venerdì 12/06/2026, 19:00
Logo Kritica

Segui Kritica su Google

Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.

Segui

Lo scorso 26 aprile è iniziata a Damasco, in Siria, la serie di processi pubblici contro gli ex ufficiali del regime deposto di Bashar al Assad nonché, in absentia, contro lo stesso dittatore e il fratello Maher, ex comandante di una divisione d’élite dell’esercito siriano.   

Il primo processato è stato Atef Najeb, cugino di Bashar. Nella seconda udienza si è proclamato innocente e ha scaricato l’accusa di tortura dei bambini di Daraa sull’allora ufficiale Suheil Ramadan, mentre quella di repressione delle proteste popolari sull’ex generale Hisham Ikhtiyar. Intanto, l’accusa gli contesta gli arresti arbitrari, gli ordini di uccidere e torturare civili e i massacri della città di Daraa. Najeb, infatti, era capo delle Forze di Sicurezza politica a Daraa nel 2011, quando i bambini di una scuola vennero arrestati e torturati dopo che sui muri della stessa comparve la scritta “Il tuo turno è arrivato, Dottore”. Tra questi c’era anche Hamza al Khatib, tredicenne prelevato durante una manifestazione pacifica e il cui corpo venne riconsegnato alla famiglia evirato e torturato. Hamza divenne uno dei primissimi volti della rivoluzione siriana (lo racconta bene la giornalista, collaboratrice di Kritica Asmae Dachan nel suo libro “Siria, il giorno dopo, ndr).

Durante un incontro tra Najeb e i rappresentanti delle famiglie dei bambini rapiti, Najeb aveva detto: “Dimenticate i vostri figli. Se volete figli, fatene altri. Se non sapete come si fanno, portateci le vostre donne e ci penseremo noi”.

Nel tentativo di disinnescare le proteste, Najeb e Faisal Kalthoum, l’allora governatore di Daraa, vennero rimossi dall’incarico nella primavera del 2011. La verità è che Najeb veniva tollerato dal regime siriano solo per il fatto che suo zio era Hafez al Assad e che più volte, in passato, era stato allontanato da incarichi importanti a causa del suo comportamento arrogante e scellerato. Come nel 1992, quando fu licenziato dall’apparato segreto del regime o nel 2002, quando venne nuovamente allontanato da Kanaan, l’allora capo della direzione della sicurezza politica siriana. Nel 2008, come ripiego, venne nominato capo della sicurezza politica nel Governatorato di Daraa.

Durante un incontro tra Najeb e i rappresentanti delle famiglie dei bambini rapiti, Najeb aveva detto: “Dimenticate i vostri figli. Se volete figli, fatene altri. Se non sapete come si fanno, portateci le vostre donne e ci penseremo noi”.

Qui, come molti altri personaggi della famiglia degli Assad, Najeb creò il suo piccolo feudo da cui, attraverso estorsioni e repressioni, si arricchì a spese dei cittadini. Controllava infatti l’ingresso e l’uscita delle merci con la Giordania, tutte le infrastrutture, soprattutto quelle idriche fondamentali per un territorio agricolo come Daraa, chiese denaro a piccoli e grandi commercianti compresi uomini d’affari e, in caso di risposta negativa, si vendicava usando la folta rete di spie ed informatori che si era creato in tutto il Governatorato.

Prima del 2011, ovvero della rivoluzione, Najeb era già una figura famigerata, conosciuta per la sua dichiarazione “a Daraa, io sono Dio”. Ed oggi, a stento si crede che quell’uomo dall’aria di cane bastonato con la maglietta a righe e la mano che afferra la sbarra della cella del tribunale, quasi a volere chiedere la grazia, sia stato non solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un regime efferato come quello degli Assad ma anche una delle sue ruote di ingranaggio, in cui pochissimi detenevano il monopolio dell’economia del Paese usando metodi coercitivi e affiancando alla cleptocrazia altre attività illegali come il contrabbando di armi, bevande alcoliche e droghe, tra cui il captagon, per cui Maher al Assad era il re indiscusso.

Secondo l’Ufficiale del Ministro della Giustizia del nuovo Governo siriano, i prossimi ex-ufficiali ad essere processati saranno Wassim al Assad e Amjed Yousef.

Il primo, altro cugino di Bashar al Assad, era una figura prominente negli Shabiha (milizie paramilitari dedite alle criminalità formate negli anni Settanta) che, assieme a Maher, si occupava del commercio illegale del captagon. Amjed Yousef è stato invece sergente della Direzione dell’intelligence militare e responsabile del massacro di Tadamon, un quartiere di Damasco, in cui quasi 300 civili vennero fucilati in fosse comuni, ricoperti poi di pneumatici a cui venne dato fuoco e, dopo qualche giorno, nascosti con quintali di terra, come se nulla fosse mai successo.

Il suo nome è legato anche al rapimento, alla tortura e all’uccisione dei sei figli di Rania al Abbasi, dottoressa e campionessa di scacchi siriana che nel 2013 venne prelevata ed arrestata assieme al marito da un apparato del regime con l’accusa di avere aiutato delle famiglie sfollate di Homs. Per tredici lughi anni le loro sorti sono state incerte, fin quando pochi giorni fa, Hassan al Abbasi, fratello di Rania, ha annunciato che tutti i membri della famiglia sono deceduti sotto tortura nelle carceri del regime. Il figlio più piccolo aveva due anni, il più grande quattordici.

Proprio del primogenito è stato riconosciuto il volto torturato nelle foto riemerse dai Caesar Act, consegnate in Germania nel 2015 dal disertore “Caesar”.

Il caso di Rania al Abbasi sta avendo molta risonanza in Siria ed è tristemente emblematico per la possibile sorte di altri 150.000 civili ancora dispersi, di cui 3.700 casi documentati di bambini, alcuni parlano addirittura di 5000 minori.

I familiari delle persone scomparse chiedono giustizia e, per affrontare il dolore che, dalla caduta del regime, ha finalmente trovato uno spazio di condivisione ed ascolto, movimenti come “The Syrian Campaign” organizzano attività terapeutiche, tra le quali ritrovi, creazioni di origami e l’iniziativa “Fig Gardens”, che lo scorso anno ha visto la piantumazione di alberi da frutto dedicati ai dispersi niente meno che a Deir Mar Musa, il monastero riqualificato dal gesuita Padre Paolo dall’Oglio, scomparso lui stesso a Raqqa nel 2013, dopo essere stato sequestrato da brigate jihadiste vicine ad al Qaeda.

Dunque, in un quadro post-bellico in cui il nuovo Governo di Ahmed al Sharaa sta lavorando per ricostruire il Paese riequilibrando gli assi diplomatici verso l’Occidente, tra le priorità c’è anche l’arresto e la consegna alla giustizia di figure legate al regime di Assad colpevoli di avere commesso crimini contro l’umanità.

Sono sempre più frequenti, infatti, le notizie dei loro arresti. Da inizio giugno sono stati catturati: Sari Muayyad Makhlouf, tra i responsabili del massacro di al Bayda a Banyas dove il 2 maggio 2013 furono uccisi sommariamente 248 civili prelevati dalle proprie abitazioni, Mohammad Bassam Hassani, affiliato alla milizia filogovernativa al Tarmah, nonché ad Hezbollah, che avrebbe commesso crimini contro l’umanità nel deserto siriano, Suhaib Mahmoud Ibrahim, coinvolto nella mutilazione di civili poi occultati nelle campagne di Hama e Ghassan Asaf, sottoufficiale delle Tiger Forces e responsabile non solo di massacri di civili nel Governatorato di Aleppo ma anche di recenti attentati contro il nuovo governo.

Ma lo sforzo nel perseguire la giustizia non si limita al territorio siriano; le autorità siriane, in un’apertura generale verso gli altri Paesi, chiedono collaborazione all’Europa ed anche al Libano, sebbene Hezbollah sia stato pieno sostenitore del regime di Assad. Ad inizio giugno il portavoce del Ministro degli interni siriano, Nour ed-Din al Baba, ha annunciato che le autorità siriane stanno preparando una lista di mille nomi di criminali che in questi anni hanno richiesto asilo in Europa, nascondendo il proprio passato criminale ed ottenendo ingiustamente protezione, a partire da quindici figure già individuate in Svezia.

È chiaro che se anche tutti gli ufficiali delle forze militari e paramilitari di Assad dovessero essere arrestati, non verrebbe mai fatta piena giustizia se dovesse mancare all’appello proprio lui, Bashar al Assad.

Quanto al Libano, lo scorso maggio, per la prima volta, Hezbollah ha concesso l’estradizione in Siria di un comandante di una brigata sciita coordinata dall’IRGC. Si tratta della Abu Dafel al Abbas, guidata da Maher Ajeeb Jazza e tra le principali forze sciite che hanno combattuto al fianco del regime siriano. È chiaro che se anche tutti gli ufficiali delle forze militari e paramilitari di Assad dovessero essere arrestati, non verrebbe mai fatta piena giustizia se dovesse mancare all’appello proprio lui, Bashar al Assad. A tal proposito, il Procuratore generale Hassan al Turba ha emesso a maggio una richiesta ufficiale alla Russia: estradare il dittatore deposto e consegnarlo alla giustizia del suo popolo. Se ciò dovesse mai avvenire, per la Siria non significherebbe solamente guarire dagli eventi successi dal 2011 ma da un trauma intergenerazionale ereditato in decenni e decenni di violenze, soprusi ed ingiustizie iniziate dai tempi di Hafez al Assad.     


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) inserendo la fonte e citando il link all’inizio.

CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED AL RIFAI

Autore

  • Elena Calogiuri

    Laureata in lingua, letteratura e cultura araba con una tesi sulla letteratura moderna in Siria e Palestina. Dal 2013 si dedica alla Siria, pubblicando articoli di cronaca ed approfondimento su testate giornalistiche italiane. Dallo stesso anno inizia l’attività umanitaria, lavorando nell’ultimo decennio soprattutto con rifugiati siriani e palestinesi in Siria, Turchia, Grecia, Malta, Cipro ed Italia. Tra le associazioni con cui ha lavorato si annoverano Medici Senza Frontiere, EUAA ed UNRWA.

Resta in contatto

Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo smartphone.

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Leave A Reply