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Da un’intervista di Alexandra Ocasio Cortez ad ABC nelle scorse settimane, fino a un intervento del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte su Repubblica, è nato nella seconda metà di agosto un frammentario ma interessante dibattito sul senso delle lotte e delle idee raccolte in un termine contenitore come “woke”. La direttrice di Kritica Federica D’Alessio è intervenuta con uno speciale della sua newsletter “Ci stiamo sbagliando, ragazzi”.
Abbiamo pubblicato l’interessante lettera ricevuta dal nostro lettore e sostenitore Franco Fiordellisi, da tanti anni militante sindacale nel territorio campano, e qui pubblichiamo un lungo intervento di Antonella Bundu, leader di “Sinistra Progetto Comune”.
Stay Woke 2.0 – Non c’è diritto sociale senza diritto civile
Nel novembre del 2024, subito dopo le elezioni americane, scrivevo che volevo tenere il punto. Tutti cercavano di spiegare perché avesse vinto Trump. Gli analisti di mestiere e quelli denoantri prendevano il voto americano, lo smontavano, lo stiravano, lo adattavano all’Italia, alla Toscana, a Firenze. E alla fine la spiegazione sembrava sempre la stessa: la Sinistra aveva parlato troppo di identità, troppo di discriminazioni, troppo di minoranze, troppo di diritti. “Basta con il woke”. Bisogna tornare alla gggente vera, all’America reale, all’Italia reale, alla Toscana reale, a Firenze reale.
Era stato tradotto da: non perdiamo tempo con i diritti civili, parliamo di cose tangibili, reali.
Era passato un secolo dal primo utilizzo della parola WOKE da parte degli afrodiscendenti e un decennio dall’uccisione di Michael Brown.
Il termine woke si era allargato, disprezzato da alcuni e deriso da altri.
Geneaologia del termine woke
La parola woke, nata nella comunità afrodiscendente per descrivere la consapevolezza delle ingiustizie razziali, è stata presa e usata fuori dal suo contesto originale. Usata in contesti e comunità diverse, ha fatto perdere il significato originario delle parole, ma non è arrivata a cancellare o rendere incomprensibili concetti importanti per le comunità prima afrodiscendenti, razzializzate e poi allargate alle classi e alle categorie.
“Torniamo a parlare di cose vere…” Come se chi subisce una discriminazione non fosse gente reale. Come se il lavoratore nero che non viene assunto in quanto nero e la lavoratrice che non arriva alla fine del mese non fossero persone reali. Come se la donna che non riesce a pagare l’affitto fosse una questione sociale e la donna che viene discriminata sul lavoro perché è donna fosse una questione identitaria. Come se il migrante che lavora per quattro euro l’ora fosse prima un problema di immigrazione e solo dopo, eventualmente, un lavoratore. Come se fosse possibile separare le persone dalle condizioni nelle quali vivono.
E allora avevo scritto: Stay Woke. Stai accorta. Stai attenta. Non dormire davanti all’ingiustizia.
L’espressione Stay Woke appartiene agli afroamericani e indica, letteralmente, l’essere svegli, vigili, consapevoli. Forse parte da prima, mentre l’espressione Stay woke è documentata in modo particolarmente noto negli anni Trenta. Nel 1931, in Alabama, nove ragazzi e giovani uomini neri vennero falsamente accusati di aver violentato due donne bianche. È la vicenda degli Scottsboro Boys. Nel 1938 Lead Belly registrò la canzone Scottsboro Boys e, parlando della vicenda, ammoniva chi attraversava l’Alabama a stare attento: stay woke, keep your eyes open.
Stai attento alla polizia, alla giustizia, alla violenza, alle accuse costruite contro di te, al fatto che in quel sistema il tuo essere nero poteva trasformarsi in una condizione di pericolo. Stay woke nasce dentro una comunità per la quale essere consapevole era necessario e vitale (letteralmente).
Una recente intervista a un noto filosofo di sinistra titola: La sinistra riparta da Karl Marx e lasci andare il woke. Non abbiamo mai smesso di parlare di Marx.
Abbiamo continuato a parlare di classe, di sfruttamento, di capitalismo, di lavoro povero, di salario, di proprietà, di disuguaglianza. Ma abbiamo anche continuato a parlare di colonialismo, di razzismo, di patriarcato, di genere, di cittadinanza, di migrazioni, di disabilità, di diritti civili. Non sono mondi alternativi. Sono rapporti di potere che si incontrano nella vita delle persone. Il woke parte proprio da questo: essere consapevoli di ciò che il potere produce anche quando il potere pretende di presentarsi come neutrale.
E questa consapevolezza attraversa tutta la storia delle lotte nere americane.
Passa per il movimento per i diritti civili, per il Black Power, per le Black Panthers, per Angela Davis, per Malcolm X, per la rivendicazione di quel Black is Beautiful. Passa dai capelli, dall’afro, dai dreadlocks.
Quando nel 2014 esplosero le proteste di Ferguson dopo l’uccisione di Michael Brown, Stay Woke tornò a circolare con una forza enorme e diventò uno degli slogan della nuova mobilitazione contro la violenza della polizia.
Black Lives Matter nasce dalla constatazione che le persone che venivano colpite da una determinata forma di violenza dello Stato erano soprattutto persone nere, afrodiscendenti,o più in generale, persone razzializzate.
Gli anni di Black Lives Matter e Defund the Police
Poi nel 2020, a Seattle, durante le proteste di Black Lives Matter, nasce la Capitol Hill Autonomous Zone, poi La Capitol Hill Organized Protest CHOP, mentre la polizia si ritira dalla zona. La sindaca Jenny Durkan si trova a governare quella situazione, dentro un movimento che chiede anche di ridurre il ruolo e i finanziamenti della polizia e di destinare risorse alle comunità.
Defund the Police! (quello del “Woke 1” che era “crazy”, con cui Alexandria Ocasio Cortez ha aperto il dibattito)
Non si tratta solo di stabilire se il Woke 1.0 con la richiesta Defund the Police fosse giusto o sbagliato. È capire la domanda che c’era dentro: che cosa intendiamo quando diciamo sicurezza?
Perché se dico più welfare, più sanità, più scuola, più casa, ma non guardo chi viene maggiormente colpito dalla repressione, sto ancora ragionando soltanto in termini di classe. Il woke nasce anche dalla consapevolezza che una misura apparentemente universale può produrre effetti molto diversi su persone diverse, perché razza, genere, cittadinanza e classe si sovrappongono. E nel caso di Black Lives Matter questo è evidente: le persone che subiscono in modo sproporzionato determinate forme di controllo e di violenza sono persone nere, afrodiscendenti, brown e, più in generale, persone razzializzate.
E allora Defund the Police non significa semplicemente spostare una voce da un bilancio all’altro, togliere soldi alla polizia per metterli nel welfare. Significa anche chiedersi chi viene protetto e chi viene controllato, chi beneficia delle politiche pubbliche e chi, invece, quando mancano quelle politiche, finisce più facilmente dentro i meccanismi della repressione.
Woke. Perché se quei soldi che non metto nel welfare li metto nella repressione, non sto semplicemente togliendo risorse a tutte e tutti. Sto aumentando il controllo proprio sulle persone che già si trovano ai margini. E allora il problema non è soltanto: meno soldi alla sanità, più soldi alla polizia. È capire che diritti sociali e diritti civili devono andare insieme, altrimenti i diritti sociali rischiano di essere davvero universali soltanto sulla carta, mentre nella pratica alcune persone continueranno a essere più esposte al controllo, alla discriminazione e alla violenza dello Stato.
Stay woke. Stai sveglio, perché una politica che sembra universale può non esserlo affatto.
È anche da qui che arriva lo stay woke: stai sveglio, stai attento, guarda chi rischia di essere lasciato indietro e guarda chi, in nome della sicurezza, finisce per essere considerato il problema.
Stay woke. Stai sveglio, perché una politica che sembra universale può non esserlo affatto. Da lì il concetto si allarga.
La consapevolezza della profilazione e poi discriminazione razziale si intreccia con quella di genere, con i diritti delle persone LGBTQ+, con la disabilità, con la migrazione, con il colonialismo, con il cambiamento climatico, con le disuguaglianze economiche. È qui che la parola woke smette di essere soltanto una parola interna alle lotte nere e diventa una parola utilizzata per descrivere una più ampia consapevolezza delle disuguaglianze.
E naturalmente, quando una parola si allarga, può anche diventare per alcuni confusa e altri la vogliono far diventare tale. Ed è esattamente qui che oggi mi interessa il dibattito italiano.
“La sinistra riparta da Karl Marx e lasci andare il woke”. E penso: ma perché dovrei scegliere?
Leggo Marco Travaglio che racconta, direi a mo’ di presa per i fondelli, di Chiara Valerio “La Supervalériola”…la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio (…) se ci domandassero cosa ha imparato dal Woke non sapremmo cosa rispondere (…) riscaldamento globale, parità salariale, differenze di genere, migranti climatici, riarmo, intelligenza artificiale, ascesa delle destre, colonialismo, razzismo, povertà, smantellamento del sistema educativo pubblico, impoverimento delle classi lavoratrici, guerra… “ A quanto pare, nel mucchio, ci sarebbe anche l’aperitivo, almeno il sabato sera, ma quello lo lascerei stare”.
Il problema, semmai, è proprio capire perché quelle cose stanno insieme. Perché non è necessario che ogni cosa sia uguale alle altre perché siano collegate. Poi leggo il pezzo su Avvenire di Pasquale Ferrara e mi fermo sull’incipit: “Con l’emergere della contrapposizione tra cultura MAGA e un campo fumosamente e ideologicamente definito “woke”.”
Ecco, fumosamente e ideologicamente mi interessa. Perché “la cultura MAGA” viene lasciata lì, come qualcosa di riconoscibile, politicamente concreto, mentre “il woke” diventa fumoso e ideologico. Ma poi spiega quello che ha fatto il MAGA: il ritiro dagli accordi climatici, l’abbandono dell’OMS, lo smantellamento della cooperazione allo sviluppo, dei programmi culturali ed educativi, delle politiche di promozione umana, la rappresentazione dei migranti come parassiti e la loro candidatura alla remigrazione.
Sulla sua pagina social Gianni Cuperlo arriva a dire che Il Generale (Vannacci, ndr) ha superato il limite con il suo programma che prevede il divieto, dalle 6 alle 23, di mostrare persone gay nei programmi televisivi e che pensa che sia culturalmente e politicamente un criminale.
Ma con la remigrazione non avevamo già oltrepassato il limite? Non si era già candidato a essere, culturalmente e politicamente, un criminale?
Quando si comincia a immaginare di spedire in un altro Paese una persona, anche un connazionale, che magari quel Paese non l’ha mai visto perché non si è “assimilata”, dove la mandiamo? A Ventotene? In Congo (dove diversi, commentando i miei post, vorrebbero spedire anche me)? Dove? Saprei io a quale Paese spedire i remigrazionisti dei miei stivali.
Remigrazione. Zingaro. Maranza. ONG/Taxi di mare. Le parole e l’uso che se ne fanno: anche qua c’è un dibattito italiano sul woke e come rompe-le-balle. Alcune parole nascono male e finiscono peggio. Altre magari nascono bene o con un significato neutro e vengono sporcate dall’uso politico che se ne fa. ONG, per esempio, dopo anni di propaganda è diventata una parola zozza.
Taxi di mare. Remigrazione, che sembra quasi una parola tecnica, innocua, amministrativa, che si legge: Deportazione, Esilio, Confino…
Ed è proprio qui che, secondo me, la sinistra deve ricominciare a parlare.
Ma non nel senso che dobbiamo “scegliere finalmente tra Marx e il woke”. Non dobbiamo farci raccontare che, per tornare a parlare delle persone vere, dobbiamo smettere di parlare di diritti civili.
Una vera sinistra, quella che ha continuato a stare nelle fabbriche, nei quartieri, nei comitati, nei movimenti, nelle piazze, quella che non ha mai smesso di parlare di lavoro, salario, casa, sanità, scuola, sfruttamento, precarietà, non ha bisogno di essere riscoperta attraverso una contrapposizione artificiale con il woke.
Dobbiamo continuare a parlare di tutela del territorio, di politiche industriali, di cibo sano, di cura, di salari che non bastano, di lavoro povero, di affitti, di sanità pubblica, di scuola, di pensioni, di disuguaglianze, di chi non arriva alla fine del mese. Dobbiamo parlare di profitti, di chi li incassa e di chi invece paga il conto. Dobbiamo parlare di un sistema economico nel quale pochi continuano ad accumulare mentre sempre più persone vengono lasciate con le pezze al culo.
Ma dobbiamo farlo senza accettare l’idea che i diritti civili siano un lusso.
Perché non è così che funziona la vita delle persone.
Quando chi è nédidestranédisinistra rilascia interviste sul bisogno di combattere le diseguaglianze sociali e meno woke, deve sapere che senza quella componente non potrà redistribuire ricchezza, garantire salari dignitosi, difendere la sanità e la scuola pubblica, garantire il diritto alla casa, proteggere chi lavora e chi non riesce più a vivere dignitosamente.
Equità sociale significa anche chiedersi chi viene discriminato, chi viene controllato, chi viene escluso, chi ha meno possibilità di esercitare quei diritti sociali.
Perché io posso volere più sanità pubblica e contemporaneamente chiedermi perché alcune persone incontrino più ostacoli di altre nell’accedervi. Posso volere più case popolari e contemporaneamente chiedermi chi viene discriminato quando cerca una casa. Posso volere salari più alti e contemporaneamente chiedermi perché una parte dei lavoratori migranti sia più facilmente ricattabile, sfruttabile, invisibile. Posso volere più sicurezza sociale e contemporaneamente chiedermi chi viene fermato, perquisito, controllato, detenuto in nome della sicurezza.
Questa è politica sociale.
Marco Rizzo, l’autodefinitosi comunista di destra, quando ha cominciato a dare di balta, diceva: “I diritti civili? Una distrazione di massa.” Ma chi sta facendo profitti sulla pelle di chi lavora, quando decide di comprimere i salari, guarda il modo in cui una persona può essere resa più ricattabile. E quella ricattabilità può dipendere dalla classe, dalla cittadinanza, dal genere, dal permesso di soggiorno, dall’origine.
Non sono battaglie concorrenti. Sono la stessa battaglia vista da punti diversi.
Per questo possiamo anche smettere di chiamarlo woke 1, se la parola non ci piace più. Possiamo chiamarlo woke 2.0.
Ma non possiamo accettare l’idea che per tornare a parlare di classe dobbiamo smettere di parlare dei diritti civili E allora sì: torniamo a parlare di classe.
Parliamo di salari.
Parliamo di ambiente.
Parliamo di profitti.
Parliamo di casa.
Parliamo di sanità. Parliamo di scuola.
Parliamo di lavoro.
Parliamo di chi ha troppo e di chi ha troppo poco.
Parliamo di sicurezze.
Ma mentre ne parliamo, restiamo svegli.
Perché se non guardiamo anche chi viene discriminato, chi viene escluso, chi viene controllato e chi viene trasformato in un nemico, rischiamo di costruire una politica sociale universalistica soltanto nelle parole.
E allora: sicurezza per chi?
Ed è qui che torno alla parola sicurezze, con la E finale.
Perché se abbiamo capito che diritti sociali e diritti civili non possono essere separati, dobbiamo anche smettere di pensare alla sicurezza come a qualcosa che riguarda soltanto polizia, confini, carcere e armi.
In questi giorni per esempio, il governo torna a parlare del CPR in Lunigiana, nonostante le frane, gli allagamenti, le strade interrotte e nonostante il niet della Regione. L’emergenza, evidentemente, è costruire un centro per il trattenimento dei migranti. Nei CPR una persona può essere privata della libertà, detenuta e sedata, come ci raccontava l’altro giorno Sofri, fino a 18 mesi, senza aver commesso reati, ma in attesa di rimpatri che nella maggior parte dei casi non avverranno mai.
Vogliamo una rivoluzione non solo di fenicotteri.
A dicembre del 2024 ero in Albania, con il Network Against Migrant Detention, là, dove il governo italiano ha costruito il proprio sistema di CPR sul territorio albanese. E penso alle giuste proteste che durano da un paio di mesi, degli albanesi contro il progetto dell’isola che Jared Kushner vorrebbe trasformare in un resort di lusso.
“La terra è nostra, non si vende.” Giusto.
Sarebbe stato importante vedere quelle manifestazioni anche quando gli italiani hanno preso la terra per esternalizzare le frontiere, territorio italiano su terra albanese, spendere circa un miliardo in 5 anni per costruirci galere da 3000 posti. Quei posti che sono poi stati occupati dai cani. Vi ricordate i titoli di quei giorni?
“Dopo le prime cure mediche, sono stati portati all’interno del carcere, dove sono stati seguiti durante la convalescenza”: erano i cani randagi che gironzolavano nella zona… Eravamo in diversi in quei due giorni contro i CPR. Circa l’80 per cento di noi erano italiane e italiani arrivati da posti diversi: dal Nord-Est, con chi conosce la storia dei confini di Trieste, dal Sud che vive affacciato sul Mediterraneo. E c’erano anche alcune e alcuni greci, che della frontiera, dei campi e dei suicidi di bambini a Lesbo sanno purtroppo molto più di quanto vorrebbero e altre nazionalità oltre agli albanesi.
A un certo punto, per comunicare, qualcuno ha detto di usare l’italiano e non l’inglese, perché eravamo tanti e la lingua da usare non poteva essere l’inglese.
“È la lingua del colonizzatore.” E un’attivista albanese ha detto no alla lingua coloniale italiana. Ha ricordato l’Italia fascista e la colonizzazione dell’Albania.
Perché il nemico non era fuori. Era dentro.
E in questi giorni penso a ora che si sono svegliati (woke) gli albanesi, che sono scesi in piazza e ricordano che i loro padri e le loro madri erano quelli che arrivavano in Italia sui barconi stracolmi da respingere. È anche questo il punto del woke. Forse di quello 2.0.
Chiederci chi decide, chi occupa, chi viene spostato, chi viene trattenuto, chi può parlare e soprattutto come.
Sempre in questi giorni su la7 la giornalista Marianna Aprile rispondeva a FdI che le aveva contestato i dati forniti dal Viminale stesso – come i “migranti” arrivano di meno perché muoiono di più: in percentuale in mare, rispetto a chi riesce a fare la traversata; e come ne arrivano di meno sia perché vengono lasciati a morire nel deserto e trattenuti nei lager da quelli che noi italiani ed europei finanziamo per fare il nostro sporco lavoro. Libia e Tunisia e deserto del Sahara.
E spendiamo anche per la sicurezza contro quel migrante che ce l’ha fatta. E spendiamo per il Piano Mattei, che rischia di riproporre, sotto il nome della cooperazione, un vecchio rapporto: infrastrutture costruite in Africa per garantire a noi l’accesso alle sue risorse, mentre continuiamo a sfruttare combustibili fossili che noi bruciamo e che pagano tutti, con i profitti che finiscono nelle tasche di pochi.Il punto, allora, non è se vogliamo sicurezza. È quale sicurezza scegliamo di finanziare.
E questa stessa domanda torna quando parliamo di riarmo.
Ci dicono che l’Europa deve spendere di più per la difesa, fino ad arrivare alla nuova soglia del 5 per cento del PIL richiesta dalla NATO. Ci viene ripetuto che non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per la casa, per la manutenzione del territorio. Poi, quando si parla di armi, i soldi si trovano. Quando a 16 anni, nella classe di Economics alla Lebanese International School, studiavamo Keynes, mi era rimasta impressa l’immagine delle bottiglie piene di banconote, sepolte in una miniera e poi disseppellite. Una spesa apparentemente assurda, ma capace di rimettere in moto un’economia capitalista. E Keynes aggiungeva: certo, sarebbe stato molto meglio costruire case.
Perché anche volendo semplicemente far funzionare meglio questo sistema, senza volerlo ribaltare, non dovrebbe bastare chiedersi se una spesa crea lavoro e fa crescere l’economia. Bisognerebbe chiedersi che cosa produce, per chi lo produce, chi ci guadagna e quale società costruisce.
Perhcé possiamo spendere soldi pubblici per rimettere in moto l’economia, costruire case, scuole, ospedali, mettere in sicurezza un territorio. Oppure produrre armi.
In entrambi i casi si crea lavoro, salari, profitti, commesse.
Ma non stiamo producendo la stessa società. Non dovrebbe interessarci soltanto che l’economia funzioni, ma per chi funziona, chi incassa e cosa lascia dietro di sé. Come il riarmo.
Deumanizzazione e a cosa serve
Prima serve il nemico. E prima ancora, la sua disumanizzazione. Deve diventare un invasore, un terrorista, una minaccia, un clandestino. Qualcuno la cui morte possa essere raccontata come necessaria o inevitabile o come prezzo da pagare per la sicurezza.
La IDF — la I sta per Israele, la F per Forze, la D per Difesa – Difesa? Difesa di che? Dai sassi contro i carri armati? Per quale motivo ci hanno tenuto, noi che eravamo disarmati, legati mani e piedi dentro gabbie e celle? Di cosa avevano paura? Non era solo un deumanizzare, così come fanno ogni giorno ai palestinesi? Oggi ho letto dei bambini che non possono far volare aquiloni e mi è venuto un magone, un groppo alla gola, la voglia di voltare pagina, mettere sotto il tappeto, non sapere, non vedere, nascondere…
La disumanizzazione è la prima cosa. Prima trasformi una persona in un problema, poi in una minaccia, poi puoi costruire l’apparato che la controlla, la respinge, la detiene, fino ad arrivare a fare della sua morte una banale necessità.
Sumud. Resilienza. Non voglio che una donna palestinese debba diventare resiliente per sopportare la violenza, un bambino palestinese per sopportare l’ingiustizia di non poter far volare un aquilone, per sopportare lo sfruttamento, un migrante per sopportare il razzismo, una comunità della Lunigiana per sopportare un territorio lasciato senza manutenzione.
Non bisogna imparare o insegnare alle persone a sopportare meglio l’ingiustizia.
Vogliamo il pane e le rose, una rivoluzione che non sia solo di fenicotteri.
Stay Woke. Una sinistra che vuole tornare a parlare alle persone che non arrivano alla fine del mese, deve farlo. Anzi, deve farlo ancora di più. Deve parlare di salari, affitti, pensioni, sanità, scuola, lavoro, profitti, disuguaglianze. Ma deve continuare a parlare anche di razzismo, discriminazioni, genere, migrazioni, diritti civili. Non perché sono due agende. Perché sono la stessa idea di giustizia. Altrimenti si tratta di privilegi sociali, e non di diritti.
Ed è forse questo, oggi, che dovrebbe essere il nostro Woke 2.0.
Jason Arday e perché la sua storia è importante
Ma proprio per questo voglio finire con la vicenda di Jason Arday, dal quale potevamo partire.
E la vicenda è partita da Nathan Cofnas, un accademico che si definisce “race realist” e che ha espresso pubblicamente posizioni sulla razza e sulla meritocrazia fortemente controverse. Aveva scritto che, in una società realmente meritocratica, ci sarebbe stato un numero “pari a zero” di professori neri a Cambridge. È stato lui a sollevare pubblicamente le accuse di plagio che hanno aperto la diga mediatica che ha sottoposto Arday a un linciaggio pubblico di proporzioni enormi. In sole tre settimane la vicenda ha prodotto centinaia di articoli: dicono 289 articoli in 22 giorni, con la gran parte della copertura anche dopo le sue dimissioni.
Guardiamo da dove parte un attacco e che cosa produce.
Perché il problema diventa enorme quando una persona nera viene trasformata nell’ennesima occasione per mettere in discussione la sua presenza in quei luoghi.
Lo dice bene Paul Gilroy, professore emerito alla University College London e uno dei più importanti studiosi britannici di razza e razzismo, che mi aveva intervistata nel 2020 proprio sui temi del razzismo e della razzializzazione in Italia. Gilroy attribuisce una responsabilità sia a chi ha sostenuto Arday senza spirito critico sia ai suoi critici razzisti, e invita soprattutto a non perdere di vista un’altra questione: i tagli violentissimi che stanno impoverendo e devastando le università britanniche e rendendo ancora più difficile la vita degli accademici neri.
Perché un professore nero a Cambridge continua a poter essere percepito come qualcosa che deve essere spiegato. E in Italia siamo ancora molto più indietro.
A Firenze i cittadini stranieri residenti sono il 15% circa della popolazione. Eppure, se vedo una donna nera dietro il bancone di un grande supermercato, può capitarmi di fissarla. Non perché ci sia qualcosa di strano: perché non siamo ancora abituati a vederla lì.
Siamo abituati a vedere le persone razzializzate molto più facilmente nei lavori ancora meno pagati e meno qualificati che negli uffici, nelle università, nei luoghi della politica e delle decisioni.
Perché se una parte della popolazione è presente nella città, anche se prendiamo in considerazione solo chi è regolarmente presente e lavora, paga le tasse, vive qui o è anche cittadino italiano ma quando si sale nella scala del prestigio e del potere improvvisamente scompare, non stiamo parlando soltanto di rappresentanza. Stiamo parlando di potere.
Ed è per questo che trovo surreale che oggi ci si chieda se abbiamo parlato troppo di razza, di discriminazione, di rappresentanza, di woke e troppo poco di disuguaglianza. Forse, prima di preoccuparci di averne parlato troppo, dovremmo chiederci quanto poco ne abbiamo parlato finora.
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