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Da un’intervista di Alexandra Ocasio Cortez ad ABC nelle scorse settimane, fino a un intervento del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte su Repubblica, è nato nella seconda metà di agosto un frammentario ma interessante dibattito sul senso delle lotte e delle idee raccolte in un termine contenitore come “woke”. La direttrice di Kritica Federica D’Alessio è intervenuta con uno speciale della sua newsletter “Ci stiamo sbagliando, ragazzi”, e qui pubblichiamo l’interessante lettera ricevuta dal nostro lettore e sostenitore Franco Fiordellisi, da tanti anni militante sindacale nel territorio campano.
Aprire gli occhi sulle ingiustizie sociali
Negli ultimi tempi, il dibattito italiano sul cosiddetto woke ha assunto sempre più i contorni di una guerra culturale importata. Da un lato, chi lo bolla come una deriva moralista e identitaria, dimenticando che il nostro stesso tessuto sociale è attraversato da violenze coloniali, sfruttamento capitalistico e profonde disuguaglianze. Dall’altro, chi lo abbraccia in modo acritico, rischiando di perdere di vista la materialità delle lotte.
In mezzo rimane il vuoto di un pensiero critico capace di tenere insieme anticapitalismo, ecologismo e decolonialità, senza trasformarli in parole d’ordine separate o in slogan identitari: qui l’utilità del pensiero di Giordano Bruno.
Ma una via d’uscita esiste, ed è tutta interna alla nostra storia sociale, politica ed ai nostri territori.
Perché, se vogliamo davvero “camminare in equilibrio”, come suggerisce Percival Everett in James [il romanzo che ripercorre la storia di Huckleberry Finn dal punto di vista dello schiavo James, ndr], camminare lungo un sentiero in cui il punto di vista dell’oppresso non cancella la cultura occidentale ma la rilegge dal basso, dobbiamo avere il coraggio di partire da ciò che abbiamo sotto gli occhi.
Decolonizzare lo sguardo sul nostro Sud
In questo quadro, è utile leggere il nostro stesso Sud come colonia interna, e i migranti come specchio della vicenda meridionale. Troppo spesso il Mezzogiorno viene ancora raccontato mettendo al centro una questione di arretratezza, come se il suo divario fosse una condizione naturale e non il prodotto di precise scelte economiche, politiche e sociali.
Il Sud è stato, ed è ancora, uno dei grandi laboratori dello sfruttamento estrattivo italiano: latifondo, emigrazione forzata, mancata trasformazione agraria, industrializzazione diseguale, spoliazione delle risorse, colonizzazione energetica e progressiva marginalizzazione di interi territori.
Per questo i migranti che oggi arrivano sulle nostre coste non sono una presenza estranea alla nostra storia. Sono, anche, il continuum storico di quei meridionali che tra Ottocento e Novecento partivano verso le Americhe, il Nord Europa e le grandi aree industriali del Nord Italia.
Non è un paragone da utilizzare per costruire una retorica del “siamo stati tutti migranti”. È qualcosa di più profondo: è il riconoscimento di una comune condizione di subordinazione dentro un mercato del lavoro che, ieri come oggi, tende a utilizzare la mobilità, la povertà e la vulnerabilità per comprimere diritti e salari.
Oggi, nel nostro settore agroalimentare, nei campi del Lazio meridionale, della Campania, della Basilicata, della Calabria e della Puglia, il lavoro dei migranti tiene in piedi una parte essenziale dell’economia. E troppo spesso questo lavoro è sottoposto al caporalato, alla precarietà, alla ricattabilità, a condizioni abitative indegne e a salari insufficienti, come da tempo denunciano i sindacalisti della FLAI CGIL e le associazioni impegnate contro lo sfruttamento e per una cultura dell’accoglienza e della solidarietà, come Ya Basta Restiamo Umani.
Partire da qui, dal Sud e dai migranti, dalla nuova e vera questione meridionale, non è un atto di pietismo. È un atto di chiarezza politica.
Significa riconoscere che la lotta per l’acqua pubblica, per la casa, per i servizi essenziali, contro i ghetti e contro i Centri di permanenza per il rimpatrio, contro lo sfruttamento del lavoro e contro il caporalato appartiene alla stessa battaglia: quella per sottrarre beni comuni, lavoro e vita alla logica del profitto.
Significa dire ai lavoratori italiani che il bracciante nigeriano o bengalese, così come il “lavapiatti” nella ristorazione o il lavoratore della logistica, non è un concorrente. È un possibile alleato.
Perché le mafie, il caporalato e gli imprenditori disonesti utilizzano gli stessi strumenti per tenere sotto ricatto italiani e migranti: salari bassi, precarietà, paura, ricattabilità, assenza di diritti.
L’esempio del territorio nolano
Nel Vesuviano interno, nel Nolano e nelle aree interne (i luoghi da cui scrivo) la questione meridionale prende forme diverse ed articolate.
Questa consapevolezza deve entrare anche nei nostri territori, senza separare le grandi aree urbane e metropolitane dalle Aree interne.
Il Nolano, con la sua forte presenza logistica, commerciale, agroalimentare e manifatturiera, rappresenta uno dei luoghi nei quali è possibile leggere con particolare evidenza le trasformazioni del lavoro contemporaneo: grandi piattaforme logistiche, appalti e subappalti, cooperative, lavoro migrante, turnazioni, precarietà e frammentazione della rappresentanza.
Dall’altra parte, nelle Aree interne, la stessa crisi assume forme differenti: spopolamento, invecchiamento, servizi che arretrano, trasporti insufficienti, lavoro che manca, giovani costretti a partire e territori sottoposti a una crescente marginalizzazione.
Sembrano due realtà lontane. Invece sono due facce della stessa trasformazione.
La nuova questione meridionale deve tenere insieme questi mondi.
Nola e le Aree interne possono diventare, proprio per questo, due luoghi di sperimentazione di una nuova idea di sindacato e di politica territoriale: capace di leggere le filiere, di organizzare il lavoro frammentato, di difendere i servizi pubblici, di contrastare il consumo di suolo e lo sfruttamento ambientale, di costruire alleanze tra chi vive condizioni diverse ma subisce lo stesso modello economico.
La sfida è nei luoghi di lavoro, parcellizzati e frammentati. Ecco perché il pensiero critico, se resta nei salotti, nei circoli intellettuali o soltanto nelle sedi, non cambia la realtà.
La posta in gioco è portare questa visione dentro le fabbriche, nei capannoni, nei magazzini, nei campi, nei supermercati, nei ristoranti, nei servizi e nelle piattaforme della logistica.
I sindacati confederali restano presidi fondamentali della democrazia sociale, ma devono fare i conti con una trasformazione profonda del lavoro. Troppo spesso il lavoratore viene ancora rappresentato come figura astratta, stabile, facilmente raggiungibile attraverso i tradizionali luoghi della rappresentanza.
Ma il lavoro vivo è ormai anche povero, precario, stagionale, intermittente, migrante, femminile, giovanile e meridionale.
La sfida, quindi, che abbiamo accolto ma che con più forza portare avanti è:
● Rifiutare la ghettizzazione, portando le condizioni dei braccianti, dei precari e dei migranti al centro delle assemblee generali, come questione di salario, sicurezza e dignità per tutti.
● Ripoliticizzare il conflitto, spiegando che delocalizzazioni, esternalizzazioni e trasferimento dei profitti delle multinazionali minacciano il posto di lavoro di tutti, non del collega straniero.
Tutto questo, però, non basta se non diventa anche una visione culturale. La musica, il teatro, il cinema, la letteratura, la scuola devono raccontare che l’ibridazione non è una minaccia alla nostra identità: è la nostra storia.
Dalla Sicilia araba e normanna alla Puglia grecanica, dalla stratificazione mediterranea delle nostre città fino alle migrazioni interne del Novecento, l’identità italiana è sempre stata il risultato di incontri, conflitti, contaminazioni e trasformazioni.
Il nuovo italiano non è semplicemente colui che “accoglie” lo straniero. È chi scopre di essere, da sempre, un po’ straniero a sé stesso. Per questo dobbiamo tornare a leggere e discutere Alessandro Leogrande, Vito Teti, Antonio Gramsci, Rocco Scotellaro, Marco Gatto e quella parte della cultura meridionalista e sociale che ha saputo leggere il Sud non come periferia passiva, ma come luogo nel quale si concentrano contraddizioni decisive della modernità italiana.
È qui che si gioca l’egemonia, nel senso gramsciano: non nell’imposizione di una dottrina, ma nella capacità di trasformare una visione del mondo in senso comune, renderla desiderabile, concreta, praticabile.
La prova del fuoco sarà la partecipazione locale
L’ultimo passo, il più difficile, è la partecipazione attiva e localizzata. Non servono soltanto manifesti. Servono azioni concrete. Cooperative agricole miste che si ribellano al caporalato. Comunità energetiche capaci di restituire potere ai territori. Presidi sociali e sindacali nei luoghi dove lo sfruttamento è più duro. Reti tra comuni, associazioni, sindacati e cittadini. Nuove forme di mutualismo. Spazi di partecipazione per chi oggi non ha voce.
E serve un sindacato capace di stare dove il lavoro realmente esiste, anche quando non ha più la forma tradizionale della fabbrica. Perché una politica che non riesce a trasformare la vita quotidiana rimane soltanto dichiarazione. Se questa visione non produce pane, salario, diritti, salute, casa, istruzione e giustizia, alla fine muore.
Non woke, non anti-woke: una politica della trasformazione
Il nostro compito è smettere di subire il dibattito culturale importato dagli Stati Uniti e costruire un pensiero critico autenticamente italiano e, proprio per questo, capace di essere universale.
Un pensiero che parta dalle ferite del Sud e dalle lotte dei migranti, attraversi i luoghi di lavoro e il sindacato, entri nelle Aree interne e nelle periferie urbane, nei campi e nei capannoni, nelle scuole e nei territori, fino a ridisegnare la nostra stessa idea di comunità.
Non si tratta di essere “woke” o “anti-woke”. Si tratta di essere, contemporaneamente, anticolonialisti, anticapitalisti, ecologisti e socialisti. Non come identità da esibire, ma come pratica politica. Nello stesso tempo. Nello stesso posto.
E cominciando in una piazza, in un’assemblea, in un capannone, in un campo, in un comune, nelle Aree interne, nel Nolano. Con un gesto concreto di solidarietà e di lotta. Perché il pensiero che non si fa carne è soltanto un’altra distrazione.
© Kritica – Riproduzione consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio
CREDITI FOTO: Ya Basta Restiamo Umani – Facebook


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