mercoledì 02/09/2026, 19:08
Logo Kritica

Segui Kritica su Google

Aggiungi Kritica tra le tue fonti preferite.

Segui

Ratko Mladić è morto il 27 agosto in un ospedale penitenziario dell’Aia. Scontava l’ergastolo confermato in appello nel giugno 2021 per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Il giorno dopo il ministro della serbo Nenad Vujić ha annunciato che la salma sarà rimpatriata con un volo speciale e sepolta con gli onori militari e di Stato. A Zvornik, a pochi chilometri dalle fosse comuni, centinaia di persone avevano già sfilato con la bandiera dell’esercito della Republika Srpska scandendo il nome del generale; a Višegrad alcune decine avevano acceso torce e fuochi d’artificio sul ponte di Mehmed-paša Sokolović. Siniša Karan, presidente della Republika Srpska, ha dichiarato all’agenzia Srna che la memoria di Mladić va onorata.

Bruxelles ha ricordato a Belgrado che i paesi candidati non glorificano i criminali di guerra.

Le associazioni delle vittime hanno risposto ringraziando il tribunale dell’Aia per averlo tenuto in carcere fino all’ultimo giorno. Ćamil Duraković, ex sindaco di Srebrenica, ed Emir Suljagić, direttore del Memoriale, hanno ricordato che alle oltre ottomila vittime del luglio 1995 non fu concessa la possibilità di invecchiare.

Nel 1991, all’inizio della guerra in Croazia, Mladić era un colonnello semisconosciuto. La sua carriera salì in pochi mesi, dentro un progetto più ampio sostenuto dai vertici serbi e da una parte dell’apparato federale, che avrebbe preso il nome di Grande . Gli artefici di quella strategia erano Branko Kostić, vicepresidente e poi presidente facente funzioni della Presidenza jugoslava; Blagoje Adžić, capo di Stato maggiore dell’Armata Popolare Jugoslava (JNA); Borisav Jović, membro serbo della Presidenza; e Slobodan Milošević, presidente della Serbia.

Nessuno di loro fu mai condannato per i crimini commessi durante le guerre jugoslave. Milošević fu l’unico a essere processato all’Aia, e morì nel 2006 prima del verdetto; diversi altri non furono nemmeno incriminati. Una responsabilità politica non equivale a una responsabilità penale accertata, ma per capire come nacque la guerra in Bosnia-Erzegovina non bastano i due uomini che la condussero sul terreno, Radovan Karadžić e Ratko Mladić.

La macchina militare di Belgrado

Il diario di Borisav Jović, pubblicato nel 1995 con il titolo Poslednji dani SFRJ (Gli ultimi giorni della SFRJ), resta tra le fonti principali per ricostruire la trasformazione della JNA. Jović racconta di un incontro riservato convocato d’intesa con Milošević, al quale parteciparono anche il ministro della Difesa Veljko Kadijević e il generale Adžić.

Al centro c’era un problema pratico. Far operare la JNA senza la legittimazione della Presidenza collegiale, ormai paralizzata dai contrasti tra le repubbliche. Da lì, secondo Jović, si cominciò a piegare l’apparato militare federale agli obiettivi politici della leadership serba.

Il secondo passaggio riguardava direttamente la Bosnia. Jović scrive che lui e Milošević temevano che, dopo il riconoscimento internazionale dell’indipendenza bosniaca, la presenza della JNA sul territorio venisse letta come aggressione esterna. La soluzione fu ritirare in Serbia e Montenegro i militari originari di quelle repubbliche e lasciare sul posto ufficiali e soldati serbo-bosniaci, insieme a gran parte delle armi, dell’equipaggiamento e delle strutture.

Il 4 maggio 1992 la Presidenza jugoslava ordinò il ritiro dalla Bosnia, completato entro il 19. Otto giorni dopo l’ordine nasceva l’Esercito della Republika Srpska, il VRS, affidato a Mladić.

Formalmente la JNA aveva lasciato la Bosnia. In pratica una parte consistente del suo apparato era rimasta. Uomini, armi, equipaggiamenti e catene di comando continuarono a legare le forze serbo-bosniache agli apparati militari e politici di Belgrado.

Preparare la guerra

Il terreno era stato preparato prima. Le ricostruzioni di quella fase indicano il cosiddetto Piano RAM, nome con cui si designano le attività di pianificazione e armamento clandestino delle strutture serbe in Croazia e in Bosnia-Erzegovina in vista del conflitto. Non tutti gli storici sono concordi sull’esistenza di un piano unitario, ma le attività di armamento clandestino sono ben documentate. Tra i responsabili militari figurano Adžić e Aleksandar Vasiljević, capo del controspionaggio della JNA. Quest’ultimo, anni dopo, ha deposto come testimone dell’accusa al Milošević.

Tra le oltre duecento intercettazioni prodotte al processo Milošević all’Aia ce n’è una in cui Karadžić viene sollecitato a contattare il generale Nikola Uzelac, al comando del corpo d’armata di Banja Luka, con riferimento a un accordo preso al livello più alto: le armi sarebbero arrivate da lì. È un elemento utile a ricostruire il coinvolgimento della leadership serba, anche se non basta, da solo, a fondare una responsabilità penale individuale.

Gli atti d’accusa dell’ICTY contro Radovan Karadžić descrivono lo stesso rapporto operativo: forze serbo-bosniache, Partito Democratico Serbo e istituzioni della Republika Srpska da un lato, forze provenienti da Serbia e Montenegro dall’altro.

La documentazione sui rapporti tra Belgrado, la JNA e le strutture politico-militari serbo-bosniache è considerevole.

La violenza come progetto territoriale

Nel 1991 la Bosnia era la repubblica più composita della Jugoslavia. Il 43% della popolazione si dichiarava musulmana, il 31% serba, il 17% croata; il 5,5 % si registrava come jugoslavo. Non esisteva una separazione territoriale netta. Serbi, e croati vivevano gli uni accanto agli altri, spesso negli stessi comuni e negli stessi quartieri.

Nella primavera del 1992 quella composizione diventò essa stessa un obiettivo di guerra. Le forze serbo-bosniache, con l’apparato ereditato dalla JNA e con le formazioni paramilitari serbe – le milizie di Željko Ražnatović, detto Arkan, e quelle legate a Vojislav Šešelj – avviarono una conquista territoriale accompagnata dalla persecuzione e dal trasferimento forzato della popolazione non serba.

Espulsioni e deportazioni, esecuzioni, campi di detenzione, sessuali, distruzione del religioso, assedi prolungati. Sarajevo restò accerchiata quasi quattro anni. La Biblioteca Nazionale bruciò nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992. Nel corso della guerra furono distrutte o gravemente danneggiate oltre mille moschee.

Quando “pulizia etnica” non basta

“Pulizia etnica” non è un crimine autonomo nel diritto penale internazionale. L’espressione si impose durante le guerre jugoslave per descrivere le campagne volte a rimuovere una popolazione da un territorio con espulsioni, deportazioni, persecuzioni, violenze e uccisioni.

La giornalista bosniaca Nidžara Ahmetašević ne ha ricostruito l’origine politica. Sostiene che Milošević usò il termine già nel 1987 a proposito del Kosovo e che si diffuse a partire dal 1991, e che deriverebbe dall’uso militare di čišćenje, “pulizia”, riferito alla bonifica di un territorio conquistato. La datazione è discussa, perché l’espressione circolava nella stampa serba anche prima. Il punto di Ahmetašević però regge. Il termine nasce dal lessico di chi lo praticava.

Il genocidio è definito dalla Convenzione delle del 1948, che impegna gli Stati firmatari a prevenirlo e a punirlo. Non è un obbligo di intervento armato. La Convenzione prevede che gli Stati si rivolgano agli organi delle Nazioni Unite, e la lo ha interpretato come dovere di impiegare i mezzi ragionevolmente disponibili. Richiede però la prova di un intento specifico: distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

Quella soglia ha pesato sul caso jugoslavo. Nelle sentenze su Bosnia-Erzegovina (2007) e Croazia (2015) la Corte ha preteso la prova dell’intento specifico e ha riconosciuto il genocidio soltanto a Srebrenica, senza estendere la qualificazione al resto del territorio bosniaco.

La Corte, però, non ha assolto Belgrado. Ha stabilito che la Serbia aveva violato la Convenzione due volte: non aveva prevenuto il genocidio di Srebrenica, pur avendo influenza sui serbo-bosniaci, e non lo aveva punito, perché non aveva consegnato all’ICTY l’uomo morto il 27 agosto all’Aia. Quel punto del dispositivo, approvato con quattordici voti contro uno, porta il nome di Ratko Mladić.

Su questa dottrina si concentra la critica principale rivolta alla Corte. Per Gregory H. Stanton, fondatore di Genocide Watch, i giudici hanno adottato quello che lui chiama un test dell’unico intento, seguendo l’interpretazione del giurista William Schabas. Se accanto alla distruzione del gruppo esiste un altro obiettivo – la conquista di un territorio, l’espulsione di una popolazione – l’intento genocida decade.

È come sostenere che un rapinatore che spara e uccide non possa essere processato per omicidio perché voleva anche derubare la vittima. Le azioni, osserva Stanton, hanno quasi sempre più di un movente. A maggior ragione quelle degli Stati, che possono perseguire insieme obiettivi territoriali, politici e demografici.

“Pulizia etnica” e “genocidio” possono riferirsi agli stessi fatti materiali e produrre conseguenze giuridiche opposte. La documentazione giudiziaria ha accertato persecuzioni, deportazioni, omicidi e violenze sistematiche in decine di municipalità, da Prijedor a Zvornik a Foča. La qualificazione di genocidio si è fermata a Srebrenica.

Embargo, pace e spartizione

L’atteggiamento occidentale fu contraddittorio fin dall’inizio. Il Piano Vance, negoziato per la Croazia, consentì il trasferimento in Bosnia di parte dell’arsenale pesante della JNA proprio mentre si moltiplicavano i segnali di un attacco imminente. L’embargo sulle armi imposto all’intera Jugoslavia con la risoluzione 713 del settembre 1991 rimase in vigore anche dopo il riconoscimento della Bosnia-Erzegovina come Stato sovrano, lasciando Sarajevo in inferiorità militare di fronte a chi aveva ereditato l’arsenale federale.

Le zone sicure istituite dalle Nazioni Unite nel 1993 – Srebrenica, poi Sarajevo, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać – furono imposte senza il consenso delle parti e non vennero mai demilitarizzate. Il Segretario generale chiese 34.000 soldati per tenerle; il Consiglio di sicurezza ne autorizzò 7.600. I comandanti sul terreno esclusero il ricorso alla forza aerea.

Solo nell’estate del 1995, quando l’esercito bosniaco e le forze croate cambiarono gli equilibri sul terreno e le forze serbo-bosniache apparvero per la prima volta minacciate, gli Stati Uniti intervennero direttamente. L’operazione Deliberate Force, avviata il 30 agosto 1995, spezzò lo stallo e aprì la strada ai negoziati.

L’Accordo di Dayton, firmato nel dicembre 1995, fermò la guerra e ne consolidò gli effetti territoriali. La Republika Srpska – proclamata il 9 gennaio 1992, prima ancora che il conflitto cominciasse, e consolidata durante la guerra attraverso espulsioni e persecuzioni – ottenne il 49 per cento del territorio, con competenze proprie, polizia e sistema educativo autonomo. Sopra le due entità venne costruita un’architettura statale fondata sulla divisione del potere e sui tre popoli costitutivi. Il ritorno di profughi e sfollati rimase molto più difficile nelle aree controllate dalla Republika Srpska, e la demografia prodotta dalle deportazioni finì in parte istituzionalizzata.

Trent’anni dopo, la stessa frattura

Karadžić e Mladić furono incriminati dall’ICTY già nel luglio 1995, mentre la guerra era ancora in corso. Restarono liberi per anni: Karadžić fu arrestato nel 2008, Mladić nel 2011, protetto da reti militari e di sicurezza serbe. Nel frattempo la Serbia veniva condannata dalla Corte dell’Aia proprio per non averlo consegnato.

Se gli Stati Uniti crearono le condizioni per Dayton, furono le istituzioni europee a ereditarne la manutenzione. L’Ufficio dell’Alto Rappresentante divenne lo strumento principale, e la prospettiva dell’adesione all’Unione la leva politica. La leva si è consumata. La Bosnia è formalmente candidata e politicamente bloccata.

Milorad Dodik ha messo in discussione per anni le competenze delle istituzioni centrali e l’autorità dell’Alto Rappresentante Christian Schmidt, minacciando il trasferimento delle competenze statali all’entità serba e la secessione. Nel 2025 il Tribunale della Bosnia-Erzegovina lo ha condannato a un anno di carcere, poi commutato in pena pecuniaria, e a sei anni di interdizione dai pubblici uffici per aver disatteso le decisioni di Schmidt. In agosto la Commissione elettorale centrale gli ha revocato il mandato di presidente.

La rimozione ha cambiato poco. Dopo un interim affidato alla sua collaboratrice Ana Trišić-Babić, le elezioni anticipate del 23 novembre 2025 – ripetute l’8 febbraio 2026 in centotrentasei seggi per irregolarità – hanno portato alla presidenza Siniša Karan, ex ministro degli Interni ed espressione diretta di Dodik, che resta a capo dell’SNSD. Karan firma gli atti; le decisioni restano dove erano. Le elezioni generali sono in programma a ottobre.

Poche settimane prima di quel voto aveva revocato le sanzioni imposte a Dodik e alla sua cerchia nel 2017; anche Karan, sanzionato dal gennaio precedente, ne ha beneficiato. È un rovesciamento della politica americana che ha allarmato le cancellerie europee, perché toglie pressione a una leadership che contesta l’architettura di Dayton. La Republika Srpska mantiene rapporti stretti con Mosca, e Budapest sostiene Dodik apertamente.

Per chi è tornato a vivere nei luoghi da cui era stato espulso, tutto questo non è geopolitica. Nel maggio 2025, mentre Dodik minacciava un referedum sulla secessione, i cronisti di BIRN sono andati a parlare con i rientrati della Republika Srpska. A Banja Luka, Safet Isic, pensionato bosgnacco, ha raccontato di evitare la strada che passa davanti alla presidenza dell’entità e di aver ricominciato a pensare che potrebbe dover rifare le valigie. 

Trent’anni dopo, la Bosnia-Erzegovina rimane uno Stato la cui sovranità è garantita da un accordo internazionale e la cui architettura istituzionale è sotto pressione dall’interno e dall’esterno. La Republika Srpska non è più l’entità nata nel pieno della guerra. È una struttura riconosciuta dall’ordinamento di Dayton. Una parte dell’assetto territoriale creato dalla guerra è diventata componente permanente dello Stato nato dalla pace.

È lì che la Bosnia continua a vivere.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

Crediti foto: Wikimedia Commons

Autore

  • Alice Luta

    Albanese naturalizzata italiana. Quando sono nata le truffe piramidali sono esplose e le gang controllavano le strade di accesso alle città. Poi sono venuta con la mia famiglia nel Pavese e tutto sommato ho rivalutato quel periodo. Appassionata di relazioni internazionali, seguo con particolare interesse le evoluzioni politiche e sociali dei Paesi balcanici e il loro rapporto con l'Europa.

Resta in contatto

Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo smartphone.

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Lascia una risposta