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Mentre la copertura mediatica internazionale della guerra in corso nella Striscia di documenta meticolosamente la devastazione visibile — i grattacieli rasi al suolo, l’asfalto crivellato di crateri e le reti idriche distrutte — sotto i teli delle tende si sta verificando anche un profondo e catastrofico crollo istituzionale, che fatica a trovare spazio fra le notizie: la totale scomparsa della rete di giuridica e fisica che protegge le donne vittime di a Gaza.

Nelle zone di , la violenza strutturale spesso sopravvive alla guerra fisica e distruttiva. A Gaza, la demolizione fisica totale dei tribunali della sharia, la perdita catastrofica degli archivi giudiziari sia cartacei sia digitalizzati e la paralisi totale delle forze di civile ed esecutiva si sono combinate per dare vita a un vuoto di legge assoluto che favorisce la violenza strutturale patriarcale. Per migliaia di donne divorziate, separate, legalmente «sospese» (Mu’allaqat, una condizione di “limbo maritale” in cui una donna non è né veramente sposata né legalmente divorziata, per esempio quando alcuni mariti si rifiutano di concedere il divorzio solo per evitare di pagare il mantenimento e la dote differita che si versa dopo un divorzio, ndr) e vedove, questo vuoto non rappresenta semplicemente un ritardo burocratico. Rappresenta una vulnerabilità immediata e quotidiana che le espone a gravi forme di terrore domestico, sfruttamento economico e privazione finanziaria sancita dallo Stato.

Il diritto di famiglia non esiste più

Il contratto sociale che regolava il diritto di famiglia a Gaza si è disintegrato. Prima dell’escalation delle ostilità, lo Stato, attraverso la magistratura, manteneva un livello minimo di deterrenza contro gli abusi familiari. Oggi, quella deterrenza è venuta meno. Il crollo totale dei meccanismi di responsabilità ha stravolto completamente l’equilibrio di potere all’interno delle famiglie, eliminando il timore di ritorsioni legali in caso di crimini, e lasciando la fascia più vulnerabile delle donne completamente esposta a una incontrollata.

Il volto umano: la paralisi degli alimenti e dei ricorsi legali

Per comprendere come il crollo istituzionale si traduca in privazioni materiali, occorre guardare alla realtà di Maryam Al-Najjar, una donna di 29 anni sfollata e madre di due bambini che attualmente sopravvive all’interno di un rifugio di fortuna a Deir al-Balah.

Prima dello scoppio delle ostilità, Maryam era riuscita a ottenere una sentenza vincolante dal Tribunale della sharia, che obbligava il suo ex marito a versare un assegno mensile di mantenimento per i figli. Quando lui non adempiva, il tribunale ne imponeva regolarmente l’esecuzione attraverso meccanismi di esecuzione municipali e ordinanze di congelamento dei conti bancari. Tuttavia, con la distruzione fisica degli archivi giudiziari e la sospensione totale delle forze di polizia esecutive, il suo ex marito ha cessato ogni pagamento in totale .

In un mercato iperinflazionistico in cui i prezzi dei generi alimentari di base, dell’acqua potabile e dei beni essenziali per i bambini sono saliti alle stelle in modo esponenziale, Maryam si ritrova senza alcuna risorsa finanziaria. Quando ha tentato di esigere il mantenimento legale per i suoi figli, il suo ex marito ha apertamente sfruttato il vuoto strutturale, affermando senza mezzi termini che, in assenza di tribunali funzionanti e di polizia che eseguisse i mandati, i documenti legali non erano altro che carta straccia. Maryam ora conserva le sue ordinanze giudiziarie timbrate all’interno di una cartellina di plastica logora: un crudo monumento a un sistema giuridico che un tempo possedeva la forza di far rispettare le responsabilità, ma che ora è stato completamente ridotto in cenere.

Il vuoto come arma: la cancellazione istituzionale e il sequestro delle eredità degli orfani

Il vuoto giuridico si estende ben oltre i divorzi congelati e il mancato pagamento degli alimenti; ha aperto la porta allo spogliamento economico sistematico di vedove e orfani. Nel quadro giuridico tradizionale di Gaza, i tribunali della sharia monitorano attentamente i patrimoni attraverso dipartimenti specializzati volti a proteggere le quote finanziarie dei minori (Dawa’ir Amwal Al-Qasereen). Nell’attuale vuoto strutturale, questa barriera protettiva è completamente svanita, consentendo ai parenti paterni di strumentalizzare l’assenza della legge.

Questa è la straziante realtà che deve affrontare Sanaa Abu Muharab, una vedova di 34 anni costretta a provvedere da sola ai propri figli rimasti senza padre all’interno delle zone di . In seguito alla tragica morte del marito durante la guerra, Sanaa e i suoi figli avevano diritto per legge al suo patrimonio e alle disposizioni lasciate loro. Tuttavia, approfittando direttamente della paralisi assoluta del sistema giudiziario della sharia e dell’assenza di funzionari preposti all’esecuzione delle successioni, il nonno paterno dei bambini è subentrato nel vuoto per appropriarsi dell’intera eredità del defunto marito e ignorarne il testamento esplicito.

Senza un tribunale funzionante a cui rivolgersi per presentare un’ingiunzione d’urgenza, congelare i beni o contestare l’abuso di potere del nonno, Sanaa si è ritrovata completamente spossessata.

Nel contesto profondamente patriarcale di Gaza, una vedova indipendente che tenti di sfidare il patriarca della famiglia senza il sostegno giudiziario va incontro a un’enorme reazione sociale. Il nonno ha apertamente approfittato della morte istituzionale dello Stato, lasciando Sanaa e i suoi figli orfani completamente indigenti, costretti a fare affidamento su razioni alimentari umanitarie irregolari mentre la loro legittima rete di sicurezza finanziaria veniva loro sottratta con totale impunità legale. La sua storia mette in luce una realtà terrificante: la distruzione dei tribunali non ha solo bloccato la burocrazia, ma ha legittimato la predazione economica dei più vulnerabili.

Il matrimonio precoce come via di fuga ingannevole

Le difficoltà di Maryam e Sanaa non sono semplici casi isolati di violenza domestica; sono finestre diagnostiche su una crisi istituzionale massiccia e non documentata. I dati raccolti dai rapporti sul campo delle organizzazioni locali per i diritti umani — tra cui il Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) e Al-Haq — insieme a organismi di monitoraggio globali come UN Women e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), rivelano che oltre 15.000 cause relative allo stato di famiglia in tutta la Striscia di Gaza sono attualmente completamente congelate.

Nel cuore di questa paralisi è emerso un fenomeno pericoloso: la corsa di molte ragazze verso il matrimonio precoce come meccanismo di fuga fallace. A causa delle condizioni soffocanti dell’esilio, dell’affollamento delle famiglie allargate all’interno di un’unica tenda e dell’escalation della violenza domestica da parte di padri o fratelli che reagiscono a gravi pressioni psicologiche ed economiche, le ragazze si sentono costrette ad accettare il matrimonio precoce. Lo fanno sia per ridurre l’onere finanziario sulle loro famiglie, sia per sfuggire all’ambiente instabile delle loro famiglie sfollate.

Tuttavia, il paradosso scioccante è che questa via di fuga spesso le fa precipitare in una trappola ancora più dura di violenza domestica ed economica all’interno delle tende dei mariti. Quando una ragazza cerca di liberarsi o di chiedere la separazione, si scontra con l’orrenda realtà della totale assenza di tribunali della sharia, rimanendo così abbandonata senza alcuna garanzia finanziaria o legale per proteggere se stessa o i suoi futuri figli.

Il muro del silenzio, la pressione sociale e le regressioni tribali

Le migliaia di casi in sospeso rappresentano solo la punta visibile di un enorme iceberg strutturale. Gli osservatori dei diritti umani incontrano estrema difficoltà nel documentare la reale portata della violenza di genere a causa di un profondo e impenetrabile «muro di silenzio» radicato profondamente nel tessuto tradizionale della società. Le valutazioni sul campo condotte da organizzazioni come l’Associazione Aisha per la protezione delle donne e dei bambini rivelano che migliaia di donne divorziate, in sospeso e vedove subiscono attualmente estorsioni quotidiane e tormenti psicologici da parte di parenti maschi, eppure scelgono consapevolmente il silenzio assoluto.

Questo silenzio è imposto da trappole strutturali profondamente interconnesse. La prima è la paura dello stigma sociale: in un ambiente profondamente tradizionale e in grave crisi, la salvaguardia del nucleo familiare allargato ha la priorità assoluta rispetto alla sicurezza individuale delle donne. Una donna che tenti di denunciare gli abusi subiti è spesso soggetta a immediato ostracismo sociale o incolpata di causare fratture interne alla famiglia.

La seconda è la perdita di rifugi sicuri: prima della guerra, organizzazioni specializzate della società civile gestivano centri di accoglienza sicuri per le donne, come Beit al-Aman, fornendo un rifugio fisico immediato e consulenza legale. Con questi centri completamente distrutti, una donna in fuga da un contesto familiare violento si trova immediatamente senza un tetto. In un affollato campo profughi, uscire dalla tenda significa dormire per strada senza alcuna protezione.

La terza, infine, è l’ascesa degli arbitri tribali: il collasso strutturale ha permesso ai consigli tribali informali (Majalis Ashairiya) di inserirsi nel vuoto lasciato dai sistemi giudiziari civili e della sharia. Composti esclusivamente da anziani tribali di sesso maschile e da mukhtar che operano secondo mentalità tradizionali, questi consigli esercitano abitualmente pressioni o costringono le donne vittime di abusi e le vedove vulnerabili a rinunciare per iscritto ai propri diritti legali documentati — tra cui le doti differite (Mu’akhar) e l’affidamento dei figli — semplicemente per garantire una separazione informale e consuetudinaria o per mantenere la .

Le donne si ritrovano emarginate anche nell’architettura degli aiuti: i sistemi di registrazione e distribuzione favoriscono fortemente le grandi unità familiari tradizionali e raramente riconoscono una donna divorziata, sospesa dal matrimonio o vedova come capofamiglia indipendente. Di conseguenza, i buoni di aiuto e le razioni alimentari vengono sistematicamente consegnati direttamente ai patriarchi maschi, costringendo strutturalmente le donne vulnerabili a rimanere sottomesse ai propri aguzzini solo per accedere a beni di prima necessità come farina e acqua.

Un messaggio globale a ogni donna vivente

Nessuna donna, indipendentemente da dove si trovi su questa terra, dovrebbe mai essere costretta ad accettare umiliazioni, sottomissione o ingiustizie sistematiche. Eppure, la storia dimostra continuamente che, in tempi di caos e conflitto assoluti, le donne e i bambini rimangono gli anelli più deboli e strutturalmente più vulnerabili della società.

Qui a Gaza, il prezzo psicologico e sociale da pagare per far sentire la propria voce è terrificante. Compiere quel passo incredibilmente difficile per rivendicare i propri diritti sotto le tende significa esporsi a una vulnerabilità assoluta. Significa compiere una scelta senza alcuna garanzia legale, senza alcuna protezione da parte dello Stato e senza alcuna rete di sicurezza finanziaria. Un numero immenso di donne in tutta Gaza è sottoposto a un grave terrore economico e domestico, eppure sceglie di soffocare le proprie grida, per una legittima e paralizzante paura della miseria assoluta, della mancanza di una casa e della perdita permanente dei propri figli a causa delle dinamiche tribali patriarcali.

Dal cuore di questo crollo totale, scrivo queste righe per abbattere proprio quel muro di silenzio. Il mondo deve confrontarsi con la realtà che, quando lo muore, sono le donne a sopportare il fardello più pesante dell’illegalità, pagandolo con la loro sicurezza e dignità. Le grida delle donne sfollate, divorziate e vedove di Gaza non devono rimanere confinate dietro le patte di plastica chiuse a zip di tende dimenticate.

La giustizia che chiediamo per Gaza non è solo per ricostruire i muri di cemento delle nostre città in frantumi, ma per ricostruire le spine dorsali giudiziarie, morali ed etiche spezzate che, da sole, possono garantire sicurezza, sovranità e dignità umana senza compromessi per ogni donna che sopravvive sotto il sole.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando il link e inserendo la fonte all’inizio.

CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

Autore

  • Enas Abu Ghayad

    Scrittrice e giornalista palestinese di Gaza, dedica il proprio lavoro alla documentazione delle violazioni dei diritti umani e alla messa in luce delle storie umane ignorate della sua comunità.

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