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Una vecchia televisione a tubo catodico trasmette sullo schermo la locandina di “Rajeiin” (“Torneremo”), l’invito allo spettacolo in programma per la serata. I più piccoli si affollano intorno alla macchina del popcorn, mentre gli adulti li osservano fumando la shisha sulle poltrone all’ingresso. I ragazzini si rincorrono tra vecchie locandine di film, bobine di pellicola e oggetti di scena. Potrebbe sembrare un cinema qualunque, se non fosse per i materassi accatastati in fondo alla sala e gli stendibiancheria colmi di panni.

È il Cinéma Colisée, una delle sale cinematografiche più antiche di Beirut, situata nel quartiere di Hamra. Da quando lo Stato di Israele ha deciso di invadere nuovamente il Libano bombardando il sud del Paese, si contano più di un milione di sfollati. Il coprifuoco entrato in vigore alla fine delle incursioni del 2024 non ha mai funzionato: i bombardamenti sono proseguiti costantemente fino alla nuova invasione del 2026. Dall’inizio dell’aggressione, oltre un milione di persone ha dovuto abbandonare case e averi per il timore di diventare l’ennesima vittima di attacchi indiscriminati.

La popolazione in fuga proviene soprattutto dal sud del Paese, ma anche dalla Valle della Beqaa e dai quartieri sciiti della capitale. Chi scappa dai villaggi invasi del sud si dirige verso Tiro, la città più vicina; chi arriva dalla Beqaa o dai quartieri sciiti di Beirut, presi di mira costantemente dall’esercito israeliano, si sposta invece verso il centro cittadino o verso Tripoli.

Nonostante l’enorme campo profughi allestito all’interno dello stadio Chamoun — lo stesso che appena un anno prima aveva ospitato il funerale del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah — e le diverse scuole che hanno aperto le porte alla popolazione in fuga, i posti restano insufficienti. Molti trovano riparo nelle proprie auto nella zona del porto o in tende di fortuna addossate al quartiere di Dahieh.

Il teatro come cura

È in questo contesto che l’attore e regista libanese Kassem Istanbouli ha deciso di aprire le porte del suo Cinéma Colisée. La struttura non si è trasformata solo in un rifugio per gli sfollati, ma anche in uno spazio in cui Istanbouli conduce giornalmente sessioni di psicodramma. Bambini, adolescenti e adulti portano sul palco i propri traumi, cercando di affrontarli ed esorcizzarli attraverso la recitazione.

© Giovanni Spreafico

È proprio dai racconti degli ospiti che prende vita lo spettacolo “Rajeiin”. L’intento è quello di dare voce a chi è stato sradicato dalla propria terra. Episodi di violenza e perdita si trasformano così in un atto di resistenza culturale. Attraverso il teatro, Istanbouli tenta di offrire un’alternativa alla violenza che si respira costantemente nel Paese. In un Libano in cui le istituzioni appaiono immobili e impreparate, il suo lavoro prova a risanare le ferite di una comunità abbandonata al proprio destino.

Ad oggi, nonostante il cessate il fuoco in vigore tra i due Stati, gran parte del territorio rimane sotto l’occupazione israeliana e i villaggi del sud sono stati in larga misura distrutti. L’emergenza profughi, sebbene ridimensionata, è tuttora in atto; Kassem prosegue nella sua impresa di aiutare chi ha perso ogni cosa, continuando ad accogliere nuove famiglie al Colisée e mettendo in scena spettacoli incentrati sui traumi e le sofferenze di chi è stato travolto dal conflitto.

© Giovanni Spreafico

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CREDITI FOTO: © Giovanni Spreafico/Kritica – Tutti i diritti riservati.

Autore

  • Fotoreporter freelance, cresce a Lecco dove fin da giovane inizia ad interessarsi di fotografia documentaristica e di viaggio. Questo lo porta ad esporre le sue fotografie a diversi eventi e al Photofestival di Milano del 2015. Entra nel 2022 nello studio di Cesura come assistente e all’interno di questo ambiente lavora a fianco di diversi fotografi e sviluppa il suo linguaggio fotografico. Negli anni successivi entra a far parte dell’agenzia americana Zuma press e pubblica per diverse testate come Rolling Stone, InsideOver e VD News.

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