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Un architetto spagnolo di successo, nella sua bella casa di Londra, di quelle oggi di moda fra i benestanti, con una parete interamente finestrata, affacciata su un giardino un po’ triste – triste come solo i giardini londinesi sanno essere –, svegliato da un rumore improvviso scopre che il vicino sta facendo un buco enorme nella parete che separa le due proprietà; un buco che gli apre la vista direttamente sulla loro casa.

L’architetto è Javier Bardem, sua moglie è Penélope Cruz, il vicino è Stephen Graham e il film è Bunker, del regista francese Florian Zeller, presentato l’8 settembre in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83.

Attraverso quel buco, entriamo anche noi nella vita di questa coppia affascinante di 50enni expat spagnoli a Londra molto ben piazzati, con due figlie piuttosto depresse ma carine e un elegante, snello gatto grigio. L’equilibrio non gioioso, ma nel complesso sereno, del rapporto fra marito e moglie si incrina quando lui riceve una proposta di lavoro inaspettata e molto complessa da gestire: costruire un bunker per uno dei tech-billionaire più ricchi e potenti del mondo, che vuole a progettarlo solo lui, soltanto lui, Miguel Moreno.

La proposta intriga Miguel, mentre non entusiasma affatto sua moglie, Sofía. I due discutono, dialogano fra loro – in spagnolo: il film si regge su un costante, perfetto gioco linguistico fra lo spagnolo della famiglia e l’inglese parlato nella società – sul senso e sulle insidie dell’idea di un bunker per multimiliardari, senza riuscire a trovare un sentimento comune; poco a poco, nel vissuto quotidiano, emergono le distanze interne alla coppia, e le differenti inquietudini individuali di entrambi, mentre le rispettive professioni inducono entrambi a chiedersi cosa desiderano davvero, e in parallelo seguiamo la trattativa con il multimiliardario e quella con il vicino, uomo della working class espulso dal suo stesso storico quartiere ormai gentrificato.

Ed è qui, nella rappresentazione di queste inquietudini, e di come una coppia consolidata le vive e le trasforma in dinamiche relazionali, che il film di Zeller compie un’operazione singolare: mette infatti a nudo senza gridarle, ma con dei riconoscibili pizzicotti che avvertiamo durante la visione, alcune verità che riguardano noi, gli spettatori. Verità riscontrabili nella vita di tutti, e che non fa alcun piacere ammettere. La verità della distanza dalle persone, della paura che si ha delle persone, dell’abitudine a vivere cercando di schermarsi dagli altri, attraverso un antifurto molto potente, o una bella casa tutta finestrata ma al tempo stesso inaccessibile agli estranei, o costruendosi un rifugio apocalittico. 

La sceneggiatura pecca di didascalismo in diversi momenti, ed è un peccato, e forse non era necessario, che a un certo punto il personaggio interpretato da Cruz verbalizzi uno dei grandi messaggi del film: viviamo tutti in un bunker, in cui ci rinchiudiamo perché prestiamo ascolto alle nostre paure e ansie sociali. Un bunker che assume caratteristiche molto diverse in base alla classe sociale di provenienza, che può essere un tugurio senza finestre adibito ad alloggio da cui non sai come far entrare la luce, come nel caso del personaggio di Graham, una casa con antifurti improbabili e in cui non si apre mai la porta allo sconosciuto, come per i Moreno, o una piramide rovesciata attraverso cui i faraoni del presente cercano la gloria mentre al tempo stesso scappano dal mondo, e lo consegnano al suo destino qualsiasi esso sia. Il cameo perfetto, come sempre, di Paul Dano nel ruolo del tech-billionaire che punta alla sopravvivenza extra-lusso conferisce al film quella nota distopica che però Zeller ha l’arguzia di non collocare lontano da noi, nell’iperuranio della Silicon Valley, ma nelle nostre realtà normali, fra la classe medio-alta, quella media o quella popolare. 

Tanto più inquietante perché è riconoscibile, nell’esistenza di ciascuno. In questo senso, è un film che si incarica di un compito antipatico, fastidioso, ma propriamente artistico: induce anche chi ne vorrebbe fare del tutto a meno a fare i conti con le miserie di ogni giorno della sua esistenza; quelle che difficilmente definiresti o riconosceresti come tali in modo spontaneo, quelle subito rimosse dal pensiero, nel gorgo della quotidianità. 

Noi che non conversiamo più fra estranei e neanche in casa, perché ci rifugiamo nel telefono; che aspettiamo che il vicino si sia allontanato per uscire senza correre il rischio di incontrarlo; noi che non andiamo più neanche per negozi e compriamo tutto online; noi che anche quando rifiutiamo, ideologicamente, una certa idea di sicurezza, l’abbiamo poi di fatto assorbita nella nostra vita, senza neanche rendercene conto.  

Viviamo in un bunker, isolati dagli altri, temendoli e temendo di farci conoscere, quando è soltanto consentendogli di aprire una finestra sul nostro mondo che consentiamo loro di starci vicini, di aiutarci all’occorrenza, di non lasciarci soli.

Anche il dialogo fra persone che si amano è parte di quelle finestre che teniamo chiuse, da cui non entra luce, o non entra aria. Bardém e Cruz impersonano due coniugi certo uniti da un sentimento autentico, ma che fanno fatica a comunicare; conversano, si parlano, nella loro lingua madre, ma delle vite che vivono nel resto della giornata, ciascuno di loro in un’altra lingua, estranea; dei sogni e dei desideri, delle paure e delle malinconie che li accompagnano ogni giorno durante la loro vita, non riescono a dirsi. Il desiderio non li unisce più, né quello sessuale, l’uno per il corpo dell’altro – la sensualità di entrambi come individui emerge potente dalle immagini, ma la distanza fra i loro corpi rimane – né quello per la vita in generale, per il futuro ancora da immaginare, da sognare, per sé o per le loro figlie.

Nel bunker assecondiamo le nostre paure, spegniamo i nostri desideri. Ma è vero anche il contrario. Iniziamo a rinchiuderci in un bunker quando smettiamo di desiderare, e ciò che temiamo di perdere diventa più importante di ciò che sogniamo di realizzare. 

È la disgrazia della borghesia, come classe sociale fortemente stratificata, che comprende l’ultramiliardario, ma comprende anche il professionista. 

Solo chi è escluso dalla borghesia e dalla sua ansia costitutiva, e paradossalmente è più cinto dalle necessità materiali, riesce a dare maggior spazio al desiderio, e a tenere aperto lo sguardo verso l’altro in modo non ansioso. Perché ha molto meno da perdere, o almeno così sente. 

Anche questo elemento è risolto nel film, sul finale, con una scorciatoia fin troppo didascalica, purtroppo. E tuttavia, mostrandocelo, Zeller riesce a pizzicare un’altra corda scomoda, a lasciare un altro segno che induce a riflettere.

Per questo motivo a Bunker auguriamo, mentre pochi giorni ci separano ormai dalla conclusione di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, di vincere un premio importante, o più di uno.


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Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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