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Cinquant’anni di socialismo stalinista, trentacinque anni di transizione capitalista e una profonda trasformazione del rapporto tra Stato, politica ed economia: in Albania parlare di sinistra significa confrontarsi con una storia ingombrante e con un presente attraversato da forti contraddizioni. In un Paese in cui la parola “comunismo” continua a richiamare il trauma del regime di Enver Hoxha, mentre il Partito Socialista al governo, rappresentato da Edi Rama, rivendica una tradizione progressista ma viene accusato dai suoi critici di essersi allontanato dalle rivendicazioni sociali della sinistra, quale spazio può esistere oggi per una nuova sinistra democratica?

A questa domanda prova a rispondere Lëvizja Bashkë (Movimento Insieme), una delle nuove formazioni emerse al di fuori del sistema politico tradizionale. Ne discutiamo con il suo unico rappresentante in Parlamento Redi Muçi, in un’intervista che offre uno sguardo dall’interno sulla politica albanese contemporanea: dall’opposizione al governo di Edi Rama al rapporto con l’Unione Europea, dal modello di sviluppo economico al ruolo internazionale dell’Albania.

Lëvizja Bashkë è un partito fondato nel 2022 dagli attivisti di Organizata Politike, movimento nato nel 2011 al di fuori dei principali partiti istituzionali. Le sue radici affondano in oltre un decennio di mobilitazioni sindacali, studentesche e sociali.

Dopo più di 40 giorni in piazza, Rama non fa alcun passo indietro. Le sue dimissioni sono ancora una richiesta realistica?

Sì, credo che le dimissioni di Edi Rama siano ancora una richiesta realistica e, soprattutto, una possibilità concreta. Più la protesta continua con questa partecipazione e con la percezione sempre più diffusa di un potere ormai profondamente delegittimato, più emerge un elemento fondamentale: i manifestanti hanno superato la paura del potere di Rama.

Questa paura ha rappresentato per anni uno degli strumenti principali con cui il suo governo ha mantenuto il consenso, e ha contribuito alla vittoria alle elezioni del maggio 2025. Prendiamo il caso di un semplice insegnante: il direttore di una scuola può arrivare a dirgli non solo che deve votare per il partito al governo, ma che deve convincere anche i familiari, compresi quelli che vivono all’estero, a fare lo stesso. In caso contrario, il rischio è perdere il posto di lavoro.

Questa protesta ha rovesciato quel meccanismo. Lo dimostra il modo in cui i deputati del Partito Socialista vengono sempre più spesso contestati per strada da cittadini comuni: filmati, avvicinati e accusati pubblicamente, con frasi come “ci avete rubato il Paese”. L’episodio più recente riguarda la delegazione socialista a Strasburgo: mentre erano a un tavolo a giocare a carte, due giovani albanesi si sono avvicinati dicendo: “Vergognatevi, non vi siete dimessi”. La pressione si esercita soprattutto sui parlamentari, perché Rama è raggiungibile negli spazi pubblici solo dietro una forte presenza della sicurezza.

Questa mobilitazione ha già ottenuto un risultato molto importante, anche senza aver ancora portato alle dimissioni: ha sconfitto la paura e creato la consapevolezza che, uniti nelle piazze, i cittadini possano davvero lottare per un’Albania diversa. Per questo penso che, anche se le proteste dovessero rallentare in agosto, potrebbero riprendere in autunno con una partecipazione ancora maggiore. Ed è proprio una mobilitazione di questo tipo che, alla fine, potrebbe costringere Rama a dimettersi.»

Pensi che la paura sia il fattore principale? Nella storia recente dell’Albania ci sono stati episodi ben più gravi, come l’uccisione di quattro manifestanti in piazza nel 2011, senza che alle urne la paura venisse meno.

Non credo sia una questione legata alla violenza diretta. Sotto questo aspetto il governo di Sali Berisha è stato anche più violento: nel gennaio 2011 quattro cittadini, come ricordavi, furono uccisi in piazza dalle forze della Guardia Repubblicana. Il sistema costruito nei tredici anni di Rama ha però reso più sofisticato un altro tipo di pressione: quella legata al posto di lavoro e alla dipendenza economica.

Mi riferisco al sistema dei cosiddetti patronazhistë (i “patroni” del Partito Socialista: attivisti a cui è assegnato un pacchetto di elettori da schedare, come rilevato dal database di 910.000 votanti trapelato nel 2021, ndr), figure incaricate di individuare, palazzo per palazzo, i potenziali elettori del Partito Socialista: chi è favorevole, chi è contrario, chi può essere influenzato o sottoposto a pressioni. La leva può essere il posto di lavoro pubblico, il lavoro di un familiare, oppure un’attività commerciale resa vulnerabile da controlli fiscali e sanzioni. È un ricatto continuo e quotidiano, basato sul lavoro e la stabilità economica, che Rama ha reso strutturato e capillare, trasformandolo in uno strumento efficace di controllo politico.

C’è poi un altro elemento per comprendere la vittoria del 2025: la presenza di Sali Berisha alla guida del principale partito di opposizione. Molti elettori hanno continuato a scegliere Rama “turandosi il naso”, per il timore che al potere tornasse Berisha, con il peso del suo passato politico.

La particolarità di questa protesta è che fin dall’inizio – siamo oltre i 50 giorni di mobilitazione –, i manifestanti non hanno chiesto la semplice sostituzione di un governo con un altro. Lo slogan principale è: “Rama in carcere, Berisha in carcere”. Un messaggio che delegittima l’intero sistema politico costruito in trentacinque anni attorno a queste due figure. E il carattere più significativo è la presenza di una nuova generazione, in gran parte mai stata politicamente attiva, che scende in piazza per rifiutare un sistema percepito come bloccato. La vera sfida sarà capire se questa trasformazione della coscienza politica si tradurrà in consenso elettorale alle prossime elezioni.»

Nel caso di un’escalation della violenza da parte dei manifestanti, quale sarebbe la posizione di Lëvizja Bashkë?

Riteniamo che qualsiasi forma di violenza non aumenterebbe la legittimità della protesta: un’escalation contro gli edifici istituzionali o uno scontro con la polizia rischierebbe di indebolirla. La sua forza deriva dalla natura pacifica e dalla capacità di coinvolgere persone che normalmente non scendono in piazza: famiglie intere, madri con i figli, nonni con i nipoti. È questo carattere inclusivo ad averle dato una legittimità molto forte, dentro il Paese e agli occhi dei media internazionali e dei rappresentanti diplomatici.

Abbiamo già visto esempi diversi: le proteste organizzate periodicamente dal Partito Democratico spesso finivano con il lancio di molotov contro la sede del governo, senza che questo ne rafforzasse la legittimità o il sostegno. Un esempio arriva anche dall’estero: l’assalto a Capitol Hill negli Stati Uniti. Anche se alimentato dall’impeto della folla, non ha dato maggiore legittimità alle rivendicazioni dei partecipanti; al contrario, ne ha compromesso l’immagine.»

Eri al Parlamento europeo: cosa rivela la differenza di posizione tra Parlamento e Commissione sulla questione albanese? Il Parlamento ha votato la moratoria sulla legge, mentre Marta Kos – la commissaria per l’allargamento dell’UE – ha dato maggiore credito alle rassicurazioni del governo Rama.

Ci sono due approcci differenti dentro le istituzioni europee. Da una parte quello strategico, legato alla dimensione geopolitica dell’allargamento ai Balcani occidentali: una prospettiva accolta positivamente dalla società albanese, tra le più favorevoli della regione all’integrazione europea. Dall’altra c’è l’approccio secondo cui l’adesione non può essere solo un processo istituzionale o geopolitico, ma deve essere accompagnata dal rispetto dei principi democratici e degli standard che l’UE dichiara di difendere. La questione centrale è proprio questa tensione tra la volontà strategica di integrare i Balcani e la necessità di garantire che il processo avvenga nel rispetto dello Stato di diritto.

Ma non c’è una certa ipocrisia nel chiedere questi standard all’Albania, quando dentro l’UE Paesi come Grecia, Romania e Bulgaria continuano ad avere problemi sul rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto?

È vero che dentro l’Unione europea esistono contraddizioni profonde e Stati membri con problemi significativi rispetto agli standard che l’UE stessa dichiara di difendere. Ma il messaggio che ho portato a Strasburgo e Bruxelles è un altro: la parte più giovane della società albanese scesa in piazza non sta protestando contro l’Europa; al contrario, esprime una forte aspirazione all’integrazione europea. Il problema è che, agli occhi di molti manifestanti, Edi Rama rappresenta proprio l’opposto di quegli standard democratici e istituzionali a cui aspirano: lo Stato di diritto, la tutela dell’ambiente, la protezione del diritto di proprietà, il rispetto dei diritti umani.

Dopo oltre quaranta giorni di protesta, l’UE dovrebbe usare la propria influenza per incoraggiare il governo albanese ad ascoltare le richieste dei cittadini. Così il percorso europeo dell’Albania non sarebbe solo un processo geopolitico o burocratico, ma diventerebbe realmente un percorso fondato sui valori democratici.

Sei spesso oggetto degli attacchi del deputato socialista Ardit Bido. Li consideri iniziative personali oppure parte di una più ampia strategia?

Non credo sia una questione personale. La posizione assunta da Lëvizja Bashkë è stata coerente, ed è proprio per questo che ha generato attacchi da parti diverse dello spettro politico. Che si tratti di Taulant Balla, capogruppo parlamentare del Partito Socialista, di Ardit Bido o di altri esponenti socialisti – attraverso video e interventi sui social, spesso con frequenza molto elevata – oppure degli attacchi arrivati dal Partito Democratico, il meccanismo è lo stesso e le accuse sono le stesse. Recentemente ho visto Jamarbër Malltezi, genero di Sali Berisha, avanzare insinuazioni sulla mia famiglia e la mia situazione personale, riprese anche da media vicini alla famiglia Berisha come Syri TV.

La domanda allora è: cosa può avere in comune il fatto che schieramenti opposti mi attacchino nello stesso modo? La risposta è che non si tratta di una questione personale, ma del lavoro politico che portiamo avanti: stiamo mettendo in discussione un sistema dominato per anni da queste due forze.

Possiamo parlare di una strategia di character assassination, simile a quella vista in altri casi pubblici, come quello di Francesca Albanese?

Sì, penso che il paragone sia appropriato. Quando una posizione mette in discussione equilibri consolidati, spesso arriva la reazione di ambienti politici diversi, anche apparentemente contrapposti.

Lëvizja Bashkë ha posto molta attenzione alla questione delle proprietà e dei tapi*. Qual è la vostra proposta?

La questione delle proprietà in Albania è estremamente complessa, ma questa complessità è stata mantenuta intenzionalmente, in trentacinque anni, da tutti i governi che si sono succeduti al potere: tenerla irrisolta ha significato lasciare molti cittadini in attesa permanente del riconoscimento del proprio legittimo diritto di proprietà.

Il problema nasce dalla transizione dal vecchio sistema, in cui tutta la proprietà era statale, alla sovrapposizione di rivendicazioni che ne è seguita. Da una parte chi rivendica la proprietà su documenti del periodo ottomano; dall’altra chi la rivendica sulla base della legge 7501 del 1991, che distribuiva la terra agricola agli abitanti locali. A questo si aggiunge il grande spostamento demografico degli anni Novanta e Duemila dal nord verso Tirana e Durazzo: persone stabilitesi su terreni dove oggi è difficile dire chi abbia il legittimo diritto di proprietà: chi ha i vecchi documenti, chi ha ricevuto la terra con la 7501 o chi ci vive ormai da decenni. E a queste categorie si aggiunge la falsificazione dei titoli: documenti contestati prodotti per rivendicare terreni e trasferirli a investitori interessati a costruire resort, come è successo a Rrjoll, a Velipojë, e in diverse zone della costa meridionale.

Per risolvere la situazione servirebbe innanzitutto la volontà politica del governo: una commissione che esamini le rivendicazioni nei catasti, identifichi ed escluda le falsificazioni, e apra un confronto con le comunità locali, comprese quelle emigrate, per arrivare a una soluzione condivisa. Ma questa volontà non è mai esistita, perché il mantenimento del caos ha permesso a interessi politici ed economici di trarne vantaggio.

Nel caso del governo Rama, questo si è manifestato con la legge sugli investitori strategici: quando un investitore ottiene questo status, lo Stato può intervenire su una porzione di terreno e facilitarne il trasferimento verso il progetto dell’investitore. Il rischio è che cittadini in attesa da anni si trovino esclusi, mentre agli investitori viene garantita una corsia preferenziale. La stessa logica si sta estendendo ai terreni agricoli: mentre molti albanesi non hanno ancora ricevuto i risarcimenti previsti, si crea una situazione favorevole agli investitori stranieri, che possono acquistare terreni e trasformarli in grandi progetti immobiliari e turistici. Nella nostra analisi, questo modello favorisce la speculazione e può creare condizioni favorevoli anche al riciclaggio di denaro di origine criminale.

Il modello di sviluppo promosso dai governi Rama si è concentrato del resto su due soli settori: le costruzioni – torri a Tirana e grandi resort lungo la costa – e il turismo di massa. Il problema è che gli investitori dietro questi progetti restano spesso poco trasparenti, alimentando interrogativi sull’origine dei capitali. Anche le recenti indagini della SPAK, la Procura Speciale Albanese contro la Corruzione e AntiMafia, mostrano quanto serva più trasparenza sul rapporto tra politica, grandi investimenti immobiliari e permessi edilizi. Rama, oltre a essere primo ministro, ha avuto un ruolo centrale nella pianificazione territoriale e nelle autorizzazioni attraverso il Consiglio Nazionale del Territorio: per questo esiste una responsabilità politica legata al modello di sviluppo scelto in questi anni.»

Ndr: I tapi sono certificati ufficiali di proprietà che attestano il diritto di possesso su una casa o un terreno. In Albania hanno una lunga storia, che affonda le radici nel periodo dell’Impero ottomano e che è arrivata fino alle moderne istituzioni catastali. Dopo la fine del comunismo, questi documenti sono tornati centrali nelle dispute sulla restituzione e il riconoscimento della proprietà privata.

Lea Ypi ha criticato il modo in cui l’integrazione europea dell’Albania viene presentata come un percorso esclusivamente tecnico, concentrato sull’allineamento delle normative, che rischia di ignorare i conflitti sociali e politici interni al Paese. Condividi questa lettura?

Sì, sono d’accordo con questa critica. Il processo di integrazione è stato trattato finora soprattutto come un processo tecnico, basato sull’adeguamento della legislazione agli standard europei. Questo approccio rischia però di sottovalutare gli effetti concreti che le politiche del governo hanno avuto sulla società albanese e di ignorare le richieste della popolazione.

La protesta ha attirato l’attenzione dei media internazionali ed è diventata un esempio anche per altri movimenti europei. Mi è capitato di parlare con una collega italiana che mi ha raccontato come alcune comunità in Sardegna abbiano guardato alle proteste albanesi nel contestare un progetto simile sul loro territorio (Cala Finanza, ndr) poi cancellato, nonostante l’iniziale via libera delle autorità. In Albania, invece, il processo continua, forse anche perché non abbiamo ancora una cultura politica in cui le dimissioni siano la conseguenza naturale di una forte pressione sociale (neanche in Italia esiste una simile cultura politica, ndr).

Credo quindi che l’UE e i suoi negoziatori dovrebbero adottare una posizione più incisiva verso il governo albanese sui valori che dichiarano di difendere: Stato di diritto, tutela dell’ambiente, diritti dei cittadini, trasparenza. Detto questo, abbiamo incontrato diversi eurodeputati che hanno espresso sostegno alla protesta e preso posizione contro alcuni progetti contestati: tra gli altri Marc Botenga ed Emma Fourreau della sinistra europea, eurodeputati dei Verdi e Ilaria Salis.

Il generale silenzio degli albanesi sul genocidio a Gaza pensi possa essere letto come una sorta di complesso di inferiorità, legato alla volontà di non divergere dagli alleati occidentali?

Direi innanzitutto che Lëvizja Bashkë è stato l’unico partito politico in Albania, e io l’unico deputato, ad aver definito ciò che sta accadendo a Gaza come un genocidio del popolo palestinese. Siamo stati anche gli unici a denunciare la visita di Edi Rama in Israele e il suo incontro con Benjamin Netanyahu, avvenuto mentre molti governi e istituzioni internazionali prendevano diplomaticamente le distanze dal governo israeliano.

Credo che questa posizione rappresenti una parte della società albanese che non accetta il silenzio o l’allineamento automatico, e chiede che anche la politica estera sia coerente con i principi dichiarati di tutela dei diritti umani e del diritto internazionale.

In Albania esiste un problema di islamofobia?

Non credo, realisticamente, che l’islamofobia rappresenti oggi un problema in Albania come può esserlo in molti altri Paesi europei. Anche perché la maggioranza della popolazione albanese è di fede musulmana.

C’è però una particolarità: molti albanesi tendono a considerarsi musulmani diversi rispetto ai musulmani del mondo arabo.

Personalmente non ho riscontrato islamofobia nel Paese. Credo dipenda anche dal fatto che l’Albania non ha conosciuto i flussi migratori dall’asia Occidentale e dal Nord Africa che hanno interessato l’Europa occidentale: quella retorica anti-immigrazione, spesso accompagnata da sentimenti islamofobi, qui non si è sviluppata, da un lato perché siamo una società a maggioranza musulmana, dall’altro perché non esistono ancora tensioni sociali di questo tipo su cui l’estrema destra possa costruire consenso.

Ti chiedo di alcuni episodi del passato: le moschee che sarebbero state influenzate da correnti fondamentaliste, con presunti finanziamenti dal Qatar e vicende legate al reclutamento di combattenti diretti in Siria. Hanno lasciato un’eredità di diffidenza verso l’Islam in Albania?

Ci sono stati alcuni casi di questo tipo. Durante il conflitto con l’ISIS emersero episodi riguardanti alcune moschee – se non sbaglio a Elbasan e forse a Pogradec – in cui si ipotizzavano collegamenti con correnti fondamentaliste e il reclutamento di combattenti. Ma sono rimasti episodi isolati, privi di una portata tale da alimentare una diffidenza diffusa verso i musulmani albanesi o da rafforzare la narrazione, presente in altri Paesi, secondo cui l’Islam sarebbe una religione intrinsecamente legata al terrorismo.

La protesta in corso riunisce persone e gruppi con orientamenti molto diversi tra loro. Questa eterogeneità è un punto di forza o rischia di trasformarsi in un fattore di frammentazione?

Credo che proprio questo sia stato il principale punto di forza della protesta e ciò che le ha permesso una partecipazione così ampia. La sua forza sta nell’essere stata fin dall’inizio estremamente variegata: per idee politiche, per la presenza di gruppi organizzati come Lëvizja Bashkë, ma anche di tantissimi cittadini che, grazie alla forza della mobilitazione, hanno superato la paura di scendere in piazza: dipendenti pubblici, ex elettori del Partito Socialista e del Partito Democratico, e perfino persone che continuano a identificarsi con quei partiti ma hanno riconosciuto il carattere storico di questa protesta.

In trentacinque anni l’Albania non aveva mai conosciuto una mobilitazione di queste dimensioni, così partecipata e duratura, capace di unire gruppi tanto diversi attorno a obiettivi comuni: le dimissioni del governo, lo slogan “Rama e Berisha in prigione” — che è una critica all’intero sistema politico — e la richiesta di una nuova Albania e di un cambiamento radicale del sistema. Quando parlo di rivoluzione mi riferisco al significato che il termine assume nel XXI secolo: una trasformazione profonda del sistema, non necessariamente attraverso la violenza. Questa pluralità ha dimostrato anche una maturità spontanea dei gruppi, che hanno capito come non fosse il momento di competere per il protagonismo: la priorità è restare uniti, mantenere la massa nelle piazze e continuare a chiedere le dimissioni. Tutto il resto viene dopo.

Una cosa che colpisce chi osserva dall’esterno è l’assenza di una politica identitaria. Può essere considerata un punto di forza?

«Ti rispondo con la massima sincerità. Io rappresento un partito di sinistra democratica come Lëvizja Bashkë, e penso che la politicizzazione dell’identità, così come si è sviluppata in molti Paesi dell’Europa occidentale, abbia finito per indebolire la sinistra più di quanto l’abbia rafforzata.

Naturalmente un partito di sinistra deve difendere la piena uguaglianza dei diritti di tutte le persone: è una posizione chiaramente espressa nel nostro manifesto e nel nostro programma, che dedica particolare attenzione ai diritti delle donne e alle discriminazioni che ancora subiscono nella società albanese. Ma a partire dagli anni Novanta la sinistra ha spostato quasi tutta la sua attenzione dalle questioni economiche, dal welfare e dalle disuguaglianze di classe verso le politiche identitarie. Per questo riteniamo che il baricentro debba rimanere sulle grandi questioni sociali comuni: il lavoro, il welfare, le disuguaglianze economiche, le rivendicazioni che tradizionalmente appartengono alla sinistra.»

La storia dell’Albania sembra aver oscillato tra due estremi: l’assenza di uno Stato efficace, come in alcune fasi del periodo ottomano o degli anni di Berisha, e uno Stato totalizzante come quello comunista. Oggi siamo forse di fronte a una terza fase, quella di uno Stato che si è privatizzato. Condividi questa lettura?

Condivido questa ricostruzione. L’Albania è passata dall’assenza di uno Stato a uno Stato totalitario, e oggi siamo a qualcosa di intermedio. Più che uno Stato privatizzato, parlerei di uno Stato che ha progressivamente smantellato le proprie istituzioni: esistono ancora formalmente, ma dovrebbero essere composte da professionisti chiamati ad applicare la Costituzione e le leggi, mentre nella pratica intervengono solo a posteriori, per dare una veste legale a decisioni già prese altrove.

In molti casi il processo funziona così: prima l’accordo tra il primo ministro e un investitore, poi i lavori, e soltanto dopo le autorizzazioni. È quanto, secondo noi, è accaduto a Zvërnec: oggi Rama sostiene che il progetto non dispone di autorizzazioni ambientali, permessi di sviluppo o di un progetto definitivo; eppure il cantiere è stato delimitato, sono state installate le recinzioni, è arrivata la sicurezza privata e i lavori sono iniziati. I permessi, semmai, arrivano dopo.

In fondo è lo stesso meccanismo del concerto di Kanye West: prima la promessa di nessun costo per lo Stato, poi, davanti alla vendita insufficiente dei biglietti, le perdite coperte con denaro pubblico. Si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti.

Esattamente. Anche in quel caso era stato assicurato che il concerto non avrebbe comportato alcun costo per il bilancio dello Stato; poi è emerso che, non essendo stati venduti abbastanza biglietti, lo Stato albanese dovrebbe coprire circa quattro milioni di euro. È un altro esempio di un modello in cui il rischio viene scaricato sulla collettività, mentre i benefici restano ai privati.

In questo senso oggi non abbiamo uno Stato con istituzioni solide, capaci di garantire l’equilibrio tra i poteri. Abbiamo invece un primo ministro che, in un certo senso, ha preso il posto dei pascià dell’epoca ottomana: considera l’Albania come un proprio çiflig, un feudo personale, ed è disposto a concludere accordi come se fosse al di sopra della legge. A beneficiarne sono sempre gli stessi soggetti, che noi consideriamo oligarchi: persone legate da rapporti molto stretti con Rama e destinatarie dei favori che arrivano direttamente dal potere politico. Per questo parlerei di uno Stato ibrido: istituzioni svuotate da un lato, uno Stato al servizio di interessi privati e oligarchici dall’altro.»

Pensi che possa diventare uno Stato diverso?

Credo sia proprio questa l’aspirazione di molti albanesi. Nelle discussioni emerge spesso un’osservazione sul periodo comunista: era certamente uno Stato totalitario, con tutti i suoi limiti ideologici e le discriminazioni verso chi era considerato portatore di una “cattiva biografia”. Ma era anche uno Stato con istituzioni funzionanti: ospedali, scuole, un’amministrazione composta da professionisti.

Con il cambio di regime queste istituzioni hanno iniziato a essere smantellate, ed Edi Rama è stato uno dei primi ministri che più di altri ha ignorato e svalutato i professionisti delle istituzioni pubbliche, riducendone il ruolo a una funzione puramente formale: ratificare decisioni già prese altrove. Forse dipende anche dal fatto che lui stesso non proviene da una formazione tecnica o amministrativa, ma dal mondo dell’arte.»

In Albania il termine “socialista” è inevitabilmente carico di significati storici: richiama sia il socialismo reale dell’epoca di Enver Hoxha sia l’attuale Partito Socialista. Questo rende più difficile definirsi socialisti?

Noi ci definiamo un partito della sinistra democratica, e per questo ci capita spesso di essere accusati di essere “comunisti”. Ma nel contesto albanese quel termine richiama direttamente lo stalinismo del regime di Enver Hoxha: l’isolamento internazionale, lo Stato totalitario, la repressione, le persecuzioni. Per questo rifiutiamo l’etichetta: non perché rinneghiamo i valori della sinistra, ma perché in Albania è indissolubilmente associata a un’esperienza storica che non ci appartiene.

Esempi della nostra tradizione esistono anche altrove: penso a Zohran Mamdani negli Stati Uniti o, prima di lui, a Bernie Sanders – politici che si definiscono socialisti democratici e con cui condividiamo molte proposte, dalle politiche sociali a una tassazione più incisiva delle grandi ricchezze. Nel nostro caso significa anche ricostruire le istituzioni pubbliche, rafforzare scuola e sanità, restituire allo Stato un ruolo attivo nell’economia e orientare gli investimenti verso i settori produttivi, invece di concentrare tutto su edilizia e turismo di massa: industrie capaci di creare occupazione stabile, prodotti ad alto valore aggiunto e maggiori esportazioni. È una prospettiva di lungo periodo, ma è la visione che guida la nostra azione politica.

Vorrei aggiungere un’ultima cosa: quello che oggi si chiama Partito Socialista non ha più nulla a che vedere con una politica di sinistra. Anzi, sotto molti aspetti è persino più a destra dello stesso Partito Democratico, sia nelle politiche che nella retorica. Ha smesso di rappresentare le fasce più deboli della popolazione — dai pensionati alle persone in maggiore difficoltà — privilegiando gli interessi di una ristretta cerchia di oligarchi molto vicini a Edi Rama.»


© Kritica – Riproduzione parziale (non più di metà articolo) consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

Crediti immagine: © Gent Shkullaku/ZUMA Press Wire

Autore

  • Alice Luta

    Albanese naturalizzata italiana. Quando sono nata le truffe piramidali sono esplose e le gang controllavano le strade di accesso alle città. Poi sono venuta con la mia famiglia nel Pavese e tutto sommato ho rivalutato quel periodo. Appassionata di relazioni internazionali, seguo con particolare interesse le evoluzioni politiche e sociali dei Paesi balcanici e il loro rapporto con l'Europa.

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