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Anno 2014: Mykhailo Fedorov si candida alla Rada ucraina in una lista libertaria che raccoglie lo 0,42 per cento. È il numero 166 di una lista che nessuno ricorda. Cinque anni dopo, a ventotto anni, è il più giovane ministro della storia ucraina. È cambiato il modo di far politica nel Paese. Anche per opera sua.

Prima di presentarsi, aveva imparato a far vincere gli altri. Con un’agenzia di marketing online, SMMSTUDIO, costruisce nel 2018 l’immagine di un comico che si prepara a fare il presidente: niente comizi, niente conferenze stampa, soltanto Instagram, Facebook, Telegram. Funziona. Volodymyr Zelenskyy vince, Fedorov ne diventa il consigliere digitale, poi si fa deputato e, il giorno stesso in cui rinuncia al seggio, ministro e vicepremier.

Al ministero della Trasformazione Digitale, fondato su misura per lui, costruisce la Diia: un’applicazione che oggi contiene passaporto, patente, quasi tutti i documenti che un cittadino ucraino può portare in tasca. L’Ucraina è il primo Paese al mondo a rendere il passaporto digitale equivalente a quello di carta; aprire un’impresa diventa una faccenda che si sbriga in dieci minuti; nel 2024 si può persino sposarsi online e, nel primo mese, lo fanno in 435, mentre oltre un milione di persone si limita a provare, per curiosità, il pulsante della proposta. Un’invenzione minore, si dirà, come il bancomat. Ma il bancomat non ha mai dovuto competere con un funzionario che chiede la mazzetta. Nell’autunno del 2022, ministro da tre anni e con la guerra in corso da mesi, trova anche il tempo per un corso a Yale sulla strategia della trasformazione digitale: resta un manager anche sotto le bombe.

La nazione start-up

Nel frattempo, è arrivata la guerra e con la guerra il tweet più citato della sua carriera. Il 26 febbraio 2022, due giorni dopo l’invasione, scrive a Elon Musk chiedendogli i terminali Starlink. Musk risponde in meno di quarantotto ore, le antenne arrivano. L’hanno raccontata, allora, come una mossa improvvisata. Fedorov stesso ha ammesso, mesi dopo, che l’accordo con SpaceX era pronto da settimane. In questo campo si prepara anche l’improvvisazione.

Su quel tweet Fedorov costruisce un canale personale con la Silicon Valley: pressioni su Apple, Google, perché lascino la Russia; un accordo con PayPal per i trasferimenti senza commissioni e, a gennaio 2026, un patto con Palantir per addestrare modelli di sui dati reali della guerra.

È il filo che lo porta al ministero: nello stesso arco di anni l’industria tecnologica americana, che fino a poco prima considerava la difesa un settore da evitare per questioni d’immagine, scopre il mercato più promettente del decennio. L’Ucraina diventa il banco di prova dove ogni sensore, ogni algoritmo, ogni si collauda sotto il fuoco vero. Fedorov non si limita ad approfittare di questa conversione, la rende possibile: senza uno Stato disposto a comprare, testare e mostrare al mondo cosa funziona in battaglia, la Silicon Valley in uniforme resterebbe un progetto sulla carta.

Sotto lo stesso impulso nascono un esercito di hacker volontari, la IT Army, e una piattaforma di raccolta fondi, UNITED24, che in tre anni supera il miliardo e quattrocento milioni di dollari con ambasciatori come Mark Hamill e Barbra Streisand. Da lì l’Army of Drones, e poi Brave1, il cluster che oggi riunisce duemilacinquecento aziende della difesa: nel 2025 le start-up ucraine del settore hanno attirato 105 milioni di dollari di investimenti, un terzo di tutto quello che l’Europa ha speso per i droni da combattimento.

Ancora vicepremier, nel settembre 2025, ha già in mente il passo successivo: un modello linguistico ucraino, un gemello digitale di sé stesso, droni dotati ovunque di visione artificiale, l’idea dichiarata di un fronte abitato non più da uomini ma da macchine. Il 14 gennaio 2026 Zelensky lo sceglie come ministro della Difesa: il quarto dall’inizio dell’invasione.

Fedorov si presenta in parlamento con una franchezza inconsueta per un dicastero abituato al silenzio: due milioni di ucraini che eludono la mobilitazione, duecentomila soldati assenti senza permesso, un ministero organizzato come vent’anni prima. Non lo dice per modestia, ma perché vuole cambiare il modo in cui si comprano i droni, si pagano i soldati, si organizzano gli appalti e per cambiarlo bisogna prima ammettere che quello che c’è non funziona.

In sei mesi la quota di droni e armamenti tecnologici negli appalti sale dal 60 al 90 per cento. Le gare competitive tolgono centinaia di milioni ai margini che qualcuno, prima, incassava senza fare domande. L’intercettazione degli Shahed passa dall’83 al 91 per cento, quella dei missili da crociera dal 47 all’87. La paga della fanteria di prima linea quasi triplicata. Il 14 luglio 2026 l’Ucraina testa il suo primo missile balistico. Il giorno dopo, Zelensky lo licenzia.

La rimozione che fa nascere la sfida

La versione ufficiale della sua rimozione parla di un conflitto ormai insanabile con il comandante in capo Oleksandr Syrskyi: trentacinque anni il ministro, sessanta il generale, uno cresciuto con lo smartphone in mano, l’altro con la scuola sovietica alle spalle. È una spiegazione comoda, forse in parte vera. Ma è curioso che lo stesso Syrskyi, giorni dopo, scriva sulla stampa militare di essere rimasto sorpreso nell’apprendere che tra lui e il ministro ci fosse un conflitto. Fedorov, dal canto suo, indica un’altra causa, condivisa da gran parte delle analisi indipendenti: le sue riforme sugli appalti hanno tolto il pane a reti di interesse che duravano da prima della guerra e sarebbero durate anche dopo. Non divergenze di visione: money.

Sotto la superficie c’è una faglia più profonda del semplice scontro generazionale. Da mesi spinge Kyiv verso un negoziato: inviati come Steve Witkoff e Jared Kushner fanno la spola tra Mosca e Kyiv, la fissa scadenze che puntualmente slittano perché il nodo resta sempre lo stesso: il territorio. Fedorov, in pubblico, non ha mai accennato a tavoli negoziali. Ha parlato di missili balistici, di robot che sostituiscono i soldati, di un fronte tenuto dalle macchine: è il volto di chi crede che la guerra finisca continuando a combatterla con mezzi migliori, non sedendosi a un tavolo a discutere di confini. La sua rimozione, il 15 luglio, precede di appena una settimana il rilancio di quei negoziati, riportato dalla stampa ucraina il 24 luglio. Un caso?

Il licenziamento fa scendere in piazza, per giorni, migliaia di persone a Kyiv, Leopoli, Kharkiv, Odessa, Zaporizhzhia, con cartelli e giochi di parole sul cognome del generale. Un sondaggio rileva che il 72 per cento degli ucraini non approvava la rimozione, solo il 5 per cento è favorevole. Dopo una settimana, Zelenskyy cede a metà: rimuove Syrskyi e lo sostituisce con il generale Drapatyi, vicino a Fedorov, ma non richiama l’ex ministro. Gli offre un ruolo senza portafoglio che Fedorov liquida come poco più di una consulenza. Una vittoria dimezzata è, quasi sempre, anche una sconfitta dimezzata.

Nelle settimane successive Fedorov alza lentamente il tiro. A Ukrainska Pravda racconta di aver saputo della propria sostituzione mezz’ora prima che diventasse pubblica. Paragona il tentativo di riformare un ministero in guerra a «un intervento a cuore aperto senza elettricità», per di più con gli strumenti sbagliati, mentre il paziente è ancora vivo. Al Times promette di non fare opposizione a Zelenskyy finché dura la guerra. Alla CBS dice che l’Ucraina sarà in grado di colpire la Russia con missili balistici di propria produzione entro pochi mesi. Quando gli chiedono perché sia stato cacciato, risponde che non vuole parlarne al pubblico americano.

Poi, il 18 agosto, fa la mossa che nessuno si aspetta, la sfida interna più seria affrontata da Zelenskyy dall’inizio dell’invasione. Fedorov lancia un appello a tenere le elezioni in piena guerra, perché «la non può restare ostaggio della Russia». Chi ha manifestato per settimane perché tornasse al ministero gli volta le spalle in un giorno. Un veterano tra gli organizzatori delle proteste scrive di non riuscire a immaginare come, tecnicamente, possano votare migliaia di soldati al fronte. Altri manifestanti sono più diretti: non sono scesi in piazza per le sue ambizioni politiche, ma perché restasse al suo posto. Il consigliere presidenziale Dmytro Lytvyn risponde: gli attacchi quotidiani di droni e missili russi bastano a spiegare perché non si può votare. Da quel giorno, niente più manifestazioni.

I sondaggi, nel frattempo, lo indicano al secondo posto nella fiducia degli ucraini, dietro solo all’ex comandante in capo Valerii Zaluzhnyi. Il Rating Group lo dà terzo in un’ipotetica elezione presidenziale, dietro Zelenskyy e lo stesso Zaluzhnyi; il SOCIS lo ferma più in basso, al 10,5 per cento al primo turno, ma se diventasse un testa a testa contro Zelensky, lo stesso istituto lo dà vincente: 63,7 a 36,3. C’è solo un problema: la ucraina vieta le elezioni sotto la legge marziale, che sarà in vigore almeno fino al 31 ottobre.

Le ombre, va detto, non mancano. La moglie, Anastasiia Fedorova, stilista e imprenditrice, è stata bersaglio di una campagna russa che le attribuiva uno yacht da ventisei milioni di euro, in realtà mai comprato. Un falso smontato dai fact-checker ucraini, ma non prima di aver fruttato minacce e molestie che lei stessa ha denunciato, chiedendo anche di non trasformare il marito in una figura di culto. Fonti vicine allo Stato maggiore lo accusano di aver sconfinato nelle questioni tattiche, cosa che lui respinge come diffamante. Fedorov stesso racconta di aver avvertito Zelenskyy, già ad aprile, che gli avrebbero attribuito il possesso di aziende di droni: una mossa che descrive come preventiva, orchestrata dalle lobby colpite dalle sue riforme. Nessuna documentazione in merito. Più concreta è un’inchiesta per contratti sospetti di droni a prezzi gonfiati, che però riguarda, per ora, soltanto un consulente vicino al suo ministero.

Contestata, invece, la riforma della mobilitazione, la più impopolare del suo mandato. L’ha ammesso lui stesso: andava discussa meglio con gli esperti prima di essere imposta ai centri di reclutamento. Tutto questo mentre Kyiv attraversa continui terremoti anticorruzione. Due ministri dimissionari per lo scandalo Midas alla fine del 2025, l’uscita di scena del potente capo di gabinetto Andrii Yermak e, il giorno dopo l’appello elettorale di Fedorov, una nuova inchiesta, soprannominata Forrest Gump. Questa volta cade la testa della vicecapo dello staff presidenziale Iryna Mudra, licenziata da Zelenskyy. Fedorov non è nel mirino, ma quella è la trincea in cui si muove.

Fuori dai confini ucraini, Fedorov è diventato un punto di riferimento: tre summit in formato Ramstein, quaranta miliardi di dollari di sostegno promesso per il 2026, accordi con la per quattro miliardi di euro e per i missili Patriot, un contratto per i caccia svedesi Gripen. Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, ha definito la sua rimozione «una grande sorpresa», arrivata proprio mentre si firmava il partenariato industriale tra Unione Europea e Ucraina di cui Fedorov era, di fatto, il motore. Dopo il licenziamento sono arrivate offerte da fondazioni internazionali e da ministri della Difesa stranieri, compreso quello italiano. Fedorov ha rifiutato tutto: resterà in Ucraina, ha detto. E invece, proprio ieri, 28 agosto, la conferma: sarà un “advisor per l’innovazione” per la Difesa italiana.

Rimane un enigma semplice da enunciare e difficile da sciogliere. Fedorov ha trattato lo Stato come una start-up e il come una piattaforma, ha reso la Silicon Valley un’alleata di guerra e, in sei mesi, ha ottenuto risultati che generazioni di funzionari non avevano nemmeno tentato. Ha anche costruito, senza volerlo dice lui, una popolarità che gli è sfuggita di mano, come dimostra il rifiuto dei suoi sostenitori alla proposta di elezioni subito. Un uomo che promette di non fare politica, sostenuto da piazze che lo vogliono ministro ma non presidente, in un Paese dove per ora non si può votare e dove Washington preme per un tavolo a cui lui non vuole sedere. L’enigma: è un tecnocrate in panchina o il guardiano di una dottrina di guerra che il suo stesso Presidente potrebbe dover abbandonare?


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CREDITI FOTO: Ufficio Stampa Ministero della Difesa

Autore

  • Paolo Butturini

    Nato a Milano, giornalista professionista: ha scritto per quotidiani (Il Gazzettino, Paese Sera, Il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport) periodici (Onda Tv, Epoca, Sport Magazine) e riviste (Bianco e nero e altre). Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con “Ho ballato di tutto” (Albatros -Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata(Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie).

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