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L’estate appena trascorsa potrebbe essere decisiva per questo anno scolastico. Migliaia di studenti e di studentesse, infatti, dovranno fare i conti con diverse novità decise a tavolino dal Ministero dell’Istruzione e del Merito proprio durante la pausa estiva. Si tratta di una serie di circolari, atti e proposte avanzate da diversi esponenti della destra, accomunati tutti da un unico desiderio: proteggere gli istituti italiani dal pericolo di un’ipotetica “avanzata islamica”.
Cosa prevede la risoluzione anti-islamizzazione
Invece di occuparsi di risolvere problemi cronici e strutturali dell’istruzione pubblica (precariato, disuguaglianze territoriali, edifici fatiscenti e inadeguati per dirne alcuni) il governo ha ben pensato di spostare l’attenzione sulla presenza di alunni di origine straniera, proponendo una risoluzione “anti-islamizzazione”. Si tratta di una misura – approvata lo scorso luglio dalla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera – per prevenire tutte le forme di indottrinamento negli ambienti scolastici e per garantire le norme di sicurezza. La proposta è stata presentata a firma delle deputate della Lega Giovanna Miele e Giorgia Latini, con l’obiettivo di evitare che la scuola diventi terreno di propaganda e di scongiurare l’indottrinamento ideologico.
Questo mantra poi è stato ripetuto dalla Sottosegretaria all’Istruzione e al Merito Paola Frassinetti (FdI), durante l’illustrazione dei punti della risoluzione in Aula, e amplificato dagli esponenti di Futuro Nazionale che accusano i docenti “ideologizzati” di islamizzare le aule.
Dal canto suo, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha accolto con favore questi interventi e sta lavorando in questa direzione con una serie di soluzioni. Prima fra tutte, la proposta di inserire nel disegno di legge sulla sicurezza un emendamento che vieti alle ragazze di indossare il burqa in classe, con l’obiettivo di “riaffermare la dignità delle donne”.
Poi, afferma di star lavorando ad una nuova circolare che ribadisca e rafforzi le regole stabilite da una direttiva emanata nel 2010 da Mariastella Gelmini, allora Ministro dell’Istruzione sotto il governo Berlusconi. Nel testo si stabiliva che la presenza di studenti senza cittadinanza italiana non avrebbe dovuto superare la soglia del 30% per ogni classe. Si tratta di una misura già in atto ma che il Ministro vorrebbe rivedere e potenziare per via della sua applicazione non sempre rigorosa. Inoltre, sempre nello stesso periodo, in un’intervista rilasciata a Il Messaggero ha affermato di star lavorando ad «una norma che prevede di revocare il permesso di soggiorno agli adulti che non mandano a scuola i propri figli».
«Inutile dire che si tratti di provvedimenti razzisti, arabofobi e islamofobi, oltre che una misura liberticida e profondamente assimilazionista» commenta a Kritica V., insegnante e membro della rete Docenti per Gaza. Si tratta di un collettivo nato su base volontaria all’indomani dai fatti del 7 ottobre, per portare tra i banchi temi relativi alla questione palestinese. Ad oggi è composto da insegnanti provenienti da tutta Italia che provano a sensibilizzare le future generazioni – oltre che sul genocidio in corso – su questioni delicate e urgenti come il razzismo e le discriminazioni verso il mondo arabofono. Ed è proprio in virtù della sua professione che V. può osservare come «la scuola non stia attraversando alcuna crisi di islamizzazione perché l’Islam viene silenziato e censurato. Anzi quando se ne parla, se ne parla male, con ignoranza e cattiveria».
Slogan e propaganda alimentano la paura verso lo straniero
Il carattere fittizio di questa emergenza viene denunciato persino dalla segretaria nazionale di Flc-Cgil Gianna Fracassi, secondo la quale la risoluzione risponde ad esigenze propagandistiche che vengono reiterate periodicamente. Già lo scorso anno Rossano Sasso – allora parlamentare della Lega, oggi passato a Futuro Nazionale – parlava, in toni allarmistici, di sottomissione culturale all’Islam. Ma in generale questo è un tema che ritorna ciclicamente ogni qual volta salta fuori una notizia su un istituto che – sebbene sia nel rispetto dell’autonomia scolastica – decide di chiudere in occasione della fine del Ramadan o che una scolaresca viene portata a visitare una moschea. A tal proposito «vale anche la pena ricordare che, accanto a tutto questo, il Ministero lo scorso luglio ha emanato una circolare in cui ha chiesto agli USR di segnalare con urgenza iniziative dirette o indirette con esponenti del mondo islamico, imam, visite di moschee, dibattiti sul mondo islamico» dice ancora V., che continua «a nostro parere si tratta di una vera e propria schedatura su base religiosa, il cui unico fine reale sarebbe estendere la retorica nazionalista arabofoba e islamofoba, richiamandosi a una falsa necessità di controllo». Eppure, dopo aver interrogato tutti gli uffici scolastici regionali e setacciato oltre settemila istituti alla ricerca di tracce di condizionamenti islamici, è venuto fuori che solo in sette casi gli insegnanti avevano organizzato attività di questo tipo (cinque dei quali organizzati direttamente da docenti di religione cattolica) dimostrando, dunque, quanto sia immotivato questo allarmismo.
Alunne e alunni discriminati per via di religioni e etnie differenti
Tutto questo parlare delle preoccupazioni della destra e della loro infondatezza rischia però di non tenere conto dei veri protagonisti a cui circolari e risoluzioni sarebbero indirizzate: gli studenti e le studentesse con background migratorio. In Italia compongono l’11,6% della popolazione scolastica e i principali paesi da cui provengono sono Romania, Albania, Marocco, Egitto e Cina: anche questo dato smentisce la presunta “invasione islamica” delle scuole. Inoltre, quasi due terzi sono nati in Italia, parlano correttamente la lingua italiana e sono abbastanza inseriti nel contesto scolastico.
Lo stesso, invece, non può dirsi dei vari ambienti in cui la didattica si svolge: secondo presenti sulla Piattaforma Elisa – strumento di monitoraggio dello stesso ministero – nell’anno 2024/25 circa l’11,2% degli alunni a cui è stato somministrato il sondaggio ha dichiarato di aver subito vessazioni a causa del loro background etnico, mentre il 10,4% ha dichiarato di aver operato forme di bullismo e discriminazione su compagni a causa della loro origine.
Guardando a questi dati, le proposte di Sasso, Valditara e tutta la destra non solo risultano insensate ma si rivelano estremamente pericolose perché potrebbero legittimare comportamenti discriminatori e xenofobi. «Direi che in generale la scuola italiana è profondamente razzista, anche inconsapevolmente, ritenendo la cultura europea e occidentale come più sofisticata ed evoluta, di conseguenza il paradigma da non mettere in discussione» commenta M., insegnante di italiano e storia e parte della rete Docenti per Gaza. M. riporta a Kritica la sua esperienza: in tanti anni di carriera, ha avuto modo di constatare come le persone più discriminate tra i banchi siano proprio quelle con origini arabe e di fede islamica. «Le ragazze, se velate, subiscono micro aggressioni continue; quelle non velate ricevono un trattamento migliore, ma vengono sempre considerate oppresse da una religione che, secondo ormai lo stigma, toglie la voce al genere femminile». E ancora «i ragazzi, invece, vengono etichettati come futuri criminali e delinquenti, incapaci di crearsi un futuro, perché viziati da una religione che li rende padroni di tutto».
La situazione diventa ancora più grave in presenza di alunni NAI (la sigla indica i neo arrivati in Italia e con grosse difficoltà dovute alla lingua): vengono percepiti come un ennesimo problema di cui farsi carico e, in casi estremi, veri e propri elementi di rischio. «Occupandomi anche di L2, ho potuto confrontarmi con docenti di materia delle ragazze e dei ragazzi che seguivo, e i commenti erano: “questi stranieri che pretendono di fare il liceo senza alcuna capacità”, “questo non mi rispetta perché Allah insegna a odiare le donne”, “da loro la scuola nemmeno esiste e poi qua vogliono fare il liceo”».
In generale, molti dei volontari e delle volontarie di Docenti per Gaza temono ripercussioni concrete su alunni di seconda generazione, perché potrebbero percepirsi come “problemi da contenere” e non come adolescenti al pari dei coetanei. Inoltre, secondo vari studi su discriminazione e identità, in questa fase della vita i giovani tendono a percepire una serie di disagi: senso di non appartenenza alla scuola, con relativi cali nel rendimento, ansia sociale, persino quella necessità di dover giustificare i propri comportamenti e quelli dei famigliari agli occhi dei compagni o dei docenti. «Se poi il dibattito pubblico normalizza certe frasi, può dare il via libera implicito addirittura a episodi di bullismo o battute pesanti tra pari, perché ragazzi e ragazze respirano quel clima anche fuori dalle aule parlamentari: su TikTok, gruppi WhatsApp, chiacchiere a scuola».
“Solo l’Occidente conosce la storia”?
A questo si aggiunge un’altra questione molto importante, anche se fin troppo sottovalutata: la direzione eurocentrica dei programmi scolastici. In discipline come storia, letteratura o storia dell’arte il focus è sempre lo stesso ed è incentrato sullo studio della cultura e dei popoli europei, lasciando pochissimo spazio ad approfondimenti su altre civiltà (e, quelle rare volte in cui vengono svolti, sono gestiti quasi esclusivamente in autonomia da insegnanti sensibili ai temi). Quei pochi argomenti relativi al mondo arabo vengono citati solo se incrociano la cultura occidentale – le Crociate, l’espansione dell’Islam in Europa e la cacciata dei Moriscos per dirne alcuni – ma lo sguardo che conduce la narrazione è sempre di stampo coloniale. «Quando si parla di Crociate» spiega M. «il manuale prende automaticamente le parti dei Cristiani in lotta, senza prendere in considerazione la Resistenza musulmana a Gerusalemme». Una condizione analoga riguarda le discipline letterarie: «chi legge Tasso o Ariosto segue il punto di vista dell’autore e quindi, i musulmani sono visti come il male supremo, il problema da risolvere per non incorrere in squilibri politico-economici».
«Persino nei sussidiari delle classi quarte e quinte della scuola primaria il linguaggio e i contenuti dell’editoria scolastica sono fortemente eurocentrici» suggerisce P., insegnante della primaria e anch’essa membro di DpG, che continua sottolineando quanto tale direzione culturale sia presente persino sui libri di materie scientifiche «quanti sono disposti a una lezione di didattica anticoloniale trattando le moltiplicazioni arabe e accennando alla storia dei numeri arabi e di conseguenza agli scambi commerciali nel Mediterraneo con paesi arabo-islamici?».
Con le nuove linee guida per le Indicazioni Nazionali viene rimarcato questo indirizzo didattico, concentrando lo studio della storia sulle origini della civiltà occidentale, sui fondamenti della storia nazionale e sulla relativa identità italiana. Tra questi fondamenti viene annoverata persino la Bibbia – da intendere più come testimonianza culturale che come insegnamento religioso secondo Valditara. Secondo queste direttive l’educazione civica dovrebbe aprirsi anche al pluralismo religioso, peccato però che le recenti proposte remino in direzione contraria quando si tratta di religione islamica. I membri di Docenti per Gaza, inoltre, sottolineano le contraddizioni del MIM su questo punto poiché, non solo non vengono rispettati i principi di laicità della scuola, ma si tende troppo a proporre attività sul cristianesimo e l’ebraismo, escludendo esplicitamente il terzo grande monoteismo.
Se la risoluzione dovesse passare
Nonostante la risoluzione anti-islamizzazione sia per il momento lontana dall’essere applicata (manca infatti l’approvazione in Senato), già da questo settembre si potrebbe dover fare i conti con le conseguenze che tale proposta comporta. Le prime a pagare potrebbero essere le ragazze musulmane: il presunto divieto del velo potrebbe compromettere la loro vita scolastica e, di rimando, il loro diritto allo studio. Fermo restando che esistono svariati tipi e utilizzi di velo – hijab, chador, niqab e burqa – che non sono la stessa cosa e soprattutto non sono sovrapponibili. Dei quattro solo il burqa copre il corpo, l’intero volto e gli occhi, lasciando una griglia per vedere – mentre il niqab copre il viso ma lascia scoperti gli occhi. In Italia però la tipologia di velo più usata è l’hijab, al contrario del burqa che è presente per lo più in Afganistan, Pakistan e Yemen e l’obbligo di indossarlo è presente in pochissimi Paesi di lingua araba. L’Hijab inoltre non violerebbe la legge italiana che vieterebbe l’uso immotivato di caschi o strumenti che rendono difficile il riconoscimento, mentre il Consiglio di Stato nel 2008 ha approvato l’uso del velo (anche integrale) per motivi religiosi, pur mantenendo l’obbligo di mostrarsi per accertare la propria identità.
Generalizzazioni a parte, vietare l’uso del velo seguendo il principio della tutela della dignità delle donne è problematico per due motivi: il primo è senza dubbio l’incoerenza dimostrata dal ministero, poichè da una parte dichiara guerra ad un indumento considerato quasi pericoloso per le donne; ma dall’altra ostacola percorsi di consapevolezza, formazione della persona e rispetto dell’altro – vietando per esempio l’educazione sessuo-affettiva – e cioè strumenti che potrebbero aiutare le ragazze (tutte, non solo quelle musulmane) a costruirsi un’identità libera da qualsiasi tipo di pressioni e che viri verso la loro emancipazione.
Il secondo motivo è ancora più problematico perché «vietare il velo nelle scuole secondarie di secondo grado potrebbe registrare un calo delle iscrizioni con grave danno al sistema scolastico» come suggerisce ancora P. Gli studenti di fede musulmana sono tra i 300 mila e i 500 mila e, sebbene non si abbiano dati precisi, si può stimare che circa la metà siano di sesso femminile. Per molte di loro il velo ha un valore profondo, che non si può semplicemente ridurre a mera fede religiosa: molte lo indossano per affermare la propria identità, per mantenere un legame con la propria cultura d’origine o per scelte personali. Vietarne l’uso negli istituti potrebbe compromettere la loro frequenza scolastica, alimentare tassi di abbandono e in generale ledere al proprio diritto all’istruzione.
Un’altra misura che potrebbe gravare in questo senso è il tetto massimo del 30% degli alunni stranieri per ogni classe. Per Valditara non si tratta di segregazione ma di integrazione eppure specifica che la presenza di troppi alunni stranieri causi una riduzione della qualità dell’insegnamento: un’annotazione esplicitamente offensiva e discriminante. Nella pratica, invece, i problemi annessi a questa disposizione sono parecchi dal momento che il 13,7% delle nascite proviene da una famiglia con entrambi i genitori stranieri, mentre l’8,1% nasce da coppie miste. Questi dati, uniti alla lunga fase di inverno demografico vissuta in Italia, mettono in evidenza quanto sia difficile rispettare questa percentuale. «Bisogna registrare un fatto importante» fanno notare ancora i vari esponenti di Docenti per Gaza: «oggi, l’elenco alfabetico di una classe, in alcune scuole soprattutto del Nord, dove il progetto migratorio diventa sedentario, è formato per la maggior parte da cognomi stranieri. Ma si tratta di alunni nati e cresciuti in Italia e a cui la politica di destra e sinistra non ha voluto riconoscere il diritto di cittadinanza».
La circolare è ancora in fase di scrittura ma, dalle prime indiscrezioni, dovrebbe essere compito degli Uffici Scolastici Regionali distribuire equamente queste presenze. In ogni caso sorge spontanea una domanda: cosa ne sarà di quegli alunni e quelle alunne considerate in “soprannumero”? Con quali criteri verrebbero distribuiti? Potrebbero verificarsi scenari in cui gli istituti a loro assegnati risulterebbero troppo distanti dal posto in cui vivono, comportando spese aggiuntive per i trasporti. Potrebbero capitare in istituti superiori che non rispecchiano le loro potenzialità. E poi il problema maggiore riguarda i comuni di provincia, dove le scuole sono di meno e i mezzi di trasporto meno efficaci. Questi fattori potrebbero davvero incidere sulla qualità della loro formazione, limitare le loro possibilità e comportare una crescita del tasso di abbandono scolastico. Tutti elementi che, non solo violerebbero i principi delle norme che garantiscono il diritto allo studio e l’accesso all’istruzione, ma che andrebbero in contrasto con l’ennesima proposta di Valditara che consisterebbe nel revocare il permesso di soggiorno a coloro che non mandano a scuola i propri figli.
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CREDITI FOTO: Milano in movimento

