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«More than 1.5 million tons of heavy steel and debris lay densely compacted there, tied together like steel wool and complicated by the existence of human remains». “Più di un milione e mezzo di tonnellate di acciaio e detriti erano ammassati l’uno sull’altro, «complicati» dalla presenza dei resti umani.” Con queste parole William Langewiesche descrive, nella sua raccolta di reportage, American Ground, il cumulo di macerie depositatosi nel pieno centro di a seguito dell’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. L’autore sceglie di non concentrarsi sugli attentati in sé, sulle ultime, strazianti, telefonate delle vittime o sul celebre sussurro all’orecchio di George Bush. Langewiesche ripercorre una tragedia generazionale attraverso la lente dei lavori di smaltimento delle tonnellate di materia, umana e non, che avrebbero cambiato per sempre il modo occidentale di stare al e interagire con il mondo.

Al venticinquesimo anno da quell’evento, le conseguenze politiche da esso scaturite hanno plasmato gran parte della storia contemporanea. La barbara invasione di Afghanistan e Iraq e il lento declino del diritto internazionale, culminato con il genocidio in corso in Palestina. Il Patriot Act e il rafforzamento di frontiere e strumenti di sorveglianza. Guantanamo e lo sdoganamento della tortura come pratica di Stato. C’è, però, un’altra eredità, meno visibile e quasi inconscia: la trasformazione dell’idea stessa di sicurezza. L’affermarsi, progressivo e inesorabile, del principio secondo cui per evitare un pericolo sia necessario – e possibile – raccogliere informazioni sugli individui, ricostruirne gli spostamenti, conservare e confrontare dati, riconoscere i volti, individuare relazioni e attribuire livelli di rischio.

Prima e dopo l’11 settembre

Per capire quanto sia cambiato l’approccio del mondo bianco al macrotema “sicurezza” può essere utile tornare all’estate del 2001, all’interno di un aeroporto americano. All’epoca, i metal detector utilizzati negli aeroporti americani erano progettati e testati per individuare oggetti metallici all’incirca delle dimensioni di una piccola pistola o superiori. I coltelli con una lama inferiore ai quattro pollici erano addirittura ammessi dalle procedure delle compagnie aeree, mentre i box cutter rientravano in una zona grigia delle procedure. Il sistema di preselezione dei passeggeri, il CAPPS, introdotto nel 1998, utilizzava le informazioni contenute nelle prenotazioni e negli itinerari per individuare i viaggiatori che avrebbero dovuto essere sottoposti a misure aggiuntive. Alcuni passeggeri venivano selezionati sulla base dei dati relativi al viaggio, ma essere inseriti nella categoria dei selectees non significava essere sottoposti a un controllo personale più approfondito. Tre dei cinque dirottatori del volo American Airlines furono selezionati dal sistema; nessuno dei cinque del volo United 175 lo fu. Tutti e cinque i dirottatori del volo American 77 furono selezionati, ma anche in quel caso il sistema non trasformò quella selezione in una procedura capace di impedire loro di salire sull’aereo.

Dopo gli attacchi, il cambiamento fu rapidissimo. Nel novembre 2001, mentre gli Stati Uniti erano ancora nel pieno dell’emergenza degli attentati, il Dipartimento di Giustizia mise per iscritto una nuova priorità: non limitarsi a investigare e perseguire i crimini già commessi, ma identificare le minacce future e impedire che gli atti terroristici avvengano. Per farlo, spiegava il memorandum del procuratore generale John Ashcroft, sarebbe stato necessario aumentare la condivisione delle informazioni tra le diverse agenzie e utilizzare i nuovi strumenti messi a disposizione dal Patriot Act. Era il barlume di un’ideologia securitaria fondata sul baratto tra libertà individuali e presunta sicurezza.

David Lyon, sociologo della sorveglianza, lo capì quasi immediatamente. In Surveillance after September 11, pubblicato alla fine del 2001, osservava che la risposta agli attentati stava producendo un’espansione dei sistemi di sorveglianza, coniando la definizione di surveillant assemblage, un insieme nel quale informazioni, apparati pubblici, infrastrutture tecnologiche e soggetti privati potevano essere messi in relazione tra loro. 

Cambiamenti anche in Europa

A partire dall’11 settembre e nel corso degli anni Duemila, la stessa, dirompente, logica si impone sulle politiche europee. La sicurezza delle frontiere e dei viaggiatori comincia a essere costruita sempre più attraverso grandi sistemi informativi sovranazionali. Il Passenger Name Record raccoglie informazioni relative al viaggio e ai passeggeri e può essere utilizzato per prevenire, individuare, investigare e perseguire reati terroristici. Il Sistema d’informazione Schengen, , il Visa Information System, l’Entry/Exit System, ETIAS ed ECRIS-TCN, nati in momenti diversi e per finalità diverse, permettono alle autorità di cercare informazioni attraverso più sistemi e di mettere in relazione identità, documenti e dati.

Stefano Rodotà, nel saggio Controllo e privacy della vita quotidiana, pubblicato nel 2009, descrive una società nella quale la digitalizzazione permette di raccogliere, conservare, collegare e utilizzare una quantità crescente di informazioni personali. «Noi siamo i nostri dati»,  osservava, prevedendo che la sorveglianza si sarebbe evoluta «dall’eccezionale al quotidiano», attraverso tecnologie come il riconoscimento facciale e il data mining.

Nel frattempo, la raccolta di dati ha cessato di essere una pratica solo statale. Ogni giorno miliardi di persone producono informazioni sulla propria vita senza percepirle necessariamente come informazioni destinate alla sorveglianza. La posizione geografica serve a ottenere indicazioni stradali. Le fotografie sono utili a raccontare una giornata. I dati di navigazione personalizzano un servizio. La stessa infrastruttura che rende la vita digitale – e non – più comoda trasforma i comportamenti individuali in tracce registrabili e, dunque, in elementi utili alla predizione.

Shoshana Zuboff, definendo il « della sorveglianza», ritiene che il dato non sia semplicemente una registrazione del comportamento passato ma materia prima per costruire previsioni sul comportamento futuro. Le piattaforme digitali imparano dai comportamenti degli utenti e utilizzano quelle informazioni per aumentare la capacità di prevedere ciò che una persona potrebbe fare. Zuboff collega questa trasformazione anche alla fase successiva all’11 settembre, sostenendo che la priorità politica attribuita alla sicurezza e alla guerra al terrorismo abbia contribuito a creare un nel quale la raccolta massiccia di informazioni diventa più facile da legittimare.

Verso l’era del sospetto

Una telecamera può registrare una persona. Un database può conservare il suo nome. Un sistema biometrico può riconoscerne il volto. Ma un sistema di intelligenza artificiale può mettere in relazione migliaia di informazioni e cercare una correlazione che l’operatore umano non avrebbe individuato. Può ordinare persone, attribuire punteggi, classificare comportamenti, riconoscere pattern. La differenza non è soltanto quantitativa. Se prima la sorveglianza produceva informazioni, oggi, quelle informazioni possono essere utilizzate per formulare una previsione.

Didier Bigo insiste sul concetto di «banalizzazione del sospetto»: la digitalizzazione rende possibile una forma di sospetto che non parte necessariamente da una persona già identificata come tale. Gli algoritmi possono partire dalla popolazione nel suo complesso, individuare correlazioni e produrre probabilità di pericolosità. Il sospetto diventa così un risultato del di classificazione. Non è più necessariamente qualcosa che precede la sorveglianza, ma può essere la sorveglianza stessa a produrlo.

L’Europa ha cercato di affrontare questa trasformazione attraverso una combinazione di regole e divieti. L’AI Act vieta alcune pratiche di intelligenza artificiale considerate particolarmente rischiose e stabilisce requisiti più stringenti per gli impieghi classificati come «high risk». Ma proprio le eccezioni previste per la sicurezza mostrano quanto sia difficile tracciare il confine. L’identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblicamente accessibili è in linea generale vietata per le attività di law enforcement, ma il regolamento ammette eccezioni per determinate finalità.

Securitarismo italiano

Anche in Italia l’intelligenza artificiale è già entrata nelle attività di sicurezza. Il Ministero dell’Interno prevede l’impiego di AI, machine learning e big data nelle attività investigative e il potenziamento di sistemi informatici e biometrici delle forze di polizia. Nel febbraio 2026, il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha indicato il rafforzamento della videosorveglianza attraverso l’intelligenza artificiale tra le misure da valutare per la sicurezza della rete ferroviaria. 

Un caso precedente riguarda SariReal Time, il sistema di riconoscimento facciale sviluppato per la Polizia di Stato e capace di confrontare in tempo reale i volti ripresi dalle telecamere con una watch-list fino a 10.000 persone. Nel 2021 il Garante per la protezione dei dati personali ne aveva contestato la conformità al quadro normativo allora vigente, e nel frattempo, l’Italia ha dovuto adeguare la propria disciplina all’AI Act europeo, anche per quanto riguarda l’utilizzo dei sistemi biometrici da parte delle forze dell’ordine. Nel luglio 2026, nell’ambito dell’adeguamento della normativa italiana all’AI Act europeo, il Garante ha espresso parere favorevole allo schema di decreto legislativo, chiedendo però garanzie specifiche sull’impiego dell’IA nelle attività di polizia e sui sistemi di identificazione biometrica: tra le condizioni indicate figurano la sorveglianza umana, l’autorizzazione giudiziaria, limiti alle dati utilizzabili e l’elaborazione dei dati biometrici soltanto ex post, su immagini già registrate.

Profilazione razziale 

La trasformazione della sicurezza dopo l’11 settembre non ha riguardato soltanto come si sorveglia, ma anche chi viene sorvegliato. La “guerra al terrorismo” ha introdotto, come nuova forma di profilazione, l’insieme di caratteristiche che permettono di ricondurre un individuo a un “profilo di rischio”: religione, origine, nazionalità, età, genere e luogo di nascita. Tutte variabili attraverso cui il sistema cerca preventivamente un possibile terrorista.

Uno degli esempi più significativi arriva dalla Germania. Dopo gli attentati del 2001, le autorità avviarono una vasta operazione di Rasterfahndung, una forma di data mining che incrociava banche dati pubbliche e private per individuare i cosiddetti «sleepers». Tra i criteri utilizzati c’erano essere uomini tra i 18 e i 40 anni, studenti o ex studenti, musulmani e nati in determinati Paesi. Il caso arrivò davanti alla Corte costituzionale tedesca: nel 2006 i giudici stabilirono che una simile profilazione preventiva fosse ammissibile soltanto in presenza di una concreta minaccia, non sulla base della generica situazione di allerta successiva all’11 settembre. 

Un meccanismo diverso, ma fondato sulla stessa logica preventiva, è quello britannico dello Schedule 7 del Terrorism Act 2000, che permette alla polizia di fermare e interrogare persone nei porti e negli aeroporti nell’ambito dei controlli antiterrorismo. Il è stato a lungo criticato per l’impatto sproporzionato sulle minoranze etniche e sulle persone musulmane; il Consiglio d’Europa ha indicato proprio i controlli britannici insieme alla Rasterfahndung tedesca come esempi della diffusione del racial and religious profiling dopo l’11 settembre.

La ratio non è rimasta confinata agli anni immediatamente successivi agli attentati. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, nel 2016 il 49% dei musulmani fermati dalla polizia nei dodici mesi precedenti all’indagine ha ritenuto che l’ultimo controllo fosse dovuto a un profiling razziale. La stessa ricerca rileva che quasi un musulmano su due nell’ ha sperimentato discriminazione razziale negli anni precedenti all’indagine.

Il caso Israele

Per vedere dove può condurre questa trasformazione è utile volgere lo sguardo a Israele, e in particolare alle tecnologie utilizzate nella sorveglianza e nell’eliminazione della popolazione palestinese. Nel 2023 Amnesty International ha documentato a Hebron l’utilizzo di Red Wolf, un sistema di riconoscimento facciale installato ai checkpoint e collegato, secondo l’organizzazione, ai database Wolf Pack e all’app Blue Wolf utilizzata dai militari. Quando un palestinese attraversa un checkpoint dotato del sistema, il volto viene acquisito e confrontato con le informazioni presenti nei database; il sistema può contribuire a determinare se la persona possa passare oppure debba essere fermata. Human Rights Watch aveva già descritto nel 2021 il funzionamento di Blue Wolf, attraverso il quale i soldati potevano ottenere dal volto di una persona informazioni contenute nei database militari. Secondo l’organizzazione, il sistema associava i profili a indicazioni che potevano segnalare ai militari se una persona dovesse essere lasciata passare, interrogata o fermata.

Dopo il 2023, questa infrastruttura è stata utilizzata nel genocidio a Gaza, affiancata da sistemi di analisi automatizzata. Human Rights Watch ha ricostruito il funzionamento di tre strumenti digitali impiegati dall’esercito israeliano: uno basato sul tracciamento dei telefoni cellulari, The Gospel, utilizzato per generare liste di edifici considerati obiettivi, Lavender, che attribuiva alle persone un livello di sospetta affiliazione a gruppi armati, e Where’s Daddy?, progettato per segnalare quando una persona individuata come obiettivo si trovava in una determinata posizione. L’organizzazione ha sottolineato che questi strumenti utilizzavano dati personali dei palestinesi per produrre previsioni, identificare obiettivi e alimentare processi decisionali militari.

Nell’agosto 2025 il Guardian, insieme a +972 Magazine e Local Call, ha ricostruito il rapporto tra Unit 8200 e Microsoft Azure. Secondo l’inchiesta [dal cui lavoro prende le mosse anche il film NAZA presentato in questi giorni in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, ndr], a partire dal 2022 l’intelligence militare israeliana avrebbe utilizzato una porzione dedicata dell’infrastruttura cloud di Microsoft per conservare enormi quantità di telefonate provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. Il progetto sarebbe nato anche dalla necessità di disporre di una capacità di archiviazione superiore a quella disponibile nei sistemi militari israeliani. L’inchiesta ha parlato di milioni di chiamate registrate ogni giorno.

Nel rapporto del 2025 Da economia dell’occupazione a economia del genocidio [tradotto in italiano da Kritica, ndr], la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha dedicato una sezione specifica al ruolo delle grandi aziende tecnologiche nell’infrastruttura militare israeliana. Secondo Albanese, Microsoft, Alphabet e Amazon hanno fornito a Israele un accesso molto ampio alle proprie tecnologie cloud e AI, aumentando le capacità di elaborazione dei dati, di analisi e di sorveglianza. Nel suo paper, le corporation tecnologiche non sono semplicemente fornitrici esterne: attraverso cloud, capacità di calcolo, software e sistemi di intelligenza artificiale diventano parte dell’ecosistema materiale dentro il quale l’apparato militare può operare. 

Nel settembre 2025 il Comitato speciale dell’ONU sulle pratiche israeliane nei territori occupati ha espresso preoccupazione per l’utilizzo da parte dell’esercito israeliano di sistemi di intelligenza artificiale e tecnologie di sorveglianza, ricordando che un ufficiale delle Forze di difesa israeliane aveva confermato pubblicamente l’impiego di servizi cloud e AI forniti da aziende private nelle operazioni militari. Il Comitato ha indicato la necessità di esaminare anche il possibile coinvolgimento delle società che forniscono l’infrastruttura digitale.

Microsoft, dal canto suo, ha inizialmente negato di avere trovato prove che i propri servizi fossero stati utilizzati per colpire o danneggiare persone. Dopo le nuove rivelazioni sull’impiego di Azure da parte di Unit 8200, nell’agosto 2025 ha avviato una revisione esterna; nel settembre dello stesso anno ha annunciato la disabilitazione di alcuni servizi forniti a un’unità del ministero della Difesa israeliano. La società ha precisato che la decisione riguardava specifici servizi e non equivaleva alla cessazione di tutti i rapporti con il ministero o con l’esercito israeliano.

Chi possiede la macchina?

Nel 2001 il simbolo del potere era ancora un apparato statale: la CIA, l’FBI, la NSA, il Dipartimento di Giustizia. Oggi la capacità di sorvegliare dipende soprattutto da data center, piattaforme cloud, reti di telecomunicazione, sistemi operativi, motori di ricerca e modelli di intelligenza artificiale sviluppati da società private. 

È una trasformazione che, secondo Naomi Klein, comincia a diventare particolarmente evidente proprio dopo l’11 settembre. In The Shock Doctrine, Klein sostiene che la guerra al terrorismo abbia creato un nuovo mercato della sicurezza nel quale l’espansione dei poteri pubblici e l’esternalizzazione delle loro funzioni procedono insieme. Da una parte lo Stato aumenta le proprie capacità di sorveglianza, intelligence, detenzione e controllo; dall’altra affida una parte crescente di queste attività a imprese private attraverso contratti pubblici. È ciò che Klein definisce «disaster capitalism complex»: una nuova economia costruita intorno alla homeland security, alla guerra privatizzata e alla ricostruzione dopo le catastrofi.

Venticinque anni dopo, quell’industria non è più composta soltanto dalle società private della sicurezza e dai contractor militari che avevano caratterizzato la prima fase della guerra al terrorismo. Una nuova generazione di imprese vende agli Stati la capacità di trasformare quantità enormi di informazioni in strumenti operativi. Il caso più noto è Palantir, nata nel 2003 e specializzata in piattaforme che permettono di integrare e analizzare informazioni provenienti da fonti differenti. I suoi software sono utilizzati da apparati pubblici e forze di polizia in diversi Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, ha affidato alla società contratti per sistemi che consentono di mettere in relazione informazioni provenienti da fonti pubbliche e private nelle attività di immigrazione e deportazione. 

Il modello di Clearview AI è diverso. La società ha costruito un sistema di riconoscimento facciale raccogliendo su internet miliardi di fotografie e trasformandole in identificatori biometrici: un investigatore può caricare l’immagine di un volto e cercare possibili corrispondenze all’interno dell’archivio. La stessa società presenta il prodotto come uno strumento rivolto alle forze dell’ordine e alla sicurezza nazionale. Proprio la modalità con cui è stato costruito il database ha però prodotto una lunga serie di procedimenti in Europa: autorità per la protezione dei dati in Italia, Francia, Grecia e Paesi Bassi, tra gli altri Paesi, hanno contestato la raccolta dei dati biometrici e imposto sanzioni o ordini di cancellazione.

Negli Stati Uniti Flock Safety ha costruito una vasta rete di lettori automatici delle targhe utilizzati da forze dell’ordine, amministrazioni e soggetti privati. Le telecamere non registrano soltanto la targa, ma possono associare al passaggio di un veicolo altre caratteristiche utili alla ricerca. Nel 2026 l’azienda dichiara una presenza in migliaia di comunità statunitensi; l’espansione della rete ha contemporaneamente provocato contestazioni, cancellazioni di contratti e nuove garanzie introdotte dalla stessa Flock dopo casi di utilizzo improprio. I suoi strumenti più recenti aggiungono alla rete di telecamere funzioni di ricerca attraverso l’intelligenza artificiale, consentendo agli investigatori di partire anche dalla descrizione di un veicolo o di determinati comportamenti anziché da una targa già conosciuta.

A un livello ancora diverso si trovano Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud. Non sono società di sorveglianza in senso stretto: vendono infrastrutture digitali utilizzate da una quantità enorme di clienti pubblici e privati. Ma proprio questa posizione le rende centrali. Archiviare milioni di comunicazioni, elaborare immagini su vasta scala o utilizzare modelli di intelligenza artificiale richiede server, cloud e capacità di calcolo che gli apparati pubblici non necessariamente possiedono in proprio. 

Il mercato privato della sorveglianza è quindi molto più articolato di quello descritto da Klein all’indomani della guerra al terrorismo. Un’azienda può fornire la telecamera che raccoglie l’informazione; un’altra il riconoscimento biometrico che attribuisce un’identità a un volto; un’altra ancora il software che collega quel dato a migliaia di altre informazioni; un grande provider cloud, infine, può fornire lo spazio e la capacità di calcolo necessari per elaborare l’intero sistema.

La privatizzazione non riguarda più soltanto l’esecuzione di funzioni tradizionalmente pubbliche. Lo Stato mantiene il potere di arrestare, controllare una frontiera, condurre un’indagine o decidere un’operazione militare. Ma può dipendere da un soggetto privato per vedere, archiviare, mettere in relazione e interpretare le informazioni sulle quali quella decisione si fonda.


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CREDITI FOTO: EPA

Autore

  • Dario Morgante

    Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

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