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Al momento in cui si scrive, nessun Paese membro dell’Unione europea si è fatto avanti con la Central Bank of Ireland (CBI) per offrirsi di raccogliere il testimone dal Lussemburgo per autorizzare la vendita nello Spazio Economico Europeo degli “Israel bonds”, i titoli che lo Stato israeliano emette attraverso la Development Corporation for Israel (DCI) e che per essere venduti in Europa hanno appunto bisogno dell’autorizzazione di uno Stato.
La vicenda, che Kritica segue da vicino e ha raccontato di recente nei dettagli, è indicativa della pressione crescente che la società civile sta operando per cercare di fermare il flusso di risorse finanziarie che alimentano la potente ma anche costosissima macchina da guerra israeliana. Una pressione che sta dando i suoi frutti, perché è riuscita – almeno per ora – a mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio con cui Israele in questi anni ha raccolto finanziamenti in Europa (circa 2,5 miliardi di dollari l’anno) per sostenere le sue azioni militari. Le cose potrebbero cambiare se alla fine sugli Israel bonds qualche Paese europeo decidesse di metterci la faccia, passo che EUobserver ipotizzava giorni fa potrebbe essere compiuto dalla Germania. Ma per il momento si può cantare vittoria.
Così ha fatto la Ireland-Palestine Solidarity Campaign (IPSC), che da tempo faceva pressione sulla CBI affinché non si adoperasse per il rinnovo dell’autorizzazione alla vendita degli Israel bonds. In un comunicato emesso il 1° settembre, giorno in cui CBI avrebbe dovuto rinnovare il prospetto informativo degli Israel bonds scaduto il 31 agosto, la presidente di IPSC, Zoe Lawlor, ha affermato che «questa interruzione del normale svolgimento delle attività rappresenta un’enorme vittoria per il movimento BDS e una significativa sconfitta per Israele».
Una mobilitazione con epicentro irlandese
Nei giorni precedenti, IPSC insieme ad Amnesty Irlanda aveva consegnato alla CBI oltre 6mila firme raccolte dalla petizione che chiedeva appunto alla principale istituzione finanziaria irlandese di non autorizzare più gli Israel bonds in Europa. Ma soprattutto aveva presentato una comunicazione alla Corte Penale Internazionale sulla presunta responsabilità del governatore della CBI, Gabriel Makhlouf, per aver aver contribuito o comunque agevolato la commissione del crimine di genocidio da parte di Israele, proprio in virtù della condotta della banca nella vicenda degli Israel bonds.
Anche Il Congresso dei sindacati irlandesi ha chiesto al governo irlandese di attivarsi per impedire la vendita in Europa degli Israel bonds. Lo stesso ha fatto la sezione irlandese della rete Preti contro il genocidio, che ha in programma per il 22 settembre a Roma una marcia di preghiera a sostegno del popolo palestinese. Numerosi esponenti politici irlandesi hanno fatto pressione sul governo e in particolare sul vice-primo ministro irlandese e ministro delle Finanze, Simon Harris, affinché la CBI chiarisse definitivamente la sua posizione sugli Israel bonds.
Questi titoli, insomma, ormai scottano. Chi volesse farsi carico della loro vendita, sa di esporsi a una pressione quasi insostenibile. Proveniente sia dal basso, e cioè dalla società civile, sia dall’alto, e cioè a livello politico. E anche dagli investitori, almeno dai piccoli risparmiatori: cresce infatti la domanda di chi non vuole rischiare coi suoi soldi di finanziare anche indirettamente i crimini israeliani. Una domanda a cui è complesso rispondere, poiché questo “finanziamento” può avere vari volti e percorrere sentieri diversi, a volte non facilmente intercettabili da un piccolo risparmiatore. Per cui occorre rivolgersi a esperti.
Le azioni efficaci del movimento BDS
Un punto di partenza possono essere le liste in cui il movimento BDS identifica le società da boicottare, anche attraverso gli investimenti: per chi detiene quote di un fondo comune, occorre quindi chiedere chiarimenti al proprio gestore sui titoli di quali società il fondo comune investe. Per quanto riguarda le banche in cui tenere i propri soldi, in Italia la campagna Banche complici mette in guardia i risparmiatori sulle banche accusate di coinvolgimento nel finanziamento dell’industria militare israeliana o nel supporto della colonizzazione e dell’apartheid israeliani. Nel Regno Unito, Ethical Consumer ha elaborato un modello di valutazione attraverso cui identifica le banche più e meno coinvolte nelle violazioni dei diritti umani in Palestina. La piattaforma di giornalismo investigativo Follow The Money ha realizzato circa un anno fa un’inchiesta su banche e assicurazioni occidentali accusate all’epoca di finanziare l’offensiva israeliana a Gaza.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani mantiene e aggiorna dal 2020 una cosiddetta “black list”di imprese coinvolte negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, di cui ha parlato anche la relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati (Opt) dal 1967, Francesca Albanese, nel suo rapporto celebre rapporto del 2025 “Da economia dell’occupazione a economia del genocidio”.
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CREDITI FOTO: Ireland Palestine Solidarity Campaign

