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“Sembrava si avvicinasse una palla infuocata, sempre più veloce”. È il 15 agosto quando, per un momento, la cima del Monte Amariana prende le sembianze di un vulcano attivo: una massa incandescente che sale lungo il versante e illumina un fumo soffocante. Matteo, 33 anni, guarda l’evolversi degli incendi dalla sua azienda agricola, in Carnia, mentre il bosco prende fuoco a ridosso della struttura e della stalla.
La Società Semplice Agricola di cui è proprietario, insieme al padre e al fratello, è situata proprio ai piedi del monte Amariana, a Pissebus, una piccola località di Tolmezzo (UD) quasi interamente evacuata proprio a seguito degli incendi. Il monte ha iniziato a bruciare dal 7 agosto, arrivando a sfiorare le strade e le abitazioni della frazione. Una forza spaventosa, che sarebbe potuta risultare ancora più fatale senza l’intervento dei vigili del fuoco, della protezione civile e del corpo forestale del Friuli-Venezia Giulia, che hanno lavorato senza sosta per contenere le fiamme dentro un perimetro delimitato.
Fondamentali sono stati tanto i lavori di spegnimento e di bonifica dell’area quanto quelli di contenimento a protezione delle zone più sensibili. A pochi metri dall’azienda di Matteo, gli escavatori hanno infatti posizionato una linea tagliafuoco di ghiaia per impedire alle fiamme e agli alberi incendiati di raggiungere la stalla e l’impianto di biogas, costruito dalla famiglia negli ultimi anni.
L’emergenza in Carnia è durata più di due settimane, per poi stabilizzarsi anche grazie alla pioggia che ha interessato la zona tra il 20 e il 21 agosto. Nonostante non ci siano state vittime né gravi danni agli immobili di Tolmezzo, quello che ha colpito il monte Amariana rimane un evento dal bilancio durissimo: l’incendio ha interessato una superficie superiore agli 800 ettari, trasformando quello che per settimane è stato un fronte di fiamma in una ferita visibile su una parte della montagna, tra vegetazione morta, microfauna annientata e pascoli inutilizzabili.
Il nero del bosco è diventato infatti un problema anche per chi quei terreni li usa ogni giorno: “Ormai è tutto un forse”, racconta Benedetta, 31 anni, mentre indica i prati a pochi metri dalla sua azienda Angolo di Paradiso. Prima dell’incendio erano verdi e venivano utilizzati per il pascolo delle capre che con fatica e dedizione alleva per la produzione di formaggi. Ora sono coperti dal nero lasciato dalle fiamme, e ci vorranno diversi anni perche tornino ad essere praticabili. Le fotografie che ci mostra sul telefono restituiscono un paesaggio completamente diverso da quello che ha davanti agli occhi: dove fino a poche settimane fa c’erano erba e vegetazione, ora rimangono terra bruciata, alberi anneriti e recinzioni da ripristinare.
Come ci spiega la stessa Benedetta, comunque, la durezza del clima estivo aveva già avuto conseguenze sul territorio, prima ancora dell’incendio. Laddove non sono stati coperti dalle fiamme, ci aveva pensato il caldo torrido a ingiallire i prati più esposti della montagna. “Una siccità come quest’anno a Tolmezzo io non l’ho mai vista in vita mia”, racconta.
Un territorio sfiancato dalla siccità
Proprio la siccità della montagna, assieme ad altri fattori quali l’esposizione a sud, il vento, una conformazione impervia difficile da affrontare da terra, hanno contribuito all’espansione dell’incendio, inizialmente acceso a seguito di un fulmine. Il comandante della Stazione forestale di Tolmezzo, Patrick Candido, lo definisce il più grande che abbia mai affrontato nella sua carriera. “Per me è il primo incendio di questa dimensione”, racconta, spiegando come la combinazione tra le caratteristiche proprie della montagna e le condizioni meteorologiche ha reso particolarmente difficile contenere le fiamme.
Quello dell’Amariana, tuttavia, non è un episodio isolato. Gli oltre 800 ettari percorsi dal fuoco in Carnia fanno parte di una stagione in cui, sia in Italia che nel resto d’Europa, stiamo assistendo a degli eventi sempre più difficili da ignorare.
L’Italia intera va in fumo
Secondo l’ultimo report del WWF, nei primi sette mesi del 2026 in Italia erano già andati in fumo circa 70.000 ettari – equivalenti a circa 100.000 campi da calcio -, una superficie superiore del 133% alla media degli ultimi vent’anni. I roghi di grandi dimensioni sono stati oltre 300, contro poco più di 100 registrati mediamente entro la fine di luglio nello stesso periodo. E, mentre le regioni tradizionalmente più colpite rimangono Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, nel 2026 hanno attirato l’attenzione anche incendi sviluppatisi nel Nord Italia, come in Piemonte e nello stesso Friuli-Venezia Giulia, considerati anomali per il periodo estivo.
Il fenomeno assume una dimensione ancora più ampia a livello europeo dove, secondo i dati aggiornati al 26 agosto dell‘European Forest Fire Information System (EFFIS), nell’Unione Europea sono stati percorsi dal fuoco 634.022 ettari, quasi il doppio della media degli ultimi vent’anni, pari a 313.246 ettari.
Secondo il WWF, proprio il cambiamento climatico ha aumentato di circa 40 volte la probabilità e del 30% l’intensità delle condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi boschivi. A questo si aggiungono fattori legati alla trasformazione del territorio, come l’abbandono delle aree rurali e il conseguente accumulo di vegetazione combustibile, che può aumentare la continuità del materiale disponibile per il fuoco.
Cambiamento climatico e spopolamento
D’altra parte, nel caso specifico della Carnia, il contesto che ha portato al propagarsi degli incendi si scontra proprio con l’inesorabile abbandono di un territorio ricco di storia e cultura. Sono gli stessi addetti ai lavori che, al di là dell’emergenza, individuano un cambiamento più lento e meno visibile: “Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un progressivo abbandono dell’attività agricola, e una diminuzione della cura del territorio”, spiega Patrick Candido.
Non è stata, dunque, soltanto la siccità a rendere più vulnerabile la Carnia. È stata anche la graduale riduzione di quelle persone che la abitavano e ne curavano alcune porzioni.
“Il gioco deve valere la candela”, spiega Matteo. I costi del lavoro e del gasolio, la difficoltà di raggiungere i terreni più impervi e il tempo necessario per lavorarli fanno sì che alcune superfici diventino progressivamente meno convenienti da mantenere. Dove non arriva più il lavoro dell’uomo, racconta, “Crescono arbusti e sottobosco. E, quando il terreno viene lasciato andare, tutto aiuta come benzina ad alimentare il fuoco”.
Le attività agricole locali come quelle di Matteo e Benedetta sono quindi fondamentali per la salvaguardia non solo delle popolazioni montane, ma anche del territorio stesso. Secondo il report del WWF, infatti, se adeguatamente pianificati, agricoltura e allevamento possono ridurre la densità del combustibile vegetale attraverso sfalcio e pascolamento, e fungere così come una componente fondamentale della gestione del paesaggio. D’altronde, come insiste lo stesso report, la prevenzione e la cura dei territori sono essenziali per evitare il diffondersi di eventi come quello di Pissebus.
Anche Romina, amante del territorio, chiede più interventi “che vadano a tutelare e a prevenire questo tipo di problemi, che sono problemi ormai gravi, gravissimi.”
Un ecosistema compromesso che avrà bisogno di tempo per ripristinarsi
Insomma, l’opinione condivisa è che in un territorio così prezioso dal punto di vista naturalistico vadano fatti più sforzi di conservazione e di tutela, e l’emergenza climatica venga trattata come una vera e propria urgenza.
Nel frattempo, il futuro ai piedi del Monte Amariana rimane incerto. Il fuoco non ha lasciato soltanto una distesa di alberi anneriti, ma in alcune zone ha bruciato anche la lettiera e l’humus, compromettendo la funzionalità dell’ecosistema. La natura, spiega il forestale Patrick Candido, ha la capacità di “ricucire” queste ferite, ma lo fa con i suoi tempi.
Per Benedetta e la sua azienda agricola, però, il tempo stringe. Le sue capre devono continuare a pascolare e, se ciò non sarà possibile visti i danni degli incendi, si dovranno trovare delle alternative al più presto.
Eppure, quando le chiediamo del futuro, Benedetta ne parla con quella forza tipica di chi vive la montagna. “Non ci fa paura a ripartire”, dice. Il problema è capire “come e dove”.
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CREDITI FOTO: Mariano/Comunian













