Segui Kritica su Google
Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.
Un’inchiesta aperta dalla Procura di Ravenna nei giorni scorsi mette sotto accusa alcune decine di medici. Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati avrebbero falsificato certificati sanitari al fine di impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). L’inchiesta, partita da Ravenna nel febbraio scorso, si è ora allargata a livello nazionale e vede coinvolti 23 professionisti, mentre a quattro persone viene contestata, secondo quanto riportato dalla stampa, l’ipotesi di associazione per delinquere.
La detenzione amministrativa dei migranti si colloca, sul piano politico, in forte contraddizione con i principi costituzionali. È una zona grigia dello Stato di diritto che consente di privare della libertà persone innocenti, che non stanno scontando una pena. Proprio per questo l’abbiamo già definita, in un nostro articolo di qualche tempo fa, “una forma di detenzione parallela”: formalmente amministrativa, ma nella pratica sempre più simile a quella carceraria, con garanzie e strumenti di tutela del tutto assenti.
Nel tempo, all’interno dei CPR sono state denunciate condizioni lesive della dignità umana: dall’isolamento alla limitazione della libertà di movimento, dall’insufficienza delle cure ai casi di autolesionismo e all’uso massiccio di sedativi e psicofarmaci. La rete No ai CPR ha documentato da anni tali condizioni, mentre il sistema sanitario interno è affidato in larga parte ai gestori privati dei centri. Il lavoro svolto dai sanitari e dai volontari della rete in questi anni in termini di consapevolezza sul tema è stato incessante e già in passato hanno denunciato come i Centri per il rimpatrio siano luoghi strutturalmente patogeni in cui le condizioni di fragilità si acuiscono e le malattie si moltiplicano, valutazioni condivise anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Il lavoro di medici, avvocati, associazioni e attivisti che da anni documentano ciò che accade nei CPR è fondamentale, perché permette di portare alla luce una realtà che, altrimenti, rimarrebbe nascosta. Continueremo a raccontarla.
Da quanto riportato dalla stampa in questi giorni, una delle persone oggi indagate è un medico e referente della rete No ai CPR, che abbiamo già intervistato su Kritica e che ha più volte spiegato ai media come le valutazioni mediche sulle condizioni di salute dei migranti che possono determinare l’idoneità alla reclusione in un CPR vengono svolte dai professionisti “in scienza e coscienza” e senza subordinare il giudizio clinico ad altro tipo di esigenza.
In poche parole: i medici non possono e non devono obbedire a pressioni politiche per effettuare le loro valutazioni. Il giuramento di Ippocrate – che li impegna a primum, non nocere – è il loro punto di riferimento.
A tutti i medici e alle persone coinvolte nell’inchiesta, fra cui numerosi professionisti non indagati e tuttavia perquisiti, secondo quanto si legge sui giornali, come se si trattasse di pericolosi criminali, va la nostra vicinanza e solidarietà.
Mentre attendiamo l’esito delle indagini, non dimentichiamo che nell’ultimo anno non sono mancati gli episodi di persecuzioni giudiziarie dalle basi fragilissime nei confronti di persone la cui unica colpa è stata esprimere solidarietà verso i più reietti, come nel caso di Mohamed Shahin; né dimentichiamo che siamo in una fase storica in cui persino una ONG internazionale dalla lunga storia di assistenza umanitaria in tutto il mondo come Medici senza frontiere viene perseguitata da realtà affiliate a eserciti e Stati militarizzati, come è il caso di Uk Lawyers for Israel che nel Regno Unito ha richiesto di perseguire l’ONG sanitaria come “gruppo terroristico”. Nel mondo alla rovescia cui alcuni ambiscono, prendersi cura delle persone e della loro salute è terrorismo, uccidere bambini a sangue freddo è autodifesa.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.
CREDITI FOTO: No ai CPR

