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Un cartello bianco. Tre parole stampate in nero. “I support Palestine Action”. Nel Regno Unito del 2026, possono bastare per essere arrestati. Il copione si è ripetuto decine di volte nelle strade di Londra e di altre città britanniche. Persone di ogni età, molte delle quali prive di qualsiasi precedente penale, hanno mostrato cartelli identici durante manifestazioni pacifiche, come espressione di dissenso verso il governo. Pochi minuti dopo sono state fermate dalla polizia, identificate e arrestate con l’accusa di aver espresso sostegno a un’organizzazione inserita nell’elenco dei gruppi terroristici.
È una decisione che risale al luglio 2025, quando il governo britannico ha vietato Palestine Action ricorrendo al Terrorism Act 2000. Per la prima volta nella storia del Regno Unito una realtà nata per condurre azioni ostruzionistiche contro aziende afferenti all’industria bellica è stata proscritta in base a una normativa concepita per contrastare il terrorismo. Il provvedimento è stato emesso dopo l’irruzione di alcuni attivisti nella base della Royal Air Force di Brize Norton, dove furono danneggiati due velivoli militari destinati al rifornimento in volo. Secondo l’esecutivo, quell’episodio dimostrava che il gruppo rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale.
La scelta del governo ha definito un fronte giuridico destinato a estendersi ben oltre il destino di Palestine Action. La legislazione britannica, infatti, considera reato non soltanto l’appartenenza a un’organizzazione proscritta, ma anche alcune forme di sostegno pubblico. È questo il presupposto che, nei mesi successivi, ha portato all’arresto di migliaia di persone durante sit-in e manifestazioni organizzate soprattutto dal movimento Defend Our Juries, nato per contestare l’applicazione della normativa antiterrorismo contro forme di protesta politica. Entro la data della sentenza della Court of Appeal del 15 giugno 2026, oltre 3.000 persone risultavano già arrestate a partire dall’entrata in vigore del bando, e più di 700 erano state incriminate ai sensi del Terrorism Act 2000 per le regole sulle organizzazioni proscritte (in particolare Section 11 e Section 12, che puniscono rispettivamente l’appartenenza e il sostegno a organizzazioni classificate come terroriste, ndr), con un numero di procedimenti anche per violazioni della Section 13 (che proibisce di esibire cartelli e immagini a sostegno delle suddette organizzazioni, ndr).
Quando nel giugno 2026 la Court of Appeal ha confermato il divieto, i giudici hanno anche riconosciuto che esso può produrre un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione, scoraggiando cittadini rispettosi della legge dal manifestare pubblicamente posizioni favorevoli alla causa palestinese per timore che vengano interpretate come sostegno a Palestine Action. Nel farlo, hanno ritenuto prevalente l’interesse della sicurezza nazionale, confermando la legittimità della proscrizione e ribaltando la precedente decisione dell’Alta Corte, che pochi mesi prima l’aveva giudicata incompatibile con i diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Pochi giorni prima, quattro attivisti di Palestine Action erano stati condannati per aver danneggiato uno stabilimento della società israeliana Elbit Systems. La giuria non li aveva giudicati colpevoli di terrorismo. Il giudice ha comunque riconosciuto un collegamento con finalità terroristiche, applicando un aggravamento della pena e imponendo ai condannati gli obblighi previsti per chi è coinvolto in reati connessi al terrorismo per i successivi quindici anni.
Oltre alle associazioni britanniche, anche organizzazioni internazionali hanno criticato questa sentenza. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha sostenuto che gli strumenti antiterrorismo dovrebbero essere riservati ad atti destinati a provocare morte, gravi lesioni o presa di ostaggi, esprimendo forte preoccupazione per l’estensione di quella normativa a un movimento di protesta. Amnesty International, Liberty, Human Rights Watch e Greenpeace hanno parlato di un utilizzo improprio della legislazione antiterrorismo e di possibili ricadute sulla libertà di espressione e sul diritto di manifestare.
La libertà di opinione è terrorismo, secondo il governo britannico
In Gran Bretagna, e non solo, ci si sta rendendo conto che tra l’arresto per un cartello, la proscrizione via Terrorism Act e il danneggiamento etichettato come terrorismo c’è il risultato di un percorso iniziato anni prima. Per comprenderne la portata occorre tornare indietro e osservare come, nel corso dell’ultimo ventennio, la parola terrorismo e gli strumenti ad essa collegati siano stati gradualmente estesi per coprire forme di dissenso sociale ben oltre il contrasto alle organizzazioni responsabili di attentati.
Nel 2000, il Parlamento britannico approvò il Terrorism Act, la legge che sarebbe diventata la colonna portante dell’intero sistema antiterrorismo del Regno Unito. Un anno più tardi arrivarono gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, seguiti il 7 luglio 2005 dalle esplosioni nella metropolitana e sugli autobus di Londra. In quel momento la minaccia era ben identificata e la risposta delle istituzioni si concentrò sul terrorismo di matrice jihadista.
Una lunga storia di securitarismo liberticida
Fu in quegli anni che fu introdotto CONTEST, il piano d’azione nazionale contro il terrorismo, suddiviso in quattro direttrici. Una di queste era Prevent, il programma pensato per impedire la radicalizzazione prima ancora che degenerasse in violenza. Col passare del tempo Prevent uscì dall’ambito strettamente investigativo. Scuole, università, ospedali, enti locali e numerosi servizi pubblici ricevettero il compito di individuare persone considerate vulnerabili alla radicalizzazione e di segnalarle alle autorità competenti. Migliaia di insegnanti, medici e dipendenti pubblici si trovarono così a svolgere anche una funzione di prevenzione antiterrorismo.
Fin dalla sua introduzione Prevent suscitò forti critiche. L’ONG Liberty ne ha chiesto più volte l’abolizione, sostenendo che il programma abbia favorito pratiche discriminatorie soprattutto nei confronti della comunità musulmana e abbia generato un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione nelle scuole e nelle università. Valutazioni simili sono arrivate da diversi relatori speciali delle Nazioni Unite e da numerosi studiosi britannici, secondo i quali il sistema ha finito per creare un’atmosfera di sospetto anziché rafforzare la sicurezza.
Negli anni successivi anche i soggetti finiti sotto l’attenzione delle politiche di sicurezza mutarono. Accanto ai gruppi jihadisti comparvero le organizzazioni dell’estrema destra. Poi arrivarono gli attivisti ambientalisti, sempre più spesso descritti dalle autorità come una minaccia per infrastrutture e servizi essenziali.
Il nemico è anche chi protegge la terra
L’estensione degli strumenti di sicurezza a forme di protesta lontane dal terrorismo iniziò a manifestarsi chiaramente durante le grandi mobilitazioni ambientaliste. Extinction Rebellion, Insulate Britain e, successivamente, Just Stop Oil portarono nelle piazze britanniche una stagione di disobbedienza civile caratterizzata da blocchi stradali, occupazioni, interruzioni del traffico e azioni dimostrative contro edifici pubblici, musei e grandi eventi. Le proteste provocarono forti disagi, ma riaprirono anche un confronto sul limite oltre il quale lo Stato può reprimere il diritto di manifestare.
La risposta arrivò con una serie di interventi legislativi che ampliarono i poteri delle forze dell’ordine. Il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, approvato nel 2022, autorizzò la polizia a imporre limiti più estesi alle manifestazioni pubbliche, introducendo criteri legati anche al rumore prodotto dai cortei e ai disagi arrecati alla popolazione. Il mancato rispetto delle condizioni imposte dagli agenti divenne facilmente perseguibile e aumentò la discrezionalità nell’intervento delle autorità.
Pochi mesi più tardi arrivò il Public Order Act 2023, nato soprattutto in risposta alle proteste di Just Stop Oil e Insulate Britain. La legge introdusse nuovi reati, tra cui il cosiddetto locking on, utilizzato per punire chi si lega a persone, oggetti o infrastrutture con l’obiettivo di ostacolarne il funzionamento. Vennero inoltre creati i Serious Disruption Prevention Orders, provvedimenti che consentono ai giudici di imporre restrizioni preventive anche dopo la conclusione di una protesta. Chi ne è destinatario può essere obbligato a indossare un dispositivo elettronico, sottoporsi a controlli, comunicare i propri spostamenti, subire limitazioni nell’utilizzo di internet o ricevere il divieto di partecipare a future manifestazioni.
Sono un insieme di nuovi strumenti che hanno spostato in avanti la linea del possibile nello schiacciare il dissenso. Il resto è venuto da sé.
La sicurezza nazionale e i nuovi poteri dello Stato
Nel giugno 2026, prima delle dimissioni del Primo ministro, il governo guidato da Keir Starmer ha presentato alla Camera dei Comuni il National Security (State Threats) Bill, chiamato a creare un nuovo sistema per contrastare organizzazioni ritenute collegate a governi stranieri. La proposta affida al ministro dell’Interno il potere di designare un gruppo come minaccia alla sicurezza dello Stato. Da quel momento entrerebbe in vigore un insieme di nuovi reati che, per struttura e conseguenze, richiama da vicino il regime già previsto per le organizzazioni terroristiche.
Il testo prevede fino a quattordici anni di reclusione per chi sostiene un’organizzazione designata, le fornisce assistenza o riceve benefici materiali provenienti da essa. Proprio quest’ultima definizione è tra gli aspetti più discussi dell’intero provvedimento. Il concetto di beneficio materiale comprende infatti denaro, beni, servizi e perfino informazioni. La legge considera penalmente rilevante anche l’accettazione o la semplice disponibilità a ricevere quel materiale quando una persona sa, o dovrebbe ragionevolmente sapere, che proviene da un’organizzazione designata.
È questo l’aspetto che ha provocato le reazioni più dure da parte di numerosi critici: Article 19, Index on Censorship, la National Union of Journalists, la Society of Editors e la rete Bond hanno avvertito che l’attuale formulazione potrebbe coinvolgere attività pienamente legittime. Un giornalista che riceve documenti da una fonte appartenente a un’organizzazione designata, un ricercatore che raccoglie testimonianze o un operatore umanitario costretto a dialogare con interlocutori locali potrebbero incorrere in conseguenze penali semplicemente per aver ottenuto informazioni nell’ambito del proprio lavoro. Le organizzazioni chiedono quindi che il Parlamento introduca una tutela esplicita per il giornalismo, la ricerca accademica e le attività umanitarie, evitando di affidare ogni valutazione alla discrezionalità dell’accusa o dei tribunali.
Il governo difende il provvedimento sostenendo che il Regno Unito dispone già di strumenti efficaci contro il terrorismo, ma non possiede un sistema equivalente per contrastare le organizzazioni che agiscono per conto di Stati stranieri. Lo scopo ufficiale è rafforzare la risposta contro reti riconducibili soprattutto a Iran, Russia e Cina, considerate responsabili di attività di spionaggio, intimidazione di dissidenti e interferenze politiche sul territorio britannico. Tra le ipotesi discusse figura anche la possibilità di designare gruppi sostenuti dall’Islamic Revolutionary Guard Corps iraniano, estendendo a queste organizzazioni un impianto sanzionatorio molto simile a quello previsto dal Terrorism Act.
Dopo la graduale estensione della normativa antiterrorismo, il Regno Unito si prepara così a introdurre un secondo sistema di designazione, fondato su criteri diversi ma caratterizzato da poteri altrettanto ampi. La posta in gioco riguarda soprattutto il conflitto fra la tutela della sicurezza e la protezione di attività fondamentali in una democrazia, dalla libertà di stampa al lavoro delle organizzazioni umanitarie, fino alla ricerca accademica.
Nel frattempo Keir Starmer ha lasciato Downing Street. Al suo posto è arrivato Andy Burnham, già sindaco della Greater Manchester e figura di spicco dell’ala più sociale del Partito Laburista. Negli ultimi mesi Burnham ha assunto posizioni più critiche verso Israele del predecessore: ha sostenuto maggiori pressioni sul governo israeliano, il divieto di commercio con gli insediamenti in Cisgiordania e ha dichiarato che le prove di possibili crimini di guerra a Gaza si rafforzano. Il grande interrogativo è se questo cambio di leadership avrà ripercussioni anche sulle politiche di sicurezza e sulle libertà civili di cui si parla in queste pagine. (continua)
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CREDITI FOTO: Defend our Juries

