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‘The Writer in the Witness-Box’ è una conversazione tra George Orwell e Desmond Hawkins, durante una trasmissione per Home Service, 6 dicembre 1940. La conversazione, incentrata sul concetto di “letteratura proletaria” e ““, fu pubblicata in The Listener, il 19 dicembre 1940. Piccola curiosità: di Orwell non esistono registrazioni vocali, sono tutte andate perdute, o meglio la BBC non le ha conservate. Citiamo dallo scrittore Nathan Waddell:

La sua voce andava regolarmente in onda nei primi anni ’40, quando lavorava alla BBC come assistente ai programmi di attualità e poi come produttore di tali programmi. Eppure non è sopravvissuta alcuna registrazione delle sue trasmissioni radiofoniche. Nonostante avesse prodotto un “magazine” radiofonico intitolato Voice, la voce di Orwell è andata perduta. In un certo senso, non possiamo concepire Orwell senza il suono della sua voce. Abbiamo però delle testimonianze. Uno dei biografi di Orwell, D. J. Taylor, osserva che le «testimonianze degli amici [di Orwell]» ci permettono di farci un’idea di come fosse la sua voce. Caratterizzato dal registro stereotipato dell’alta società, si dice che il modo di parlare di Orwell fosse lento, o strascicato, acuto, privo di energia e molto peculiare. Forse c’è qualcosa di Orwell nella voce «stanca e colta» del Rettore, Charles Hare, nel suo romanzo A Clergyman’s Daughter (1935); oppure, come suggerisce Taylor, nei residenti della classe media dei sobborghi del romanzo di Orwell Coming Up for Air (1939), che parlano con «un’imitazione passabile dell’alta società». Qualunque sia il caso, la voce di Orwell ci è rimasta nascosta per decenni. Man mano che le sue idee e opinioni sono entrate nel linguaggio, sempre più spesso espresse da altri, la voce fisica di Orwell è rimasta inascoltata.

La nostra rubrica Orwell è tradotta dalla traduttrice letteraria Anna Martini. Per ricevere Orwell sulla tua casella di posta, iscriviti qui.


Hawkins Ho sempre dubitato che esista una cosa come la letteratura proletaria, o che possa mai esistere. La prima domanda è: che significato si dà a questa espressione? Che cosa significa, per te? Si potrebbe presumere che significhi letteratura scritta appositamente per il proletariato, e letta dal proletariato, ma è davvero così?

Orwell No, evidentemente no. Se così fosse, la letteratura più esplicitamente proletaria sarebbe quella di certi nostri giornali del mattino. Ma l’esistenza di pubblicazioni come New Writing, o dello Unity Theatre, per esempio, dimostra che questa espressione ha un suo significato, anche se purtroppo vi si mescolano varie idee differenti. Grosso modo, si intende come un genere di letteratura in cui il punto di vista della classe lavoratrice, che si immagina completamente diverso da quello delle classi più abbienti, riesce a farsi ascoltare.

E questo, naturalmente, si è mescolato con la socialista. Non credo che chi abusa di questa espressione intenda letteratura scritta da proletari. era proletario, ma non lo si può definire uno scrittore proletario. Paul Potts si potrebbe dire uno scrittore proletario, ma non è proletario. Il concetto in generale mi lascia perplesso, poiché non credo che il proletariato possa creare una letteratura indipendente, finché esso non è classe dominante.

Credo che la sua letteratura sia, e debba essere, letteratura borghese con un taglio leggermente diverso. In fin dei conti, buona parte di ciò che crediamo nuovo non è altro che il vecchio capovolto. Le poesie sulla civile spagnola, per esempio, sono solo una versione sgonfia di quello che Rupert Brooke e soci scrivevano nel 1914.

Il concetto in generale mi lascia perplesso, poiché non credo che il proletariato possa creare una letteratura indipendente, finché esso non è classe dominante.

Hawkins Credo però si debba ammettere che il culto della letteratura proletaria – che la teoria sia giusta o no – ha avuto qualche effetto. Pensa a scrittori come James Hanley, per esempio, o Jack Hilton, o Jack Common. Hanno da dire qualcosa di nuovo; qualcosa che, in ogni caso, un autore con una normale educazione borghese non avrebbe detto allo stesso modo.

Certo sulla letteratura proletaria è fiorita una quantità enorme di luoghi comuni, negli anni dopo la Crisi, quando tutto Bloomsbury è diventato marxista e il era in gran voga. Ma in realtà era cominciata prima. Subito prima dell’ultima guerra, direi, quando Ford Madox Ford, il direttore dell’English Review, conobbe D. H. Lawrence e vide in lui il presagio di una nuova classe che trovava espressione in letteratura. Figli e amanti di Lawrence ha davvero aperto una nuova strada. Ha portato sulla pagina un tipo di esperienza che, semplicemente, non era mai stato pubblicato prima. Eppure si trattava di un’esperienza condivisa da milioni di persone. La domanda è: perché nessuno ne aveva mai scritto? Perché, secondo te, prima non c’erano mai stati libri come Figli e amanti?

Orwell Credo sia solo una questione di istruzione. Lawrence era figlio di un minatore, ma aveva ricevuto un’istruzione non molto diversa da quella borghese. Non dimentichiamo che era laureato. Prima di una certa data – grosso modo prima degli anni Novanta, quando gli effetti dell’Education Act[1] cominciarono a farsi sentire – erano pochissimi i proletari autentici in grado di scrivere; cioè, scrivere con sufficiente perizia da produrre un libro o un racconto. D’altra parte, gli scrittori professionisti non sapevano niente della vita proletaria. Lo si avverte perfino in uno scrittore veramente radicale come Dickens. Dickens non scrive della classe lavoratrice; non ne sa abbastanza. È dalla parte della classe lavoratrice, ma si sente completamente diverso; molto più diverso di quanto si sentirebbe oggi il tipico esponente della classe media.

Hawkins Allora, in fin dei conti, la comparsa del proletariato come classe capace di produrre libri rappresenta un’evoluzione della letteratura; un argomento completamente nuovo, e un punto di vista nuovo sulla vita?

Orwell Sì, salvo nella misura in cui tutte le classi sociali tendono a fare esperienze sempre più simili. Io sono dell’idea che le distinzioni di classe in un paese come l’Inghilterra siano diventate troppo irreali per poter durare ancora a lungo. Cinquanta o anche solo venti anni fa, un operaio e un piccolo professionista, per esempio, erano creature diversissime. Oggi sono praticamente uguali, anche se forse non se ne rendono conto. Guardano gli stessi film e ascoltano gli stessi programmi radiofonici, si vestono allo stesso modo e vivono in case molto simili. Quello che chiamavamo proletario – quello che Marx avrebbe inteso con proletario – ormai esiste soltanto nell’industria pesante e nelle campagne.

In ogni caso, è stato indubbiamente un grande passo in avanti, quando per la prima volta si sono affidate alla pagina le realtà della vita della classe lavoratrice. Credo che abbia contribuito a riportare la narrativa verso i fatti veri e a farle prendere le distanze dalla materia ultra-raffinata delle opere di Galsworthy e compagnia. Credo che il primo esempio di questo sia The Ragged-Trousered Philanthropists[2], un libro che mi è sempre parso meraviglioso, per quanto rozza sia la scrittura. Descrive cose che facevano parte dell’esperienza quotidiana ma di cui, semplicemente, nessuno si era mai accorto; proprio come nessuno si era mai accorto che il mare era blu prima dell’anno 1800, si dice. E anche Jack London è stato un pioniere dello stesso tipo.

Hawkins E cosa si può dire della lingua e della tecnica? Come ricorderai, la scorsa settimana Cyril Connolly ha detto che le grandi innovazioni in letteratura riguardano la tecnica più che il contenuto. Ha portato l’esempio di Joyce, affermando che in lui non c’è nulla di nuovo se non la tecnica. Ma questi proletari rivoluzionari non hanno mostrato un grande interesse per la tecnica, vero? Certi non sembrano tanto diversi, nel tono, dalle pie e moraleggianti romanziere del secolo scorso. La loro rivolta è tutta nel contenuto, nei temi… giusto?

Orwell In linea generale, direi di sì. L’inglese scritto di oggi è sicuramente molto più colloquiale rispetto a vent’anni fa, e va bene così. Ma abbiamo preso in prestito molto più dall’America che dal modo di parlare della classe lavoratrice inglese. A proposito della tecnica: è singolare quanto gli scrittori proletari, o cosiddetti tali, siano conservatori. Potremmo fare un’eccezione per Hunger and Love di Lionel Britton[3]. Ma se sfogli un numero di New Writing o della Left Review non ci troverai grandi esperimenti.

Hawkins Allora si torna a questo: che la cosiddetta letteratura proletaria si regge o cade a seconda dell’argomento. La mistica che sta dietro questi scrittori, suppongo, è la lotta di classe, la speranza in un futuro migliore, la battaglia della classe lavoratrice contro condizioni di vita infelici.

Orwell Sì, la letteratura proletaria è soprattutto una letteratura di rivolta. Non può essere altrimenti.

Hawkins E quello che io le ho sempre rimproverato è di essere troppo dominata da considerazioni politiche. Politici e artisti non dovrebbero andare a braccetto, a mio parere. L’obiettivo di un politico è sempre limitato, parziale, a breve termine, ultra-semplificato. Deve esserlo, per avere qualche speranza di realizzarsi. In quanto principio d’azione, non può permettersi di riflettere sulle proprie imperfezioni e sulle possibili virtù degli avversari. Non può permettersi di soffermarsi sul pathos e sulla tragedia di ogni umana impresa. In parole povere, deve escludere proprio ciò che nell’arte ha valore. Saresti d’accordo, quindi, nel dire che quando la letteratura proletaria diventa letteratura, smette di essere proletaria, in senso politico? O che quando diventa propaganda smette di essere letteratura?

Orwell Forse questa è una generalizzazione un po’ grossolana. Io ho sempre sostenuto che ogni artista è un propagandista. Non intendo un propagandista politico. Se ha un minimo di onestà o di talento, non può esserlo. La propaganda politica è fatta soprattutto di bugie, non solo sui fatti, ma anche sui propri sentimenti. Però ogni artista è un propagandista nel senso che cerca, direttamente o indirettamente, di imporre una visione della vita che gli appare desiderabile. Nella sostanza, siamo d’accordo sulla visione della vita che la letteratura proletaria sta cercando di imporre.

Come hai detto, la sua mistica è quella della lotta di classe. Che è qualcosa di reale; in ogni caso, è qualcosa in cui si crede. C’è gente disposta a morire per questo, oltre che a scriverne. In Spagna sono morti in tanti, per questo. Voglio dire che la letteratura proletaria, per quanto sia stata importante e utile fino al punto a cui è arrivata, probabilmente non durerà a lungo e non segnerà l’inizio di una nuova epoca in letteratura. È fondata sulla rivolta contro il capitalismo, e il capitalismo sta scomparendo.

In uno stato socialista, molti dei nostri scrittori di – gente come Edward Upward, Christopher Caudwell, Alec Brown, Arthur Calder-Marshall e tutti gli altri – specializzati negli attacchi contro la società in cui vivono, non avrebbero niente da attaccare. Per tornare un momento al libro che ho citato prima, Hunger and Love di Lionel Britton: è un’opera notevole e credo che in un certo senso sia rappresentativa della letteratura proletaria. Be’, di che cosa parla? Di un giovane proletario che vorrebbe non essere un proletario. Non fa altro che descrivere le intollerabili condizioni di vita della classe lavoratrice, il tetto che perde, il lavandino che puzza, eccetera.

Ora, non si può fondare una letteratura sul fatto che il lavandino puzza. Non è una convenzione che possa durare quanto l’assedio di Troia. E dietro questo libro, e molti altri simili, si vede quella che è in realtà la storia di uno scrittore proletario di oggi. Per un qualche caso fortuito – molto spesso, solo perché è rimasto disoccupato a lungo – un giovane della classe lavoratrice ha l’occasione di istruirsi.

Quindi si mette a e naturalmente usa le sue prime esperienze, le sue sofferenze nella , la sua rivolta contro il sistema esistente, e così via. Ma non sta davvero creando una letteratura indipendente. Scrive alla maniera borghese, usa il linguaggio della classe media. Non è altro che la pecora nera della famiglia borghese, che ricorre ai vecchi metodi per scopi un poco diversi. Non fraintendermi: non dico che non possa essere uno scrittore bravo come chiunque altro, ma non lo sarà per il fatto di essere un lavoratore, bensì perché aveva già talento e ha imparato a scrivere bene.

Fintanto che la borghesia sarà la classe dominante, la letteratura dovrà essere borghese. Ma non credo che questa o un’altra classe possano restare dominanti a lungo. Credo che stiamo andando verso un’epoca senza classi, e quella che chiamiamo letteratura proletaria è uno dei segni del cambiamento. Ma non nego neppure per un istante il bene che ha fatto: l’effetto rivitalizzante di aver messo nero su bianco l’esperienza della classe lavoratrice e i suoi valori.

Hawkins E naturalmente ci abbiamo guadagnato parecchi buoni libri.

Orwell Oh sì, parecchi. La strada di Jack London, Caliban Shrieks di Jack Hilton, i libri carcerari di Jim Phelan, i racconti di mare di George Garrett, Old Soldier Sahib del soldato semplice Richards[4]Grey Children di James Hanley[5], per citarne solo alcuni.

Hawkins Finora non abbiamo parlato della letteratura che il proletariato legge davvero: non tanto i quotidiani, quanto i settimanali, le pubblicazioni più economiche.

Orwell Sì, direi che i settimanali popolari sono molto più rappresentativi. Giornali come Home Chat o Exchange and Mart, e Cage-Birds[6], per esempio.

Hawkins E la letteratura che viene davvero dal popolo… non ne abbiamo parlato. Prendiamo, per esempio, i canti nati intorno al fuoco dell’accampamento degli uomini che costruirono la Canadian Pacific Railway, o le canzoni marinaresche, o la poesia negra come Stagolee[7]; e i vecchi fogli di strada – specialmente quelli sulle esecuzioni capitali, il genere di cose che deve aver ispirato Danny Deever di Kipling. E gli epitaffi, i limerick, i motivetti delle pubblicità… restando nell’ambito della poesia, è questa la speciale letteratura del proletariato, no?

Orwell Sì, e non dimentichiamo le barzellette sulle cartoline illustrate umoristiche, specie quelle di Donald McGill. Io ci sono particolarmente affezionato. E soprattutto le canzoni composte e cantate dai soldati nell’ultima guerra. E le canzoni militaresche per le chiamate del trombettiere e le marce: questa è la vera poesia popolare del nostro tempo, come le ballate medioevali. Peccato che siano sempre impubblicabili.

Hawkins Sì, ma temo che adesso stiamo scivolando nella letteratura folcloristica, e mi sembra che dobbiamo tenere distinte le due cose. Da quello che dici immagino che la parola “proletario” perda tutto il suo significato se la si separa dalla politica rivoluzionaria.

Orwell Sì, il termine “proletariato” è un termine politico che appartiene esclusivamente all’era industriale.

Hawkins Be’, ci troviamo del tutto d’accordo, credo, sul fatto che non si possa teorizzare una letteratura proletaria a sé stante. Con tutte le sue apparenti differenze, rientra nel quadro di quella che tu chiami scrittura borghese.

Orwell Con “borghese” e “borghesia” non mi riferisco unicamente alle persone che comprano e vendono cose; intendo l’intera dominante del nostro tempo.

Hawkins Chiarito questo, dobbiamo ancora valutare il contributo di questi cosiddetti scrittori proletari. Perché un contributo c’è, e sarebbe assurdo trascurarlo solo perché scartiamo la teoria.

Orwell Credo che abbiano dato due tipi di contributo. Uno è che hanno fornito, in una certa misura, nuovi argomenti, e questo ha spinto altri scrittori, al di fuori della classe lavoratrice, a osservare cose che avevano sotto il naso ma che non avevano mai notato prima. Inoltre hanno introdotto una nota, potremmo definire, di ruvidezza e vitalità. Sono stati un po’ come una voce dal loggione, un freno alla raffinatezza e ricercatezza esagerate.

Hawkins E c’è un altro contributo, che tu stesso hai citato prima: la lingua. T. S. Eliot sottolineava l’importanza di immettere continuamente nella lingua parole di nuovo conio, e in questi anni le parole e le espressioni nuove sono venute soprattutto dalla classe lavoratrice. Può arrivare dal cinema, dalla strada o da qualunque canale, ma allo scrittore proletario va riconosciuto il merito di aver donato all’inglese moderno molto del suo vigore e del suo colore.

Orwell Be’, certo, ammesso che di colore ne abbia molto! Ma della prosa tipica degli ultimi dieci anni possiamo certamente dire che non ha tanti fronzoli o aggettivi superflui. È disadorna. Si può discutere se questo sia un tipo di prosa adatto a esprimere pensieri molto acuti, ma è perfetta per descrivere l’azione, ed è un buon antidoto alla prosa ultra-ricercata che si usava una volta; a suo modo ottima, certo, ma che tende a infiacchire troppo la lingua.

Hawkins Bene, in conclusione: sembra che l’idea di “letteratura proletaria” abbia creato un punto di convergenza per opere degnissime, concentrando l’attenzione degli scrittori della classe lavoratrice, rivoluzionari e non, sulla tecnica o sulla politica o sugli argomenti. Ma l’espressione in sé, come termine critico, è di scarsissima utilità.

Orwell È forse servita per etichettare una letteratura piuttosto eterogenea, tipica di un periodo di transizione, ma su questo concordo con te: perché esista qualcosa che si possa davvero chiamare letteratura proletaria, il proletariato dovrebbe essere la classe dominante.

Hawkins Sì, e partendo da questo assunto, dovrebbe certamente cambiare carattere. E resta ancora aperta la questione che abbiamo appena sfiorato: fino a che punto la politica si può far entrare nell’arte senza rovinare l’arte?


[1] Riforma della scuola elementare del 1870 (Forster’s Education Act) considerata a lungo una pietra miliare della pubblica istruzione. L’intento era di garantire l’istruzione su scala nazionale (in Inghilterra e Galles), tuttavia la legge non garantiva istruzione gratuita né obbligatoria. (NdT)

[2] The Ragged-Trousered Philanthropists (I filantropi coi calzoni stracciati), 1914: romanzo semiautobiografico dell’imbianchino irlandese Robert Noonan, che nel tempo libero scriveva con lo pseudonimo di Robert Tressell. Mai uscito in traduzione italiana. (NdT)

[3] Hunger and Love (Fame e amore) di Lionel Britton, romanzo del 1931 molto apprezzato da Bertrand Russell che ne scrisse l’introduzione. Mai pubblicato in traduzione italiana. (NdT)

[4] Frank Richards, Old Soldier Sahib, 1936. L’autore prestò servizio militare (come soldato semplice) in India e in Birmania nei primi anni del secolo scorso e scrisse questo affascinante resoconto (non tradotto in italiano) della vita dei soldati inglesi nel periodo di massimo splendore del Raj britannico. (NdT)

[5] James Hanley, Grey Children: A Study in Humbug and Misery. Neppure di quest’opera del 1937, accostabile come genere a La strada di Wigan Pier di Orwell, abbiamo una traduzione italiana. (NdT) 

[6] Il primo era un settimanale femminile di ricette, consigli domestici e romanzi a puntate; il secondo era una rivista di annunci economici dedicata alla compravendita di oggetti e animali domestici; il terzo, un settimanale specializzato in avicultura. (NdT)

[7] Stagger Lee, nota anche come Stagolee o Stack a Lee: brano musicale folk americano sull’omicidio di Billy Lyons da parte di Lee “Stag” Shelton, a St. Louis, Missouri nel Natale 1895, per una lite banale. (Wikipedia)


Le opere in lingua originale di George Orwell sono di dominio pubblico. Il copyright delle traduzioni di Anna Martini per Kritica appartiene alla nostra rivista. Riproduzioni parziali (non più di metà articolo) sono consentite riportando la fonte e inserendo il link all’inizio.

Autori

  • “Tea and Tobacco,” George Orwell fotografato dal suo amico Vernon Richards, 1945. Fonte: Orwell Archive, University College London, ORWELL/T/2/E/3.

    Pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950). Nato in India da una famiglia di funzionari britannici della borghesia medio-bassa, morì di tubercolosi a soli 46 anni. Scrittore, giornalista, saggista letterario e politico, i suoi scritti hanno puntellato il secolo di utopie e distopie in cui ha vissuto grazie a un acume critico e a un coraggio ideale fuori da ogni dottrina e dogma, alla ricerca di verità intellettuale.

  • Anna Martini

    Nata nel 1963, torinese ma anche un po’ vesuviana. Traduce romanzi – e qualche saggio – da quasi trent’anni. I suoi lavori sono usciti per Fanucci, Sperling&Kupfer, Editrice Nord, Einaudi, Mondadori, Piemme.

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