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L’ è in guerra? Secondo l’Avvocatura dello Stato, sì: «L’Italia è coinvolta nella guerra in corso, mondiale, a pezzi ed ibrida». Questo è quanto si legge nella memoria depositata nel procedimento davanti al Consiglio di Stato, avviato dopo la richiesta di accesso agli atti presentata dalla giornalista Linda Maggiori e respinta dall’Agenzia delle Dogane. Nella stessa memoria, il porto di Ravenna viene definito di «rilevanza militare» e «strategico per il dispositivo difensivo nazionale». Una semplice argomentazione difensiva per giustificare il diniego all’accesso agli atti o il riconoscimento tacito di un coinvolgimento bellico dell’Italia?

Maggiori, giornalista e collaboratrice di Altreconomiada mesi sta monitorando i traffici di armamenti nei porti italiani attraverso richieste di accesso agli atti. «A gennaio del 2026 ho fatto una richiesta di accesso generalizzato agli atti», racconta a Kritica. «Il è partito da Ravenna, dopo che nel settembre 2025 erano emersi transiti di munizioni destinate a Israele, e si è poi esteso ad altri scali».

A Ravenna, Maggiori ha chiesto alle Dogane i dati quantitativi aggregati relativi agli armamenti transitati nel 2025, espressi in chili o valore economico e suddivisi per periodi dell’anno, oltre alle destinazioni. Una richiesta che nasce anche da una lacuna nelle informazioni già disponibili. «La Capitaneria di porto ha le informazioni sulle merci pericolose, quindi tutto quello che di pericoloso passa, entra e transita dal porto, e quindi anche la classe 1, quella degli esplosivi. Però io volevo sapere la quantità totale di armi che possono essere anche non esplosive» precisa. Il riferimento è a componenti di droni, carri armati e altri sistemi d’arma che, pur rientrando nel traffico di armamenti, non sono necessariamente classificati come merci esplosive e possono viaggiare all’interno di container.

Le Dogane hanno respinto la richiesta, sostenendo che la diffusione delle informazioni avrebbe messo a rischio la nazionale. Maggiori, assistita dall’avvocato Andrea Maestri, ha quindi fatto ricorso al Tar dell’Emilia-Romagna, che con la sentenza pubblicata il primo luglio ha riconosciuto il diritto ad accedere ai dati aggregati, mantenendo invece riservate le destinazioni delle spedizioni.

Le Dogane, però, hanno impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato, sostenendo che neppure i dati quantitativi potessero essere divulgati. Ed è in questo passaggio che, secondo Maggiori, la posizione dell’amministrazione assume contorni poco chiari. «Hanno sottolineato che il mio lavoro metteva a rischio la sicurezza nazionale, che è un interesse pubblico, ed era dettato da scopi di lucro e da interessi privati», denuncia. «Ma il giornalismo non è un interesse privato e non ha scopo di lucro».

Il 27 agosto, nella memoria depositata per l’udienza sulla sospensiva, è comparso poi il riferimento alla guerra «mondiale, a pezzi ed ibrida» e alla «rilevanza militare» del porto di Ravenna. Il Consiglio di Stato non ha sospeso la decisione del Tar e ha fissato per l’8 ottobre l’udienza di merito. 

«Ci sono determinate materie quali la sicurezza nazionale, le questioni militari, le relazioni internazionali, che sono specificamente indicate dalla legge come possibili ragioni per negare in tutto o in parte l’accesso», spiega a Kritica, l’avvocato Andrea Maestri, legale di fiducia di Maggiori. «Ma si tratta di limiti «relativi», non assoluti: occorre un bilanciamento concreto tra il diritto alla trasparenza e la tutela di informazioni sensibili».

«Se riteniamo che il porto di Ravenna sia diventato, di fatto e non di diritto, da porto civile e commerciale quale era, un porto militare, qualcuno deve dare delle spiegazioni ai Ravennati e agli emiliano-romagnoli», sostiene Maestri. La trasparenza, per il legale, riguarda anche la sicurezza di chi lavora nello scalo e della che lo ospita. «Il tema della sicurezza dovrebbe interessare alle istituzioni e ai cittadini», afferma, richiamando anche la movimentazione di materiali potenzialmente pericolosi.

Il 27 agosto, mentre a si svolgeva l’udienza, circa cinquanta persone hanno manifestato a Ravenna contro i traffici di armi e per chiedere trasparenza. Una delegazione del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, insieme a BDS Ravenna, Basta Complicità, , SGB e altre realtà, è stata ricevuta dal sindaco Alessandro Barattoni. Al Comune è stato chiesto di intervenire nel procedimento «ad adiuvandum», sostenendo la posizione favorevole all’accesso ai dati. Secondo il Coordinamento, il sindaco si è riservato una risposta, indicando però come priorità politica la creazione di un osservatorio nazionale sui porti.

Maggiori e il Coordinamento chiedono ora un incontro anche al presidente della Regione Emilia-Romagna . Comune e Regione hanno finora chiesto alle Dogane di rendere pubblici i dati sui traffici di armamenti di tutti i porti italiani, ma per i promotori della mobilitazione la questione è più urgente: se Ravenna ha davvero assunto il ruolo strategico e militare descritto nella memoria dell’Avvocatura, la comunità dovrebbe poter sapere almeno quale quantità di armamenti viene movimentata nel proprio porto.

Il 7 settembre scadrà il termine indicato dal Coordinamento per intervenire nel giudizio. USB ha annunciato la propria ad adiuvandum, mentre altre associazioni stanno valutando di fare altrettanto. Poi toccherà al Consiglio di Stato. L’8 ottobre i giudici non dovranno stabilire se l’Italia sia formalmente in guerra: la memoria dell’Avvocatura non equivale a una deliberazione parlamentare e, come ricorda Maestri, «lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, non da una sentenza nell’ambito di un singolo procedimento». Dovranno però stabilire se le ragioni di sicurezza nazionale e di rilevanza militare invocate dalle Dogane siano sufficienti a impedire a una giornalista d’inchiesta di svolgere il suo – prezioso – lavoro.


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CREDITI FOTO:

Autore

  • Dario Morgante

    Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

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