al popolo siriano.
Se ciò dovesse mai avvenire, non implicherebbe automaticamente la ricostruzione di un nuovo apparato siriano democratico e giusto, però rappresenterebbe indubbiamente la fine di una parentesi traumatica ancora aperta che, in qualche modo, deve essere guarita.
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CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED AL RIFAI

