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Proseguiamo con l’approfondimento pubblicato ieri, con l’articolo dedicato alla radicalizzazione ed estremizzazione di politiche maccartiste nell’ordinamento del Regno Unito, volte a reprimere il dissenso e la libertà di espressione utilizzando l’etichetta facile di “terrorismo” per designare gruppi sgraditi, com’è il caso di Palestine Action. In questa seconda parte, analizziamo il ruolo a dir poco problematico che i laburisti – il Partito attualmente al governo – hanno esercitato in questa deriva autoritaria.
Dalla leadership di Corbyn all’ascesa di Starmer
Cercando di fare chiarezza sull’evoluzione del Partito Laburista negli ultimi anni, abbiamo chiesto un parere a Richard Sanders, giornalista investigativo britannico e produttore della serie The Labour Files, l’inchiesta di Al Jazeera dedicata alla gestione delle accuse di antisemitismo durante la leadership di Jeremy Corbyn.
Proprio da qui inizia il suo racconto. Dal momento in cui Jeremy Corbin, segretario del Labour, iniziò a subire accuse sistematiche e martellanti di antisemitismo, intorno al 2020. Successivamente, la stragrande maggioranza di quelle accuse si sarebbero rivelate false e strumentali. Ma intanto, il corso del partito laburista e quello dell’intera Gran Bretagna era già cambiato.
“La strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo ha spianato la strada alla sconfitta di Corbyn e all’ascesa di Starmer”, dichiara Sanders. “L’intero processo è ricostruito nel dettaglio in The Fraud, di Paul Holden, e in Get In, dei giornalisti Patrick Maguire e Gabriel Pogrund. Organizzazioni come Labour Friends of Israel e il Jewish Labour Movement sono state un fattore chiave. Accanto a loro agirono anche l’ala destra del Partito Laburista e la sua burocrazia e una serie di interessi diversi trovò nelle accuse di antisemitismo l’arma perfetta per disarmare e disorientare Jeremy Corbyn. Il pretesto è così potente anche perché molte persone credono sinceramente a quella narrazione. È stato relativamente semplice ridefinire l’antisionismo come antisemitismo. Per esperienza personale, so che ci sono molte persone che, pur essendo perfettamente liberali su altre questioni, faticano ad accettare l’idea che Israele sia uno stato intrinsecamente razzista. Keir Starmer ne è l’incarnazione. Mi viene in mente quello che disse Tony Blair sulla guerra in Iraq: ‘È peggio di quanto pensiate. Io ci credevo davvero’”.
Blair lo disse durante l’inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq. Voleva dire che le armi chimiche e biologiche le aveva davvero credute esistenti. Non le aveva inventate per spingere il Paese verso la guerra. Credeva davvero che Saddam Hussein le possedesse. Sanders applica lo stesso ragionamento a Starmer. Ha strumentalizzato le accuse di antisemitismo contro Corbyn, certo. Ma le ha anche fatte proprie. Il che le ha rese più efficaci. E più pericolose.
Quanto sintetizzato da Sanders ci porta indietro, inevitabilmente, al 2015. A settembre di quell’anno Jeremy Corbyn, vinse le primarie del Partito Laburista con quasi il 60 per cento dei voti. Da oltre trent’anni sedeva alla Camera dei Comuni. Aveva costruito la propria attività politica attorno alla difesa dello Stato sociale, ai diritti dei lavoratori, all’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan e al sostegno della causa palestinese. La sua elezione chiuse l’esperienza del New Labour inaugurata da Tony Blair e riportò la sinistra del partito alla guida dei laburisti dopo molti anni.
Nei due anni successivi il Labour recuperò consenso fino alle elezioni del 2017. Contro ogni previsione Corbyn conquistò il 40 per cento dei voti e privò i conservatori della maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. Senza dubbio il miglior risultato elettorale laburista dai tempi di Tony Blair, ma fu anche il periodo in cui le accuse di antisemitismo iniziarono a circolare nel dibattito pubblico e all’interno dello stesso partito.
L’antisemitismo entra nel Labour
Nell’aprile del 2016, la deputata laburista Naz Shah venne sospesa dopo la diffusione di alcuni messaggi pubblicati sui social anni prima, nei quali proponeva provocatoriamente di trasferire Israele negli Stati Uniti. Pochi giorni più tardi l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone intervenne in sua difesa sostenendo, durante un’intervista radiofonica, che Adolf Hitler aveva inizialmente sostenuto il sionismo prima dello sterminio degli ebrei europei. Le sue dichiarazioni provocarono un’ondata di polemiche, portarono alla sua sospensione e resero l’antisemitismo la principale questione politica interna al Partito Laburista.
Jeremy Corbyn affidò allora a Shami Chakrabarti, già direttrice dell’organizzazione per i diritti civili Liberty, il compito di svolgere un’indagine indipendente. Pubblicato nel giugno dello stesso anno, il suo rapporto riconobbe episodi di antisemitismo e altri comportamenti discriminatori, ma escluse che il Labour fosse un partito antisemita o infiltrato da un clima di ostilità diffusa verso gli ebrei. Chakrabarti raccomandò procedure disciplinari più rapide, una maggiore formazione interna e regole più chiare. Il rapporto avrebbe dovuto chiudere la vicenda. Accadde l’opposto.
Nei mesi successivi le accuse aumentarono. Quotidiani nazionali dedicarono ampio spazio alla questione, parlamentari laburisti denunciarono pubblicamente la gestione della leadership e numerose organizzazioni ebraiche chiesero interventi più incisivi. Nel giro di poco tempo il confronto uscì dagli organismi disciplinari del partito e divenne uno dei principali temi della politica britannica.
Adottare la definizione di antisemitismo dell’IHRA come prova richiesta
Lo scontro raggiunse il punto più alto nel 2018, quando il Labour fu chiamato a decidere se adottare integralmente la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, conosciuta con l’acronimo IHRA.
La definizione annovera undici esempi. Alcuni riguardano Israele. Dire che è uno stato razzista. Paragonarne la politica a quella nazista. Accusare gli ebrei di doppia lealtà. Adottarla integralmente avrebbe significato equiparare l’antisionismo all’antisemitismo.
Il comitato esecutivo del Labour propose un codice modificato. Permetteva di descrivere Israele come razzista. Così, organizzazioni ebraiche, parlamentari e la stampa accusarono Corbyn di voler smontare la definizione. Il 4 settembre 2018 il comitato ritrattò. Adottò tutti e undici gli esempi. Corbyn propose di aggiungere che trattare Israele come qualsiasi altro stato non è razzismo. Il comitato rifiutò. Corbyn ritirò la proposta. Fu una sconfitta personale, rara nel suo mandato.
Il comitato emise una dichiarazione separata, non vincolante, secondo cui la libertà di espressione su Israele restava intatta; ma si trattava di una promessa esterna. Il codice adottato diceva l’opposto. Da quel momento, qualsiasi critica a Israele nel Labour poteva essere denunciata come antisemitismo. Chi denunciava aveva ragione.
La conquista del partito
La bufera scatenata dalle accuse di antisemitismo produsse effetti che si allargarono oltre la sfera disciplinare. Nel giro di pochi anni cambiò profondamente il rapporto di forza all’interno del Partito Laburista. Organizzazioni sioniste come Labour Friends of Israel e il Jewish Labour Movement acquistarono una crescente influenza nel dibattito interno, chiedendo procedure disciplinari più severe e una linea molto rigida nei confronti dei dirigenti e degli iscritti accusati di antisemitismo. Allo stesso tempo aumentò l’egemonia dell’apparato del partito, già in aperto contrasto con la leadership di Corbyn.
Una parte di quelle frizioni fu svelata pubblicamente nel 2022 con il Forde Report, l’indagine indipendente commissionata dallo stesso Labour dopo la diffusione di messaggi interni fra dirigenti e funzionari. Il rapporto descrisse un’organizzazione corrosa da profonde divisioni, individuando episodi di ostruzionismo nei confronti della leadership di Corbyn, comportamenti discriminatori e una diffusa ostilità fra le diverse correnti del partito. Pur riconoscendo la gravità delle accuse di antisemitismo, il rapporto concluse che la macchina organizzativa laburista era stata intaccata anche da lotte interne che avevano compromesso il funzionamento del partito.
Negli stessi mesi uscì su Al Jazeera The Labour Files, la serie prodotta da Richard Sanders. Migliaia di documenti, email e registrazioni interne ricostruivano la gestione delle accuse di antisemitismo durante gli anni della leadership Corbyn. L’inchiesta sosteneva che una parte dell’apparato del Labour avesse utilizzato quelle accuse anche come strumento nella battaglia politica interna. Le conclusioni furono respinte dai dirigenti coinvolti, ma non fermarono il dibattito sul ruolo svolto dalla burocrazia del partito, dalle correnti interne e dalle organizzazioni vicine a Israele nella trasformazione del Labour.
Quando Keir Starmer assunse la guida del partito nell’aprile 2020, quel processo era già in pieno svolgimento. Nei mesi successivi la nuova leadership diede vita ad una profonda riorganizzazione interna. Jeremy Corbyn fu sospeso dopo aver contestato alcune conclusioni del rapporto della Equality and Human Rights Commission. Pur essendo stato successivamente riammesso come semplice iscritto, non riottenne mai il gruppo parlamentare laburista. Decine di dirigenti, consiglieri locali e candidati riconducibili alla sinistra del partito furono sospesi, esclusi dalle candidature o lasciarono il Labour. Nel giro di pochi anni la componente che aveva sostenuto Corbyn perse gran parte della propria influenza.
L’attacco al Labour e la deriva autoritaria britannica
Nella parte conclusiva della nostra conversazione, chiediamo a Sanders come la trasformazione del Partito Laburista abbia influito sul costante attacco alle libertà civili nel Regno Unito.
«L’accusa di antisemitismo mette in moto diversi effetti. La sinistra radicale perde lo status di avversario politico e diventa moralmente malvagia. Nella storia europea poche accuse hanno una portata paragonabile. A quel punto qualsiasi mezzo appare giustificato. Quell’atteggiamento si è poi esteso al dissenso filo-palestinese. La determinazione a reprimerlo ha favorito l’erosione delle libertà civili nel Regno Unito negli ultimi anni».
Le sue parole aiutano anche a contestualizzare gli sviluppi più recenti. Poco prima di diventare il nuovo Primo Ministro, nei giorni scorsi Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e fra gli esponenti più autorevoli del Partito Laburista, ha riconosciuto che la risposta iniziale del Labour alla guerra di Israele contro Gaza è stata sbagliata e che la richiesta di un cessate il fuoco è arrivata con troppo ritardo. Ha aggiunto che un governo guidato da lui aumenterà la pressione su Israele usando nuove sanzioni e vieterà gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania; e che ritiene sempre più consistenti le prove di possibili crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza. Le sue dichiarazioni chiariscono ulteriormente che, anche all’interno del Labour, iniziano ad affiorare posizioni diverse rispetto alla linea consolidatasi negli ultimi anni.
La politica cambia la società
Ma le conseguenze di qualsiasi percorso politico finiscono sempre per uscire dalle aule parlamentari e dai tribunali che applicano le nuove leggi sulla sicurezza. Col tempo si riverberano anche sul clima sociale. Uno degli esempi più recenti e allarmanti arriva da Edimburgo. Il 19 giugno 2026 un uomo di 36 anni ha aggredito cinque persone vicino a una moschea. Due delle vittime avevano appena finito di pregare. Tre sono rimaste ferite gravemente e ricoverate. Il sospettato, ripreso in video a torso nudo con un’arma, urlava di proteggere il paese. La polizia antiterrorismo ha aperto un’indagine. Il Muslim Council of Britain ha parlato di conseguenza diretta di una retorica politica che demonizza intere comunità.
L’attacco e la repressione contro i sostenitori palestinesi in corso negli ultimi anni partono da un paradigma simile. “Prevent” (abbiamo spiegato cos’è nella prima parte dell’articolo, ndr) ha costretto insegnanti e medici a segnalare persone alla polizia, e la comunità musulmana ne ha pagato il prezzo più alto. Il Terrorism Act ha proscritto Palestine Action e arrestato migliaia di persone per il crimine di aver tenuto in mano dei cartelli. In entrambi i casi una parte della società è stata segnalata come pericolosa. E in entrambi i casi la violenza che ne è seguita, istituzionale o fisica, ha trovato giustificazione.
Con Daniel Gilius, responsabile per la Scozia di MEND, organizzazione impegnata nel contrasto all’islamofobia nel Regno Unito, abbiamo cercato di comprendere il significato di quanto accaduto nella capitale scozzese. La sua lettura parte proprio dall’idea che Edimburgo rappresenti l’espressione di un processo molto più ampio.
«L’attacco di Edimburgo è soltanto uno dei numerosi episodi di violenza verificatisi nelle strade scozzesi negli ultimi anni. Negli ultimi due anni i musulmani sono stati colpiti ripetutamente. Ci sono stati il progetto di un attentato di massa a Greenock, l’attacco incendiario contro la moschea di Alloa e numerose aggressioni rivolte a persone e luoghi di culto. Il clima sociale e politico che rende possibili attacchi di questo tipo si è formato nel corso di molti anni. Oggi il linguaggio ostile verso i musulmani è diventato comune nella politica britannica, nei mezzi di informazione e sulle piattaforme digitali. L’islamofobia è diventata anche uno strumento attraverso il quale alcuni cercano consenso, spostando l’attenzione da problemi come la politica estera, le disuguaglianze economiche e la povertà. È chiaro che rendere i musulmani il capro espiatorio serve solo a distrarre le masse. Permette brutalità guidate dall’avidità in patria e all’estero, attacchi islamofobici per le strade del Regno Unito e genocidio a Gaza. I musulmani vengono descritti come una minaccia e additati, soprattutto nei periodi di difficoltà economica. Le guerre e le occupazioni dei Paesi a maggioranza musulmana hanno rafforzato l’idea dell’islam come elemento estraneo e contribuito a considerare i musulmani cittadini di seconda categoria. Oggi quelle idee trovano spazio in una parte della politica, dei mezzi di informazione e dei social network. Le stesse piattaforme digitali che contribuiscono alla diffusione dell’islamofobia permettono anche a un numero crescente di persone di osservare ciò che accade nel mondo e di collegare fatti che in passato apparivano separati».
La violenza descritta da Gilius si inserisce in un clima che, secondo l’organizzazione, si è formato nel corso di molti anni e ha trovato spazio nel linguaggio politico, nei mezzi di informazione e sui social network. È lo stesso periodo nel quale il Regno Unito ha assistito alla contrazione delle libertà civili ricostruita fina a questo punto.
Un cartello mostrato durante una manifestazione. Un blocco stradale organizzato da attivisti ambientalisti. Un giornalista che riceve informazioni da una fonte. Un operatore umanitario costretto a dialogare con interlocutori considerati scomodi. Un musulmano aggredito per strada. Sono vicende diverse che si fondono fra loro, osservando il percorso seguito dal Regno Unito negli ultimi vent’anni.
Accanto alla prevenzione degli attentati sono entrati il diritto di protesta, la libertà di espressione, il dissenso politico, il giornalismo e, con frequenza crescente, il confronto pubblico su temi legati alla Palestina. Di pari passo, il Partito Laburista ha vissuto una trasformazione radicale che ha modificato gli equilibri interni e il rapporto con una parte del proprio elettorato, fino a influire anche sul modo in cui vengono affrontate le libertà civili.
La Gran Bretagna del 2026 dispone di strumenti che nel 2000 semplicemente non esistevano. La protesta può essere affrontata con norme sempre più severe, il dissenso può entrare nell’orbita della sicurezza nazionale e perfino il giornalismo, la ricerca e il lavoro umanitario rischiano di finire coinvolti in disposizioni nate per contrastare minacce molto diverse. A chiudere il cerchio c’è un clima sociale nel quale l’ostilità verso alcune comunità e alcune forme di protesta trova sempre maggiore spazio nel linguaggio comune. (fine)
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CREDITI FOTO: Defend our Juries

