Segui Kritica su Google
Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.
Alla fine, la bomba di Ceuta è esplosa di nuovo facendo ancora più male e più rumore delle altre volte. Più della “crisis de Mayo” del 2021 e più della strage di Melilla del giugno 2022: ormai possiamo purtroppo scriverlo anche se il bilancio di questa nuova tragedia è lontano dall’essere definitivo, nel momento in cui i corpi recuperati senza vita negli ultimi giorni sono ormai ben più di un centinaio. Non tutti ma in tanti l’avevamo vista arrivare, anche se non potevamo sapere quando ed esattamente in che forma sarebbe esplosa. Naturalmente l’avevano vista arrivare anche le autorità spagnole che oggi cascano dalle nuvole, dando risposte confuse su cosa è successo davvero mentre, sul campo, il risultato immediato sono nuove barriere e una sostanziale intesa bipartisan sulla necessità di modificare la “Ley de Extranjería”, in modo da avere una cornice giuridica entro la quale ricominciare, ogni volta che lo si ritenga utile e necessario, a fare respingimenti “a caldo” e senza procedure formali, in mare come in terra.
I segnali erano stati tanti e di vario genere. Sul terreno, era inevitabile osservare come l’antico fenomeno degli ingressi a Ceuta per mare, a nuoto, stesse acquistando sistematicità e numeri mai registrati prima mentre, sul piano della politica internazionale, c’era il plateale e rinnovato interesse di esponenti e settori neo-con statunitensi per alcuni dei territori che sono oggetto di rivendicazioni storiche in Marocco: in particolare il Sahara Occidentale, Ceuta e Melilla e, implicitamente, le “plazas de soberanía” spagnole. Queste non sono altro che una manciata di storiche piazzeforti militari e isolotti disabitati, disseminati lungo la costa settentrionale del continente africano, prospicienti o circondati dal Marocco. Una delle loro peculiarità è che si tratta di installazioni a uso esclusivo di Madrid, non condivise con gli alleati: l’allora ministro della Difesa, Federico Trillo, afferma che all’epoca dell’incidente di Perejil del 2002 – consistente nell’occupazione simbolica, da parte di militari del Marocco, di un isolotto deserto e conteso vicino a Ceuta – gli Stati Uniti suggerirono agli iberici di abbandonare tutti quei territori allo status di “terra di nessuno”.
Una volta anche Ceuta e Melilla, spagnole da molti secoli, erano considerate “plazas de soberanía” e amministrate da province situate sulla Spagna peninsulare; dal 1995 sono Città Autonome con un loro governo e parlamento al pari delle diciassette Comunità. Praticamente da inizio secolo, il presidente del governo di Ceuta è Juan Jesús Vivas, del Partito Popolare, che guida la città e il territorio per la settima volta consecutiva con un governo di minoranza, sostenuto soltanto da nove deputati su venticinque. Quella di Ceuta è oggi un’anomalia politica, nel contesto di una dinamica tra i due partiti della destra spagnola (Popolari e Vox) che in pochi mesi, anche in vista delle elezioni generali del 2027, ha portato le due formazioni ad accordarsi per dare vita a quattro governi di coalizione nelle Comunità in cui si è votato di recente: Estremadura, Aragona, Castiglia e León, Andalusia. Come a Melilla e in una decina di Comunità, nel 2027 a Ceuta si voterà, oltre che per le generali, per l’assemblea legislativa che eleggerà poi il capo del governo autonomo.
Anche l’estate del 2025 fu di grande subbuglio tanto che Vox Ceuta, a luglio, presentò al governo centrale di Madrid alcune domande scritte, una delle quali era tesa proprio a sapere se l’esecutivo avesse un piano per prevenire e fare fronte a un’eventuale replica di quanto avvenuto nel maggio del 2021. Sempre l’estate scorsa, si vissero concitati capitoli della controversa vicenda delle dogane commerciali di Ceuta e Melilla, la cui apertura nel primo caso e normalizzazione nel secondo furono promesse nel 2022, dal Marocco alla Spagna, in cambio dell’inversione di rotta di Pedro Sánchez sulla via maestra per la soluzione del conflitto, in Sahara Occidentale, tra il Fronte Polisario e l’occupante Marocco. Un altro elemento decisivo di questa tempesta perfetta è la grave crisi sociale che attraversa da anni il Paese maghrebino, mentre la figura che domina il contesto in cui si sviluppa questa storia si chiama Donald J. Trump.
L’accelerazione sul Sahara occidentale e la Crisi del maggio 2021
La crisi del maggio 2021, tecnicamente simile a quella attuale nei suoi primi giorni di svolgimento ovvero sino al collasso del sistema di giovedì 30 luglio, ricevette un’attenzione limitata da buona parte dei media e dell’opinione pubblica internazionale. Era in corso la pandemia di COVID e non c’era ancora stata l’invasione russa dell’Ucraina orientale: il pubblico, la politica e lo stesso sistema dell’informazione si interessavano di questioni internazionali, soprattutto se africane, molto meno di oggi. Inoltre, emersero in maniera marginale o furono del tutto ignorati, anche per la consueta omertà dei media sulle cose che riguardano il Makhzen, il contesto e le cause dirette dell’improvvisa decisione, da parte delle autorità marocchine di frontiera, di allentare platealmente la vigilanza lungo il confine con Ceuta permettendo così a circa 8000 persone di entrare in territorio spagnolo aggirando a nuoto lo “espigón” del Tarajal, un molo in pietra e cemento sormontato da reti metalliche che costituisce qui l’ultimo lembo orientale del confine di terra. A differenza di oggi, allora la gente arrivava anche da occidente approdando alla spiaggia di Benzú che è invece il punto più settentrionale nel territorio di Ceuta e che, da sud, guarda proprio in faccia Gibilterra. Anche allora, la notizia del corposo afflusso in poche ore di persone dal Marocco, delle quali moltissime di minore età, provocò qualche ripercussione a Melilla, dove in parecchi scavalcarono le alte recinzioni che marcano il confine tra i due regni.
Le cause dirette di quella decisione delle forze di sicurezza marocchine risiedevano in un incidente diplomatico e di intelligence con Madrid, dovuto al fatto che il segretario generale del Fronte Polisario e presidente della repubblica saharawi, Brahim Ghali, era in Spagna dalla metà di aprile per ragioni di salute. Il contesto è l’accelerazione sul Sahara Occidentale che aveva avuto il via pochi mesi prima, a fine 2020, durante gli ultimi mesi del primo mandato di Donald Trump, quando – in coincidenza con gli Accordi di Abramo e la normalizzazione tra Marocco e Israele – gli Stati Uniti garantirono a Rabat il loro pieno appoggio diplomatico alla rivendicazione della sovranità marocchina sull’ex-provincia spagnola, pendente di decolonizzazione e oggi occupata, per almeno tre quarti, dallo stesso Marocco. La diplomazia, la politica e i servizi segreti di Rabat si erano impegnati al massimo, negli anni ’10, nel cercare di fare passi avanti con la desiderata annessione anche formale del territorio, desertico ma ricco di risorse dal potenziale ancora in parte inespresso. Nel fatidico anno 2012, l’Unione Europea e il Marocco estesero e consolidarono la loro partnership economica, ampliando la liberalizzazione commerciale soprattutto nei settori agricolo, agroalimentare e ittico, e modificarono l’accordo di associazione esistente includendovi le risorse dei territori occupati in Sahara Occidentale. Quello fu l’inizio di molteplici contenziosi in sede giuridica tra le istituzioni europee – Commissione e Consiglio – e il Fronte Polisario che, nato come movimento di liberazione durante la fase finale della colonizzazione spagnola, è nelle sedi internazionali il rappresentante del popolo saharawi originario del Sahara Occidentale o Western Sahara. L’abbandono da parte di Madrid della provincia, formalmente assegnata alla Spagna con la Conferenza di Berlino del 1884-85, fu forzato nel novembre del 1975 dalla cosiddetta “Marcia Verde”, una colonizzazione civile e militare promossa dal re Hassan II e condotta oltre il confine con centinaia di migliaia di civili e decine di migliaia di militari in appoggio, nel contesto della profondissima crisi che paralizzava la Spagna durante l’agonia e nell’imminenza della morte di Francisco Franco, dopo quasi quarant’anni di dittatura e paralisi politica.
Quell’invasione spuria, civile e militare, fu determinante per i successivi eventi accelerando e orientando la decolonizzazione de facto della provincia sahariana dalla Spagna: pochi giorni dopo l’inizio della Marcia Verde, con il benestare di grandi potenze quali Stati Uniti e Francia, Madrid si sedette al tavolo con Marocco e Mauritania per firmare una spartizione tra i due Paesi confinanti con il Sahara Occidentale, i quali si sarebbero presi l’enorme territorio al netto di precisi privilegi di sfruttamento per l’ex-colonizzatore. L’Accordo di Madrid del 14 novembre 1975 fu poi dichiarato nullo per il diritto internazionale ma intanto Marocco e Mauritania invasero il Western Sahara da più lati: per gli autoctoni fu l’inizio dell’esilio, sotto il napalm verso i campi-profughi di Tindouf dove alcuni di loro e soprattutto i loro eredi ancora vivono, nel sud dell’Algeria. Pochi giorni dopo la firma, Francisco Franco morì. Tra il Polisario e i due Paesi invasori iniziò una guerra da cui la Mauritania si sfilò nel 1979, rinunciando formalmente a ogni pretesa. Proprio per questa dinamica di forzatura sul terreno delle decisioni da prendersi in sede diplomatica, in questi giorni della nuova crisi di Ceuta qualcuno ha evocato in diversi modi la Marcia Verde del 1975. Va però chiarito che non fu la Marcia Verde a determinare la partenza degli Spagnoli, anche se fu un riuscito tentativo di condizionarne e orientarne i tempi e i modi. Nel 1982 il primo presidente di un governo socialista dopo la transizione dal franchismo, Felipe González, adottò una posizione di “neutralità attiva” sul Sahara Occidentale, di cui la Spagna rimase e resta tuttora potenza amministratrice de iure, nonostante uno storico discorso pronunciato pochi anni prima, proprio tra le tende di Tindouf nel primo anniversario della Marcia Verde, con il quale assicurava ai Saharawi in esilio che il suo partito sarebbe stato con loro “sino alla vittoria finale”.
La strage Di Melilla nel 2022, la Nato, le dogane commerciali
Nel 2017, mentre in sede europea si accumulavano i contenziosi sulla legittimità dell’inclusione negli accordi commerciali dei prodotti del Western Sahara, il Marocco rientrò nell’Unione Africana con lo scopo dichiarato di spingerne fuori la RASD, ovvero la Repubblica Saharawi Araba e Democratica, facendo anche pressioni di ogni sorta su ogni singolo Stato del mondo che vi intrattenesse rapporti o la avesse, magari decenni prima, riconosciuta formalmente come entità statale. Rabat cercava apertamente sponsor o partner della reclamata “marocchinità” del Sahara Occidentale. Questa prepotente offensiva su più fronti – diplomatico, economico, di intelligence, di lobbying – ebbe un importante versante mediatico solo minimamente svelato dalle inchieste del cosiddetto “Qatargate” e culminò, a fine 2020, nella proclamazione da parte di Donald Trump del riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale (per Rabat, “Sahara marocchino” o “province del Sud”), nel contesto degli Accordi di Abramo e mentre le armi, in conseguenza del cosiddetto “incidente di Guerguerat”, ricominciavano a sparare mettendo fine a una tregua che reggeva dal 1991. Nel 2018, il Marocco chiuse apparentemente senza ragione la dogana commerciale di Melilla, l’altra Città Autonoma spagnola in Nord Africa, situata di fronte al golfo di Almeria con l’isola di Alborán quasi esattamente nel mezzo. Nel 2019, dopo averlo sospeso nel 2006, Rabat reintrodusse il servizio militare obbligatorio, di 12 mesi, per uomini e donne tra i 19 e i 25 anni.
A luglio del 2021, poche settimane dopo la crisi di maggio a Ceuta, Pedro Sánchez fece un rimpasto di governo e sostituì cinque ministri tra cui colei che era in prima fila nel confronto diplomatico con Rabat, Arancha González Laya. Il tema delle dogane commerciali di Ceuta e Melilla iniziò a pesare sempre più nel pacchetto di trattative tra il regno del Maghreb e quello iberico; nell’aprile del 2022, alla fine dell’onda della crisi del maggio 2021, una visita ad alto livello in Marocco mise fine agli screzi e sancì definitivamente un avanzamento nella partnership tra i due Stati oltre a una nuova posizione ufficiale della Spagna sul Sahara Occidentale, sottoscritta dal presidente del governo Sánchez e dal nuovo ministro degli Esteri, José Manuel Albares, anche se mai ratificata dal Congresso o dallo stesso esecutivo nella sua integralità. Quella visita fu infatti preceduta da una storica lettera di Pedro Sánchez al re Mohammed VI, figlio di Hassan II, in cui si affermava che la cosiddetta proposta marocchina di autonomia per il Western Sahara, invero un’annessione, era “la base più seria, realista e credibile” per risolvere il conflitto. Tra i molti snodi di quella visita del 2022, il Marocco garantì di impegnarsi per riaprire la dogana commerciale di Melilla, chiusa dal 2018, oltre che per crearne una a Ceuta. Nel linguaggio dei gesti diplomatici, questo sembrò significare implicitamente che Rabat rinunciava a qualsiasi reclamo di sovranità su Ceuta e Melilla. In effetti, il governo del Marocco la tirò il più possibile per le lunghe tenendo Madrid sulle spine ma oggi non afferma che le due città sono marocchine: questa rivendicazione è appannaggio di precise fazioni politiche o di personaggi folcloristici che, ogni tanto, minacciano di occupare aridi, ripidi scogli popolati da conigli e privi di qualsiasi importanza strategica. Nella realtà, le mancate promesse e gli infiniti problemi, poi emersi di fatto per le dogane di Ceuta e Melilla, sono diventati una leva su questioni per il momento più importanti quali, ad esempio, l’annessione del Sahara Occidentale che sembra essere ancora il vero prisma focale nella politica estera del Makhzen.
La strage di Melilla del giugno 2022 ebbe una dinamica meno evidente della crisi del maggio 2021; le letture dei fatti e di come si sono prodotti non sono univoche. Nel quadro del disgelo e della rivisitazione al rialzo della relazione con Madrid, forzata e orientata dalla crisi del 2021, le autorità marocchine presero sicuramente a usare il pugno di ferro rispetto alle situazioni che vedevano grosse concentrazioni di migranti di origine sub-sahariana accampati, in condizioni già estremamente precarie, nei boschi della provincia di Nador. Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, numerosi gruppi di persone violentemente sgomberate nei giorni precedenti alla strage si sono in qualche modo organizzati per forzare materialmente la “valla”, ovvero le alte recinzioni che separano Melilla dal Marocco. Il 24 giugno del 2022 si produsse un tentativo massivo, da parte di molte centinaia di migranti non marocchini, di forzare l’entrata al posto di frontiera del Barrio Chino. La violenta risposta delle forze dell’ordine marocchine e spagnole, anche in territorio spagnolo, si risolse con una vera mattanza di molte decine di persone della quale non avremo mai le esatte dimensioni e per la quale non è mai stato nemmeno investigato alcun potenziale colpevole, con l’eccezione di alcuni tra coloro che avevano tentato di fare breccia.
Come poche ore fa a Ceuta, il presidente del governo Sánchez, sposando la tesi marocchina, parlò di un vero e proprio assalto alle recinzioni pianificato da non meglio precisate “mafie di trafficanti di esseri umani”. Pochi giorni dopo, il 29 e 30 giugno, il capo della Moncloa ospitò un importante vertice NATO, il primo ordinario dopo l’invasione russa in Ucraina. Si elaborò e approvò un nuovo “Strategic Concept” che conteneva, su apparente iniziativa della Spagna, alcune righe che avrebbero rassicurato Madrid sull’efficacia dell’articolo 5 della NATO per Ceuta, Melilla e le “plazas de soberanía”, le quali ne sono sempre state ritenute escluse in virtù dell’articolo 6 che delimita il precedente su base geografica. Sull’eventuale efficacia di questa piccola operazione diplomatica non c’è unità di vedute: il governo spagnolo vantò la presenza nello “Strategic Concept” di un riferimento “a ogni centimetro del territorio alleato” come una garanzia del fatto che l’articolo 5 riguarda anche Ceuta, Melilla e le “plazas de soberanía”. Vieppiù alla luce dell’attuale momento internazionale, però, non c’è davvero una persona sana di mente sul pianeta che possa pensare che la NATO attiverebbe l’articolo 5 per un attacco, ad esempio, del Marocco a Ceuta o Melilla.
Neoprene e pallone, il mondo in guerra
Il 2023 e il 2024 passarono senza apparenti grossi scossoni con l’eccezione della questione delle dogane, sulla quale il Marocco continuò a promettere e non mantenere, e il ministro Albares continuò a sorridere ribadendo che il Marocco è un partner straordinario. I numeri e le cronache di Ceuta raccontano però di diversi episodi di scarsa stabilità del sistema, con alcune nottate estive che fecero registrare decine o centinaia di accessi irregolari a nuoto, mentre aumentava anche il numero delle vittime e si moltiplicavano gli appelli di famiglie marocchine che cercavano notizie del proprio ragazzo, partito per Ceuta con pinne e muta di neoprene. Intorno al 2025, la Spagna riduceva significativamente il numero ufficiale degli ingressi illegali totali ma non a Ceuta, il cui peso in percentuale si fece dunque maggiore. A metà del 2025, il dispositivo di soccorso spagnolo aveva già tirato su, a Ceuta, tanti corpi senza vita quanti in tutto l’anno precedente mentre anche il settore orientale del mare di Alborán, di fronte ad Almeria e a nord di Melilla, diventava un cimitero disseminato di “pateras” e di veloci imbarcazioni a più motori, le cosiddette narco-lance, che sempre più frequentemente si facevano vettore del traffico di uomini oltre che di derivati della cannabis.
Nel settembre del 2023, il Marocco fu colpito da un devastante terremoto che mise in luce gravi problemi strutturali nonostante i buoni conti economici; il regime si diede moltissimo da fare per silenziare le voci di critica che iniziarono ad alzarsi ma non ci riuscì sino in fondo. Sul piano internazionale, il Marocco dimostrava intanto una notevole autonomia strategica, preoccupante per l’asse USA-UK; le sue acque e i porti settentrionali divennero luogo di triangolazioni di idrocarburi ad agevolare la Russia, in piena febbre delle sanzioni, suscitando il fastidio del Regno Unito che a sua volta indispettiva Rabat per la mancata adesione al cosiddetto “autonomy plan” sul Sahara Occidentale. Con Londra, le cose cambiarono poi con l’arrivo di Keir Starmer e il grande passo sul Western Sahara fu fatto dal nuovo ministro degli Esteri, David Lammy, durante una visita a Rabat nel giugno 2025. Londra non riconobbe ovviamente la sovranità marocchina ma utilizzò le formule di rito che la diplomazia di Rabat proponeva sistematicamente da anni ai propri interlocutori, con la segnalazione di una apertura sostanziale al “piano di autonomia”. Si autorizzarono anche gli investimenti nel territorio occupato, indipendentemente dalla ormai cinquantennale disputa politica e militare, anche in previsione di una cooperazione tra i due Paesi in occasione della FIFA World Cup del 2030. Grazie al potentissimo Fouzi Lekjaa, vero boss del calcio marocchino e africano oltre che ricco imprenditore e ministro incaricato del Bilancio, il Marocco era riuscito infatti a unirsi alla cordata dei Mondiali di calcio con Spagna e Portogallo. In Marocco si vota per le elezioni legislative il 23 settembre 2026 e Lekjaa, proprio negli ultimi giorni di luglio, ha posto fine alla propria indipendenza in politica aderendo al Partito dell’Autenticità e della Modernità nella prospettiva abbastanza manifesta di conquistare il posto di capo dell’esecutivo, figura che viene scelta dal re e che deve provenire dal partito che ha preso più voti alle legislative. Il PAM forma l’attuale coalizione di governo con il partito del primo ministro Aziz Akhannouch, lo RNI, e i nazionalisti di Istiqlal che almeno formalmente non reclamano più un “Grande Marocco” che va da Melilla al Senegal, come al tempo dell’indipendenza, ma continuano a fare dell’espansione territoriale un motivo di forte propaganda politica.
L’amministrazione Biden fu caratterizzata per il Marocco da una relazione piuttosto fredda con Washington, ritenuta anch’essa troppo cauta sul Western Sahara e non abbastanza incline a spendere. Poche settimane dopo il terremoto nella provincia di Al Haouz, il 7 ottobre scoppiò il finimondo a Gaza e dintorni; la spietata invasione israeliana rese meno lineare del previsto la normalizzazione tra Rabat e Tel Aviv. Il governo del magnate Aziz Akhannouch rispose con una repressione anche dura e con l’oscuramento delle informazioni, cercando di convogliare la rabbia dei marocchini entro canali accettabili. Il Marocco conobbe poi, tra settembre e ottobre del 2025, la più ingente ondata di proteste giovanili dalle cosiddette “primavere arabe” dell’inizio degli anni ’10, che qui avevano significato molti arresti, qualche morto sul selciato e una nuova Costituzione che non cambiò sostanzialmente la centralità della Casa Reale in un Paese nel quale “le cose” sono ancora spesso materialmente del re e della sua cerchia di oligarchi, ai quali ogni marocchino finisce per dare soldi qualsiasi cosa faccia – dalla spesa al supermercato al pieno di carburante, passando per l’acquisto della casa, le vacanze o il biglietto per una partita di pallone.
Quei moti iniziarono da gruppi di studenti che chiedevano un sistema educativo migliore e più trasparente, oltre a protestare per una serie di tragici episodi che riguardavano puntuali, ripetuti fallimenti del sistema sanitario. In poche ore divennero un significativo movimento di popolo estremamente spontaneo. Si chiedevano, tra l’altro, meno stadi e più ospedali, oltre a maggiori e migliori opportunità di vita e lavoro in un ecosistema sociale meno corrotto e paternalista. Improvvisamente apparvero a decine i corrispondenti esteri e il mondo assistette a scene surreali di manifestanti prelevati e portati via, senza eccessiva violenza ma con consumata e ineluttabile precisione, letteralmente mentre stavano concedendo interviste o nei secondi immediatamente successivi. Il movimento fu associato alla “Generazione Z” su input dei suoi stessi portavoce e per loro stessa scelta: quel marchio contribuì probabilmente a portare la protesta sugli schermi di tutto il mondo ma preoccupò molto i palazzi del potere che risposero in maniera rapida e astuta. Dopo pochi giorni fu installato un dialogo fittizio con i rappresentanti del movimento, mentre alcune periferie si erano incendiate di una rivolta spontanea e distruttiva, scollegata ormai dalle piattaforme di richieste fatte al governo e repressa con il piombo dalle forze di sicurezza. Il dialogo della “Gen Z” con la politica non produsse molto altro che una serie di intenti mentre continuarono gli arresti e la repressione silenziosa, a spegnere infine lentamente e lontano dagli occhi del mondo quelle proteste che, per alcune ore, sembrarono potere far tremare la Casa Reale.
Il 2025 fu anche il primo anno del secondo mandato di Donald Trump che, insieme a Marco Rubio, diede presto segno di non aver messo da parte alcun dossier africano sostanziale e riprese di gran carriera il tema della Groenlandia, in una escalation mediatica che, a Madrid, non può non aver fatto pensare a Ceuta e Melilla. Le aspettative marocchine sul Sahara Occidentale non erano mai state così alte mentre, a inizio anno, le benedette dogane di Ceuta e Melilla non funzionavano ancora. Tra la fine dell’inverno e la primavera il Marocco abbozzò finalmente qualcosa, si annunciò l’apertura delle dogane commerciali e questo ravvivò l’interesse su Ceuta e Melilla. Ricominciò immediatamente l’iniziativa di un carsico “Comitato per la liberazione di Ceuta e Melilla” mentre qualche politico si sfogò tirando fuori dall’armadio le antiche rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Algeria. In Spagna, l’estate del 2025 fu segnata dall’improvvisa esplosione di violenza e odio a Torre-Pacheco, in provincia di Murcia, dove in seguito a un brutto ma banale fatto di cronaca si scatenò alla velocità del fulmine una specie di “caccia al marocchino” che riportò alla mente, per qualche giorno, i devastanti fatti di El Ejido nel febbraio del 2000; poi il caos rientrò avendo, fortunatamente, insufficiente terra sotto i piedi. Era stato pompato artificialmente dagli stessi soggetti che sono volati a Ceuta, nel fine settimana immediatamente successivo alla strage del 30 e 31 luglio, nella speranza di capitalizzare il disagio dei residenti ma venendo infine cacciati, in maniera non violenta ma ferma, da significativi gruppi di cittadini che sono spesso spagnoli di origine magrebina e religione islamica.
In Spagna, le diverse componenti di sinistra e gli stessi Saharawi hanno digerito molto male il cambio di rotta di Pedro Sánchez sul Sahara Occidentale e la questione genera ancora forte disagio: per spargere un po’ di sale sulle ferite dell’avversario, i Popolari invitarono al loro congresso nel luglio del 2025 il rappresentante in Spagna del Polisario, Abdullah Al-Arabi. Il Marocco intervenne con un comunicato che manifestava fastidio, mentre il governo spagnolo mostrava giorno dopo giorno sempre minore sensibilità sul tema della ex-colonia. Nel marzo del 2026, la popolare testata digitale Yabiladi, molto letta tra i marocchini della diaspora, dedicava un articolo alla situazione politica in Spagna in vista delle elezioni generali, spiegando perché per il Marocco era preferibile che vi fosse continuità con i tre esecutivi di Sánchez i quali avevano favorito un rapporto bilaterale estremamente proficuo per il Makhzen, con un esplicito riferimento alla storica lettera del 2022 in cui si menzionava il Western Sahara avvalorando la proposta dell’occupante. Avvicinandosi le elezioni, proprio a fine luglio il portavoce dei Popolari, Borja Sémper, ha risposto a una domanda sull’argomento precisando che “non si tratta di andare contro il Marocco” quanto di difendere il diritto internazionale e in questo caso il popolo saharawi. Il PP critica l’unilateralità e la mancanza di dibattito che hanno caratterizzato l’inversione a U di Sánchez ma lascia intendere che non saranno certamente i Popolari a fare le barricate per l’autodeterminazione dei Saharawi, abbassando perciò la temperatura tra il partito di calle Génova e il Marocco rispetto ai mesi precedenti.
Cronologia dell’ultima crisi
Nella primavera del 2026, la questione di Ceuta e Melilla in chiave geopolitica è tornata prepotentemente alla ribalta dopo alcune interviste, interventi e iniziative di esponenti di think-tank, ex-diplomatici, politici tradizionalmente considerati “falchi” della destra repubblicana statunitense. Michael Rubin ruppe forse per primo ogni tabù, accusando la Spagna di mantenere possedimenti coloniali in terra marocchina, durante una fase di ripetuti screzi diplomatici tra la Casa Bianca e la Moncloa. Donald Trump ha mostrato sin dal primo giorno di questo mandato di non avere troppo in simpatia Pedro Sánchez e ci sono stati frizzanti scambi verbali su questioni come la spesa militare in ambito NATO o la guerra di Israele e Stati Uniti in Iran. Quando la Spagna, come altri Paesi europei, provò a mettere qualche limite all’utilizzo delle basi americane e dei propri cieli per la guerra in West Asia, ai massimi livelli e dietro suggerimento di Lindsey Graham si arrivò a ipotizzare pubblicamente uno spostamento dalla Spagna delle installazioni militari di Rota e Morón de la Frontera. Almeno sinora, è prevalentemente teatro per i media: quelle stesse basi, a cominciare dalla Stazione Navale di Rota, non cessano mai di fornire un appoggio essenziale alla flotta operativa in Mediterraneo e anche nel settore occidentale dell’oceano Indiano, cioè nel mar Rosso e nel raggio d’azione della stessa operazione “Epic Fury” contro l’Iran. La ministra della Difesa, Margarita Robles, si è prodigata parecchio per separare gli scontri dialettici, sotto i riflettori dei social e dei briefing, dalla costante e crescente collaborazione sul terreno mentre da Rota hanno fatto sapere che, per loro, la chiusura della base USA sarebbe un disastro economico.
Intanto, sempre più giovani marocchini decidevano di mettersi una muta, comprare un paio di pinne e tentare di nuotare sino a Ceuta senz’altro ausilio che, per i più prudenti, quello di un salvagente spesso improvvisato. L’acqua dello Stretto si fa ogni anno più calda e nei primi mesi del 2026 gli arrivi a nuoto si sono moltiplicati, mentre è aumentato ovviamente anche il numero dei dispersi e dei cadaveri recuperati: almeno una cinquantina nei dodici mesi precedenti al climax di fine luglio. Si arriva così alla fase finale del crescendo che accende i riflettori della politica internazionale, con il suo pubblico ormai sterminato grazie ai social, sulla vecchia ma anche molto nuova questione di Ceuta.
Martedì, 28 luglio
La mattina di martedì 28 luglio il sistema di vigilanza, salvataggio e accoglienza è già sottoposto a una forte pressione e il quotidiano locale El Faro de Ceuta, citando fonti del dispositivo di frontiera, scrive che nella notte sono state tratte dall’acqua circa 400 persone dai soccorritori spagnoli e marocchini. La frequenza e la quantità di persone che arrivano a nuoto, spesso con grande difficoltà, iniziano già a fare temere una replica del maggio 2021 e la nottata è definita “una delle peggiori di sempre”. Nell’ultima settimana si sono ripescati dall’acqua almeno un migliaio di nuotatori, il CETI di Ceuta è affollato ben oltre la capienza e c’è un ormai cronico esubero di minori non accompagnati in relazione alle limitate potenzialità del dispositivo. Quello dei minori non accompagnati è uno dei temi più caldi nel confronto, a volte estremamente aspro, tra il Partito Popolare e Vox che vorrebbe in buona sostanza smantellare il sistema di garanzie a loro protezione, mentre su questo i Popolari hanno ritrosie. La questione provocò nel 2024 una rottura tra i due partiti che portò Santiago Abascal a ordinare ai suoi di abbandonare ogni accordo di governo locale con il Partito Popolare, quando quest’ultimo accettò la ripartizione tra diverse Comunità Autonome di circa 350 minori non accompagnati per alleggerire le strutture delle Canarie, dove quell’anno fu registrato l’arrivo di quasi 47000 persone dalla costa occidentale dell’Africa contro le circa 40000 dell’anno precedente, con un numero ritenuto molto elevato di minori non accompagnati: poco meno di 6000. Nella retorica di Vox, non mostrando abbastanza polso nel contrastare l’immigrazione illegale e le sue conseguenze, i Popolari sono dei “traditori” della Spagna come quelli del PSOE.
Martedì, la città di Ceuta è percorsa in gran numero da persone arrivate a nuoto pochi minuti prima, bagnate e ancora in muta di neoprene o costume da spiaggia, con l’aria spesso divertita anche se spaesata e a volte incredula. Sono quasi tutti scalzi o al massimo in ciabatte di plastica, parecchi hanno ancora con sé le pinne e qualcuno anche il salvagente. I soccorritori in mare racconteranno della difficoltà nel distinguere, in quei giorni e in quelle notti di nebbia e luna, le teste degli esseri umani dagli oggetti usati per restare a galla. Tra i nuotatori che aggirano il Tarajal all’alba di quel giorno, ci sono due ragazze molto giovani immortalate in muta di neoprene mentre muovono i primi passi, scalze per Ceuta, quasi stupite per avercela fatta. Il particolare di una di loro che la storia ricorderà come Farah, mentre con due dita fa il segno della vittoria sorridendo, fa il giro del mondo e mostra un’immagine in qualche modo anomala di quella che sembra ancora e solamente un’ennesima fuga dal Marocco, un po’ più corposa delle altre. Molti dei nuovi arrivati si rivolgono ai residenti chiedendo indicazioni per gli uffici di polizia o il CETI, il “Centro de Estancia Temporal para Inmigrantes” che, già pieno oltre il consentito, presto chiude le proprie porte mentre decine e centinaia di persone iniziano ad accamparsi nei suoi dintorni, dove si trova per lo meno un rubinetto di acqua corrente. A fine mattinata di martedì 28 luglio, è già chiaro che Ceuta sta iniziando ad affrontare la più complessa situazione di questo tipo dalla “crisis de Mayo” del 2021. Il vicepresidente del governo, Alejandro Ramírez Hurtado, parla ai media; il giorno precedente, lunedì, si è già tenuta una riunione appositamente convocata tra i vertici della Città Autonoma e la Delegazione del governo centrale. Il portavoce dell’esecutivo locale afferma di essere in contatto con i ministeri competenti a Madrid per chiedere una risposta “straordinaria e immediata” a quella che definisce una crisi “grave e preoccupante”.
Mercoledì, 29 luglio
Mercoledì 29, diverse centinaia di persone sono accampate fuori dal CETI. Presto si inizia a recuperare dall’acqua i primi corpi senza vita, mentre quattro cadaveri trasportati probabilmente dalle correnti appaiono in punti diversi lungo la costa occidentale di Malaga. Anche in Marocco si contano i primi morti e si segnalano gli scomparsi. Come già avvenuto in situazioni simili, secondo testimonianze dirette pubblicate dal Faro de Ceuta, sul lato marocchino le autorità caricano i giovani intercettati nel tentativo di passare a Ceuta su dei pullman, abbandonandoli poi a molte centinaia di chilometri di distanza. Nel pomeriggio di mercoledì le cose sembrano migliorare ma, con il calar della sera, il flusso di gente che nuota verso Ceuta aumenta anche rispetto alla notte precedente e le operazioni di soccorso si fanno sempre più complesse, caotiche e incessanti.
Giovedì, 30 luglio
Giovedì 30 luglio parla il presidente del governo autonomo, Juan Jesús Vivas. Riferisce di non essere riuscito a sentire direttamente Sánchez ma di avere comunicato con il suo gabinetto: vorrebbe uno stato di emergenza nazionale e un comando unico per la sua gestione. I principali sindacati, come le associazioni di polizia e di sanitari, chiedono aiuto. È nella mattinata di giovedì che il sistema collassa, apparentemente per la complessità della situazione affrontata sino a quel momento con un gran numero di recuperi in mare. Sul lato marocchino si sono formate file chilometriche di persone che attendono di varcare, non necessariamente a nuoto. Hanno camminato, come spesso in situazioni analoghe e precedenti, per lo più dalla spiaggia marocchina di Castillejos, ufficialmente Fnideq in arabo. Lentamente ma inesorabilmente, si dirigono a migliaia verso la punta estrema dello “espigón” del Tarajal per aggirarlo a nuoto o inerpicandosi in maniera casuale tra gli scogli. Sarà in situazioni di calca, tra le pietre del molo e le acque basse ma disseminate di rocce, che decine di persone perderanno la vita schiacciandosi a vicenda. Qualcuno inizia anche a scavalcare le reti e in breve tempo si forma una pericolosa ressa agli ingressi di terra del Tarajal, a poche decine di metri di distanza. Un telefono immortala una fuga di massa da un recinto nel quale la Guardia Civil sta concentrando decine e decine di persone fermate nel caotico sviluppo della situazione. A questo punto la folla non è più composta di giovani nuotatori e nuotatrici ma ci sono intere famiglie, donne, bambini.
Non senza concitate discussioni e disaccordi tra Guardia Civil e Policía Nacional, qualcuno decide di aprire i cancelli nel timore che si creino pericolosi “tappi” umani mentre migliaia di persone continuano a camminare da Castillejos verso il Tarajal, in una situazione ormai apparentemente e dichiaratamente al di fuori di ogni controllo. Le autorità marocchine tacciono e il re è impegnato nelle prime celebrazioni della Festa del Trono, per il ventisettesimo anniversario del suo regno; i due principali sindacati della Policía Nacional, SUP e Jupol, denunciano l’inazione assoluta dei colleghi marocchini e in particolare Jupol utilizza l’espressione “guerra ibrida” in relazione a quanto sta avvenendo. Nell’impossibilità di fermare la marea umana, la stessa Policía Nacional scende in strada per sgombrare la folla dalle sedi stradali e consentire almeno la circolazione dei veicoli. Nella giornata di giovedì il ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, fa sapere che non ci sono gli estremi giuridici per dichiarare lo stato di emergenza nazionale e annuncia una sua imminente visita a Ceuta. Il governo centrale decide di fare uscire dalle caserme reparti dell’esercito di stanza a Ceuta; è abbastanza chiaro fin da subito che, almeno inizialmente, i militari non hanno consegne molto precise e che quella del governo è una scelta volta a rassicurare l’opinione pubblica e sostenere in qualche modo il dispositivo di soccorso.
Nel pomeriggio di giovedì, la notizia del cedimento della frontiera di Ceuta al Tarajal fa il giro del mondo e inizia la partita politica intorno alla vicenda con le varie prese di posizione internazionali, mentre il conto dei corpi recuperati senza vita nelle ultime ore sale a dieci e poi oltre, e c’è in città qualche contenuto episodio di proteste contro il governo centrale. Tra i primi a farsi sentire sui fatti di Ceuta, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, pubblica su X un post menzognero che vincola quanto sta accadendo alla regolarizzazione straordinaria degli stranieri “sin papeles” che si sta concludendo in Spagna; l’omologo Albares replica in serata annunciando che ha convocato l’ambasciatore italiano per il giorno successivo. Mentre scende la notte tra giovedì e venerdì, arrivano da Melilla le prime notizie di incidenti sul versante marocchino del confine, a sud verso Beni Ensar: le forze dell’ordine stanno caricando e facendo uso di dispositivi antisommossa per disperdere e allontanare numerosi gruppi di giovani diretti alla barriera di confine con Melilla e le detonazioni sono udite chiaramente dai residenti del lato spagnolo. Nelle ore successive, Guardia Civil e Policía Nacional intervengono a rinforzare il presidio in alcuni punti critici della “valla” di terra mentre gruppi di persone arrivano, anche qui come a Ceuta, nuotando.
A poche manciate di chilometri di distanza da Ceuta, a M’diq sul lato opposto della “Moroccan Riviera”, Mohammed VI presiede nella giornata di giovedì un ricevimento per la Festa del Trono. Tra i presenti ci sono il capo della FIFA, Gianni Infantino, e diversi calciatori della nazionale di Rabat. Nelle stesse ore la giovane giocatrice di calcio Faten Ben Omar El Azizi, del Morocco Athletic di Tangeri, perde la vita nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto da Fnideq, mentre il principe ereditario Moulay El-Hassan viene visto sfrecciare sulle acque della baia con il suo motoscafo Lamborghini circondato da una ridda di moto d’acqua a scorta. Il divario tra le immagini e il loro significato è oggi fortissimo, stridente e indelebile. Quando a Madrid è ormai sera, Europa Press parla con la portavoce aggiunta della Casa Bianca, Anna Kelly, che attribuisce la responsabilità di quanto sta accadendo a Ceuta alle politiche “globaliste e di estrema sinistra” che facilitano la “immigrazione massiva”, avvertendo che la Spagna e altri Paesi rischiano di “scomparire” se non cambiano immediatamente direzione. Nella sua replica a Tajani, il ministro Albares afferma genericamente che “i fatti di oggi” sono “in relazione a una sentenza” e non alla recente regolarizzazione: si riferisce alla conferma, da parte del Tribunale Supremo il 29 giugno, di una sentenza emessa nel 2025 da una corte dell’Andalusia che aveva dato ragione a un cittadino algerino sentenziando che i respingimenti “a caldo” in mare, in assenza di una frontiera concreta a contenimento, non sono ammessi.
Venerdì, 31 luglio
Venerdì 31, nelle primissime ore della giornata la situazione si fa caotica a Melilla dove entrano centinaia di persone e altre sono bloccate in vari modi. La Policía Nacional usa proiettili di gomma al valico di Beni Ensar mentre a poche centinaia di metri ci sono gravi scontri tra giovani marocchini e i gendarmi di Rabat. A Ceuta la marea umana raggiunge il parossismo, con decine di migliaia di persone – circa 50000 secondo il governo – che mentre si alza il sole vagano senza una meta precisa per una città che ha meno di 90000 abitanti e dipende per quasi tutto dalla Spagna peninsulare. Nella mattinata di venerdì, il flusso inizia a invertirsi e in brevissimo tempo si forma un fiume di persone che se ne ritornano indietro verso il Marocco, mentre il numero di quelle in entrata diminuisce. A quanto emerge dalle testimonianze raccolte sul campo in tempo reale, coloro che avevano passato la frontiera in un modo nell’altro hanno trovato una città-fantasma: senza gente che non fossero i propri compagni d’avventura, senza negozi aperti, senza la possibilità di trovare nemmeno dell’acqua e senza sapere che fare, con una moltitudine accampata presso il CETI e con i servizi di soccorso ancora per lo più impegnati in mare a cercare di salvare vite o recuperare corpi. Alcuni danno l’impressione di non essere nemmeno arrivati con particolari aspettative, quasi si fosse trattato di una specie di rischiosa scampagnata “oltre il muro”, anche solo per vedere com’è o perché lo fanno tutti. Il rientro è rapido e regolare, a volte accompagnato dai militari senza tensioni osservabili, mentre si inizia a ripristinare il dispositivo standard e porre un ostacolo, anche se morbido, a eventuali nuovi ingressi. Per molti versi, la dinamica non è differente da quella della crisi del maggio 2021, anche se con proporzioni differenti.
Venerdì arriva e parla il presidente del governo, Pedro Sánchez, che tratta l’accaduto come se fosse un evento sorprendente e ne attribuisce la responsabilità a presunte mafie che si occupano della tratta di esseri umani, le quali – attraverso i social media – avrebbero diffuso una falsa interpretazione della sentenza del Supremo che sarebbe suonata come un invito a passare la frontiera. La poco consistente spiegazione delle “mafie” è la copia esatta delle insufficienti risposte sulla strage di Melilla nel 2022 ed è la stessa versione marocchina di allora e di oggi. Quel passaggio del briefing di Sánchez è stato debolissimo: nessuno gli ha creduto, si vedeva perfettamente che non ne era convinto nemmeno lui e la cosa non è stata bene accolta in Spagna. Quanto alla sentenza, anche alcuni sindacati delle forze dell’ordine avevano, sin dall’aggravarsi della crisi, puntato il dito contro le decisioni dei tribunali sui respingimenti a caldo in mare. Questo è un tema politico, perché si sottende che servirebbero modifiche della legge, la “Ley de Extranjería”, ed è un argomento su cui si mostra positivo lo stesso Sánchez proprio venerdì a Ceuta. Il presidente del governo annuncia anche che saranno presto poste in mare boe e reti, in modo da creare un confine tangibile e soddisfare così, nella sua interpretazione, le premesse dei tribunali che avevano invalidato il respingimento in mare senza una barriera fisica di contenimento.
Oltre alla lettura soggettiva e discutibile secondo cui la sentenza avrebbe generato un “effetto-chiamata”, c’è poi la questione della “lettura sbagliata della sentenza fatta circolare in rete”. Posto che la cosa non c’entra nulla, in assenza di evidenze, con le mafie che regolano il traffico di migranti attraverso lo Stretto, è in effetti probabile che qualcuno abbia distorto la notizia di quella sentenza sino a generare un passaparola che ha portato decine di migliaia di persone a muoversi in massa sulla base di qualche aspettativa. Questo “qualcuno” può corrispondere a uno o più soggetti e la distorsione può essere avvenuta con precise intenzioni, oppure no, o in maniera solo in parte casuale e involontaria. Il socio di governo del PSOE, Sumar, affida intanto la propria posizione a un comunicato che accusa direttamente la “dittatura” del Marocco per la morte di decine di persone.
Sabato, 1° agosto
Sabato primo agosto, la situazione continua gradualmente a stabilizzarsi mentre peggiora il tragico bilancio delle vittime. A Melilla, la chiusura da parte delle autorità spagnole del valico di frontiera di Beni Ensar inizia a provocare enormi disagi e si crea un ammasso di centinaia di persone e mezzi arrivati in traghetto dall’Andalusia, durante il loro viaggio verso il Marocco per le vacanze estive. Sono quelli della OPE, la “Operación Paso del Estrecho” (in arabo “Marhaba” che significa “benvenuti”), colossale spostamento annuale dei marocchini espatriati che tornano a casa in estate e che riguarda ogni anno milioni di persone. Ogni anno, da metà giugno a metà settembre, un corposo dispositivo congiunto delle autorità marocchine e spagnole si fa carico di rendere più fluido il passaggio di così tanta gente attraverso l’imbuto dello Stretto.
A Ceuta, si inizia di prima mattina a stendere circa 500 metri di reti, boe e dispositivi galleggianti in corrispondenza del molo che separa i due lati, spagnolo e marocchino, del Tarajal. Sabato parla alla stampa il ministro dell’Interno, Grande-Marlaska, che con un buon margine di ottimismo afferma a un certo punto che le persone entrate nei giorni precedenti dal Marocco sono già praticamente tutte tornate a casa. Nel fine settimana, la nuova crisi a Ceuta diventa un caso internazionale. Ventidue Paesi dell’Unione Europea producono un documento che tra le altre cose mette in discussione il provvedimento spagnolo di regolarizzazione straordinaria, vincolandolo a eventi come quelli di Ceuta e creando un grave precedente politico in seno all’Unione. A non sottoscrivere l’iniziativa, sostenuta da Danimarca e Italia, sono Francia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Spagna. Il presidente del governo di Ceuta, Juan Jesús Vivas, difende la convivenza ricordando che la crisi non è conclusa e che ci sono ancora migliaia di persone da prendere in carico: chiede di nuovo una risposta istituzionale urgente. Il movimento dell’ultra-destra Núcleo Nacional scende a Ceuta per una manifestazione razzista ed è respinto da una contro-manifestazione di cittadini, infine invitato ad andarsene dalle forze dell’ordine. Il presidente del governo centrale, Pedro Sánchez, può finalmente iniziare le sue vacanze a Lanzarote dalle quali è previsto che rientri intorno al 24 agosto. Il presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, invia al re del Marocco un messaggio in occasione della Festa del Trono, enfatizzando ancora una volta il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e dichiarando il proprio sostegno alla proposta marocchina di “autonomia” in quanto “unica base per una soluzione giusta e duratura”.
Domenica, 2 agosto
Domenica 2 agosto, il conto delle vittime mortali recuperate sul versante spagnolo supera la settantina. A Ceuta si creano improvvisati accampamenti sulle spiagge mentre l’esercito vigila e i “ceutíes” cercano di tornare alla vita. A Melilla viene sbloccato il “tappo” dei viaggiatori della OPE in attesa, la situazione si placa in mare e lungo le recinzioni di terra. Il leader di Vox, Santiago Abascal, arriva a Ceuta e si esprime con linguaggio durissimo verso tutti, compreso il re del Marocco che definisce pure “uno psicopatico” e proponendo tra l’altro la sospensione dell’accordo di associazione tra l’Unione Europea e Rabat. Per la prima volta dall’inizio della crisi, si esprime anche il ministero dell’Interno marocchino con un comunicato letto da un portavoce. Il governo riconosce lo sconfinamento massivo di circa 40000 persone a Ceuta e circa 1100 a Melilla, dichiarando di avere recuperato 11 persone senza vita di cui una a causa di una caduta e le altre annegate. Il comunicato incolpa dell’accaduto le stesse fantomatiche “mafie” di cui parla Sánchez, così come i social media, nel contesto della famosa sentenza del Tribunale Supremo spagnolo. A Ceuta, l’agitatore dell’estrema destra razzista e ultra-populista Vito Quiles subisce con i suoi la stessa sorte di Alvise Pérez il giorno precedente, venendo scacciato fermamente ma senza violenza da una contro-manifestazione di cittadini. La domenica si svolge una manifestazione anche a Madrid, con Pérez e affini, cui partecipa poco più di un migliaio di persone.
Ceuta 2.0: fuga dal Marocco o nuova “Marcia verde”?
A quasi una settimana dall’inizio della fase acuta, lunedì 3 agosto, il presidente della Città Autonoma di Ceuta, Vivas, stima in 3-5000 il numero delle persone appena arrivate e ancora sparpagliate per le strade o in procinto di insediarsi in qualche modo. Ci sono accampamenti improvvisati, raid dell’esercito e accompagnamenti in frontiera. Non manca qualche problema di ordine pubblico e la situazione è lontana dalla normalità; la città, dichiara Vivas con la consueta pacatezza, chiede davvero che si faccia qualcosa per evitare che determinati momenti non abbiano a ripetersi. Per la prima volta, parlando alla stampa sempre lunedì, la ministra della Difesa Margarita Robles apre una crepa nel monolitico muro di assoluzione che il governo di Madrid ha eretto da qualche anno intorno al Marocco, definito in queste ore da Sánchez un “alleato”. Facendo un significativo passo in più dei colleghi e del presidente dell’esecutivo, Robles chiede che Rabat vada fino in fondo nella ricerca della verità su quanto è accaduto e difende il lavoro dei vari corpi, compresi i servizi del CNI (Centro Nacional de Inteligencia) che sono sotto il suo comando. Nella mattinata di lunedì, la rete Cadena SER ha reso note presunte indiscrezioni anonime, provenienti proprio dal CNI, secondo le quali gli stessi servizi avevano avvisato più volte il ministero dell’Interno della situazione che si stava creando. Le conseguenze politiche di questa crisi – sia a livello dei due Paesi coinvolti, sia sul piano internazionale – hanno chiaramente appena iniziato a dispiegarsi. Molti portavoce israeliani, formali e informali, si sono mostrati compiaciuti per la tragedia e ne hanno approfittato per tracciare inconsistenti paragoni storico-geografici volti ad esporre il fatto che anche la Spagna, così sonora quando si tratta di difendere i diritti dei palestinesi, ha i suoi scheletri nell’armadio. Questa suona inevitabilmente come un rivendicazione ma non è detto che si fondi su una concreta partecipazione di Tel Aviv alla dinamica dei fatti.
In questi giorni, a Ceuta, si sono intersecate meccaniche diverse e le possibili letture sono infinite e talora oziose, faziose e intrise di autocompiacimento. Il mondo sembra essersi accorto di colpo che il Marocco utilizza determinate leve in maniera ricattatoria ma questo non deve fare trarre conclusioni affrettate, perché le cose da tenere in considerazione sono tante. Secondo alcuni analisti non ci sono grossi motivi per cui il Makhzen potesse voler fare un brutto scherzo a Sánchez, mentre altri sono e probabilmente resteranno convinti che si è trattato di una specie di manifestazione di forza e di un test in vista di azioni future. Va rilevato che l’immagine del Marocco e della stessa Casa Reale non si sta giovando dell’accaduto e questa crisi rischia di avere conseguenze importanti su una relazione, quella tra il governo spagnolo e Rabat, che in molti definivano e definiscono “una luna di miele”. Tra coloro che ritengono che si sia trattato di una deliberata manifestazione di forza da parte del Marocco, molti pensano che il Makhzen consideri ormai chiusa positivamente la partita del Sahara Occidentale e si stia preparando ora a una seria campagna per l’annessione di Ceuta e Melilla, nel contesto di un lento ma inesorabile passaggio di poteri da Mohammed VI, il cui stato di salute si sta rapidamente deteriorando, al giovane Moulay El-Hassan. Obiettivi minori e visibili di una possibile azione di ricatto, oltre al banale esborso economico da parte della Spagna o dell’Unione Europea, possono riguardare l’assegnazione della finale dei Mondiali di calcio del 2030 o la proposta di legge sulla cittadinanza spagnola ai Saharawi nati prima del 1977, sempre con il disgelo tra Madrid e Algeri sullo sfondo.
Un certo sviluppo degli eventi sembra decisamente essere stato favorito da un “intervento umano” ma molte ipotesi portano con sé contraddizioni e necessitano di essere validate con calma. Questo intervento umano può consistere in azioni o semplicemente in omissioni. Ovviamente il contesto internazionale può essere stato determinante e sia sul fronte marocchino, sia su quello spagnolo possono avere agito forze deviate rispetto alle strutture ufficiali. Per il momento, la bomba è esplosa più a livello della politica europea che sul piano delle relazioni tra Spagna e Marocco, anche se non possiamo prevedere cosa succederà domani. Sempre per il momento, è inutile e impossibile cercare di divinare sugli effetti o il reale significato delle dichiarazioni di Robles ma nel panorama spagnolo sono un elemento di novità da tenere in considerazione. Inoltre, da lunedì 3 agosto tutta la stampa spagnola riporta un retroscena poco simpatico delle ore centrali della crisi: venerdì 31, con una procedura inusuale e fulminea, la presidenza del governo ha sospeso la funzionaria del ministero dell’Interno, Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DSN), responsabile di avere per prima, attraverso un’allerta pubblicata sul sito del DSN, dato la misura degli eventi in corso di svolgimento. Martedì 4 agosto il ministro dell’Interno, Grande-Marlaska, parla di ben 72000 persone entrate a Ceuta in maniera incontrollata, circa 70000 delle quali già tornate in qualche modo in Marocco.
Durante questa tempesta, in molti ci siamo chiesti se stavamo assistendo a un’emergenza legata all’inevitabile fenomeno delle migrazioni o alla parte visibile di un intrigo internazionale. Le due cose non devono assolutamente escludersi tra loro e anzi, per comprendere davvero anche solo una delle facce di questa medaglia è necessario prendere atto dell’esistenza dell’altra, riconoscendone per lo meno i contorni.
Nella misura in cui episodi di questo genere sono guerra ibrida, ciò è possibile perché quotidianamente migliaia di persone cercano di raggiungere l’Europa. A Ceuta come altrove, la risposta europea consiste, sempre di più e con sempre minor scrupolo, nell’aumentare o migliorare l’efficacia delle barriere materiali, spostando al contempo i confini legali che determinano in che misura e in quali circostanze il contenimento e il respingimento fisico sono accettabili. In un contesto praticamente globale di sempre maggior tribalismo e devastazione del diritto internazionale, con il mondo percorso da infiniti conflitti e comprensibili paure, il pretesto e lo spettro della “guerra ibrida” da parte di “mafie”, così indistinte da potersi associare a qualsiasi nemico, permette di traslare le questioni migratorie dal campo già stretto dell’ordine pubblico a quello ancora più brutale e angusto della geopolitica di guerra. Le persone che si muovono ma anche gli stessi “ceutíes” non sono più solo numeri e diventano così pedine in trincea: potenziali pedine nemiche, manovrate da un intermediario senza volto come “le mafie” in un racconto pubblico che, al contempo, evita accuratamente la dolorosa e inconfutabile cronaca quotidiana di infinite partenze, arrivi, naufragi e salvataggi.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio
CREDITI FOTO: Aaron Heredia/ZUMA Press Wire

